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A passo di gambero? Magari
Storia delle crisi

In un libro dal titolo “A passo di gambero”, Umberto Eco spiega che molte delle cose che stiamo vivendo in questo terzo millennio non sono altro che (brutte) copie di cose già viste e già fatte, un ritorno al passato piuttosto che “novità” e “rottura”, come cercano di farci credere. Nel caso dell’economia, magari sarebbe anche ora di tornare a forme di scambio meno nocive per l’Uomo e per il pianeta. Piccola storia dell’economia.

gamberoIn origine c’era il baratto, quello semplice: si scambiava una cosa che si aveva contro una cosa, posseduta da un’altra persona, di cui si aveva bisogno. Il limite di questo sistema era la coincidenza della doppia necessità: che io avessi bisogno proprio di quella cosa e che il suo proprietario avesse bisogno proprio del mio prodotto.
Si passò allora alla fase due, il baratto multiplo: lo scambio di merce contro altra merce di cui non si ha veramente bisogno ma che si pensa di poter scambiare con prodotti che possono servire per altri baratti. Baratta di qua, baratta di là, furono individuate delle merci di cui tutti avevano bisogno: il sale, metalli preziosi per costruire utensili, armi e quant’altro. E’ la fine dell’economia del baratto, l’inizio del pagamento vero e proprio. E anche l’inizio della ricchezza. Ogni popolo però aveva i suoi ricchi e sue ricchezze: in Mesopotamia era l’orzo, in Egitto il rame, in Grecia i buoi, in Cina il riso. Chicchi di cacao, conchiglie, pietre, piume … hanno costituto, per alcuni popoli, grandi fonti di benessere.
La prima moneta appare in Mesopotamia, nel III secolo a. C., a forma di anello: più facile da portare con sé (il portamonete ancora non era stato inventato) e più facile da contare, con un sistema simile a quello del pallottoliere. Paragonata al bue greco, per esempio, comporta notevoli vantaggi: si può conservare senza temere che muoia o che marcisca, si può trasportare facilmente con sé, si può dividere in “unità” oggettive (chi decide per esempio che il filetto vale di più di uno stinco di bue?). Ma anche la moneta di metallo aveva i suoi incovenienti, primo fra tutti la mancanza di sicurezza, soprattutto durante i trasporti via terra, insidiati da temibili rapinatori, o via mare, soggetti a tempeste e naufragi. Anche tenerseli in casa, sotto il protomaterasso, era un rischio.
Intervengono a questo punto gli orafi, quelli che le monete le coniavano e che quindi si erano già posti ed avevano già risolto il problema della sicurezza, facendo costruire nelle proprie botteghe delle casseforti. All’inizio custodivano semplicemente le monete degli altri, vicini, compaesani, piccoli commercianti locali. Quando depositavano, questi ricevevano in cambio una ricevuta, una “nota di banco” (da cui, in seguito, la “banconota”) che potevano portarsi dietro per dimostrare che avevano di che pagare quello che acquistavano. Una forma di assegno, insomma, che poteva essere usato come mezzo di pagamento.
Ben presto però gli orafi si rendono conto che non tutti vengono a ritirare le monete contemporaneamente: ogni giorno qualcuno ritira, qualcuno deposita, lasciando nelle casseforti una discreta quantità di monete inutilmente parcheggiate lì. Perché non prestarle a chi ne ha bisogno? E siamo arrivati alla cambiale, al mutuo, in un certo senso, al fido bancario. Questa attività di deposito e di prestito fu talmente redditizia che creò delle grandissime fortune. Gli orafi-banchieri erano immensamente ricchi e potenti tanto da prestare denaro ai sovrani e finanziarne le guerre. Se non potevano rimborsare, ricevevano in cambio titoli nobiliari o feudi: fu così per esempio che Cosimo De’ Medici ottenne la Signoria di Firenze e diede origine a quella “nobile” famiglia che produsse ben due Papi.
Fu proprio l’Italia la culla di questo cambiamento: i titoli di credito, le cambiali e i i titoli di debito pubblico nacquero a Genova nel XII secolo. Tutti giocavano sul cambio tra una piazza e l’altra, tra prezzo di acquisto e di vendita. Più o meno nello stesso periodo, si creò in Francia la figura del “courtier de change” che gestiva al posto delle banche i debiti delle comunità agricole e ne faceva pure commercio.
A Bruges questo succedeva in una piazza, proprio davanti al palazzo della casata Van Der Borse (con tanto di stemma a tre borse), da cui il nome di Borsa. Nel XIII secolo i banchieri cominciarono a commerciare i titoli emessi dallo stato (i moderni Bot).-La fine della storia la conosciamo tutti.

