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Abitare il linguaggio

In un bellissimo articolo pubblicato l’ultimo giorno del 2011 da Le Monde, Erri De Luca dice : «Per me essere italiano, significa abitare la mia lingua». Questa frase mi ha immediatamente evocato un passaggio dello psicanalista Jacques Lacan sul tema degli affetti che diceva: «l’affect vient-il à un corps dont le propre serait d’habiter le langage».
Entrambe le citazioni, quella di De Luca e quella di Lacan, pur riferendosi a due universi culturali diversi, utilizzano il verbo «abitare», e fanno del linguaggio e della lingua, una casa, un luogo, una identità. Se Erri de Luca avesse detto che per lui essere italiano significa «parlare» la sua lingua, l’effetto non sarebbe stato lo stesso di quello creato dal verbo «abitare». Giocando sulle due frasi potremmo dire che da una parte noi abitiamo il linguaggio e che, dall’altra, la lingua ci abita. Quando siamo in giro per il mondo questo effetto di «casa» evocato dalla lingua italiana, risulta ancora più evidente. Qualche settimana fa, in Madagascar, una canzone italiana era diffusa nel ristorante in cui stavo mangiando. Nonostante il mio scarso interesse per la musica leggera, in quel momento, immediatamente qualche cosa di familiare mi ha sorpreso, ha prodotto un’intimità di suoni e di immagini, che mai in patria la stessa canzone avrebbe potuto suscitarmi. Una risonanza, quella della lingua, che riguarda evidentemente il corpo.
Che il linguaggio riguardi il corpo sembra un’evidenza, e tuttavia molte filosofie ne fanno uno strumento dello «spirito», una sorta di elevazione dalla materia.
La psicanalisi, al contrario, insiste sulla materialità della lingua, sul suo essere incarnata in un corpo, e Lacan parla del «mistero del corpo che parla». Il corpo parla, noi parliamo con il corpo, con i nostri sintomi, con gli inciampi in cui il corpo è implicato: un corpo che arrossisce, che tartaglia, che cade, che ingrassa o dimagrisce troppo, che si blocca, che si paralizza, che sfugge al controllo, che si ammala, che guarisce....
La clinica psicanalitica incontra questi sintomi incarnati, e il lavoro psicanalitico consiste nella decifrazione dei messaggi linguistici, messaggi fatti di parole: le parole che ci hanno segnato, marchiato nel corpo, perché dette in un certo modo, perché attese e non arrivate, perché pensate o cercate, perché dimenticate nelle nebbie delle rimozioni.
Dire che il linguaggio è incarnato significa considerare il corpo come qualcosa che non è solo un organismo, e che quindi non può essere analizzato solo con gli strumenti di misurazione oggettiva, con le macchine della medicina scientifica, con le radiografie, gli scanner, le rilevanze magnetiche... tutti questi strumenti sanno sondare i tessuti, e trovare i guasti nelle cellule e negli organi. Tuttavia nessuna di queste macchine riesce a radiografare gli affetti che contano: l’innamoramento, l’odio, la passione, il rimorso, il senso di colpa, la gioia, il desiderio di morte, la gelosia che paralizza, l’ottimismo, la disperazione. Benché sia ormai entrata nel discorso comune la consapevolezza che un grande dolore, un trauma, un lutto possono influire sul destino dell’organismo, ancora si pensa che la scienza neuro-biologica possa estirpare tutte le malattie in modo oggettivo, senza che la causa psichica sia messa in discussione. Noi crediamo che la causa psichica non potrà essere radiografata dagli apparecchi che scandagliano l’organismo, e pensiamo che solo la presa in considerazione del corpo in quanto corpo parlante, corpo che non è solo organismo, ma che è un corpo che «abita il linguaggio» possa dare alla clinica una chiave supplementare di diagnosi e di intervento.
Quando Erri De Luca parla della sua identità facendo riferimento al fatto di abitare la sua lingua, noi intendiamo che la lingua, quella italiana nel caso specifico, è per lui un insieme simbolico e culturale di riferimento, nel quale si riconosce, nel quale trova la sua identità. Il linguaggio dicono gli psicanalisti, è «il tesoro dei significanti», un tesoro a cui noi attingiamo, e dentro al quale nasciamo. Il linguaggio che usiamo non lo inventiamo noi; esso ci ha preceduto, c’era già prima della nostra nascita, è il linguaggio con cui i nostri genitori hanno parlato di noi mentre ci aspettavano, è il linguaggio con cui gli altri esseri umani ci hanno accolto, ci hanno parlato. E non importa che si tratti della lingua italiana o di quella francese, o che un bilinguismo o trilinguismo costituisca il primo “bagno” umanizzante. Questo processo crea comunque un dispositivo di trasmissione prezioso e fondamentale che va oltre tutte le trasmissioni genetiche, biologiche, codificate dall’ereditarietà fisiologica. La trasmissione fondamentale che ci costituisce in quanto esseri umani, è attuata prima di tutto attraverso il linguaggio. Ciascuno farà di questo incontro del corpo con il linguaggio, di questo incontro del reale e dell’immaginario con il simbolico, la propria costruzione personale, dalla quale prenderà forma la propria singolarità, il proprio stile, la propria personalità. Solo se la trasmissione non produce alienazione, sarà possibile per l’essere parlante, per “il parlessere”, inventare la propria vita senza smettere di abitare il linguaggio che lo ha preceduto e accolto.

mercoledì 14 marzo 2012, di Cinzia Crosali