Furbetti di ieri e di oggi

Insomma, da che mondo è mondo, i ricchi e i poveri ci sono sempre stati, anche ai tempi del baratto: chi era più abile cacciatore, per esempio, aveva più merce da scambiare. Il sistema bancario però introduce una nuova casta di ricchi (i banchieri, gli orafi, i commercianti) e soprattutto il concetto della virtualità del denaro.
moneta anticaIl banchiere, infatti, essendo l’unico a sapere quanti soldi reali ha nella sua cassaforte, potrebbe benissimo far credere a clienti e potenziali creditori quello che vuole. Per regolamentare questa situazione, sono entrate in vigore le “riserve obbligatorie”, una riserva, definita dallo Stato, che le banche devono avere per far fronte agli obblighi dei clienti. Fin qui tutto bene se non fosse che queste riserve, all’inizio limitate a 1 per 9 poi, in certi Stati, accettate fino a 1 per 20 o anche per 30, sono pura convenzione. Un esempio pratico: una banca nuova di zecca con capitale 0, riceve un cliente che deposita 1000$. Siccome può prestare fino a 9 volte la sua “riserva”, si ritrova con un capitale di 10.000$ che, sulla base della promessa di rimborso, può a sua volta riprestare fino a 9 volte e così via all’infinito o quasi. In altre parole: se io vado dalla vicina a chiederle di prestarmi un martello, lei deve avere l’oggetto-martello con il quale io posso piantare il mio chiodo. Per la banca invece non è necessario avere realmente l’oggetto-denaro. La promessa di rimborso vale come i soldi.
Questo funziona solo se l’intero sistema bancario segue questo modello, come fa: il cliente di cui sopra con i 10.000$ prestati dalla banca compra, mettiamo, una macchina. Il proprietario della macchina deposita i soldi nella sua banca che trattiene una parte (la riserva) e investe o presta il resto.
Per ovviare ai problemi sono state create le Banche Centrali, gestite dai singoli Stati, che intervengono per sostenere le banche. Possono cioè emettere o ritirare moneta per regolamentare il flusso di denaro in circolazione.

Sono ricco di debiti!

Dessin Jef Martinez 08Secondo questo modello è chiaro che se prima i soldi avevano un valore reale, oggi il denaro equivale a debito. E se soldi= debito, allora il denaro è creato dalle banche.
Paradossalmente più i governi, le imprese e le persone sono indebitate, più i soldi circolano. E, paradossalmente, la “grande depressione” si verifica quando diminuisce la quantità di prestiti.
La domanda è: perché gli Stati, in caso di crisi, non emettono moneta invece di farsela prestare dalle banche? L’hanno fatto, in passato. Anzi, l’Italia è stata una grande specialista di questo metodo, che funziona sul momento ma provoca altre crisi, più profonde. Se ogni Stato fabbricasse altre monete quando ne ha bisogno, vorrebbe dire, infatti, che potrebbe in un primo momento far fronte ai debiti ma che, a lungo termine, dovrebbe compensare con aiuti ancora maggiori le conseguenze dell’inflazione. Il valore di qualsiasi cosa, denaro compreso, è dato dalla sua rarità. La sovrapproduzione di una merce, denaro compreso, la svaluta, la inflaziona, la rende banale – e se il denaro non vale più niente, il potere di acquisto è ridotto, la povertà e il malcontento aumentano, lo Stato deve intervenire per garantire alle famiglie il minimo indispensabile. Molto meglio allora chiedere prestiti alle banche.
Le crisi finaziarie sono da sempre definite come fossero catastrofi naturali (catastrofe, crac, terremoto, tempesta, tsunami…) eppure sono estremamente ricorrenti, prevedibili e non sono dovute allo scatenarsi di elementi naturali incontrollabili. Ogni crisi segue delle regole precise, imposte dagli speculatori: a) ogni crisi è preceduta da una “bolla”, cioè un periodo di eccessi speculativi durante il quale ad una merce viene attribuito un valore spropositato. Tutti comprano azioni e titoli, convinti di poter moltiplicare i guadagni in men che non si dica b) la “bolla” scoppia, gli speculatori si trovano sul lastrico, i governi parlano di riforme mentre ancor prima di aver trovato la soluzione si creano le condizioni per inventare un’altra “bolla”.
“Money makes the world go around”, i soldi fanno girare il mondo, come cantava Liza Minelli in “Cabaret”, ma oggi sembra che siano denaro virtuale e bolle speculative a far andare avanti il mondo. Avanti? O indietro?


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