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Agostino Ferrente

Arrivato a Roma per stanchezza

Agostino Ferrente Così, tra un tè e una coca cola, comodamente seduta nell’atrio di un bell’albergo, ho incontrato da vicino questo giovane regista, miracolosamente libero dal fedele telefonino che è rimasto silente per quasi un’ora. Visto il tono informale dell’intervista mi viene voglia di raccontarvela come una biografia romanzata.
Originario di Cerignola, Agostino non pensava di fare il regista. Fino a 17 anni aveva visto solo film di Kung Fu, spaghetti western e “Rocky e il camorrista” di Tornatore, al cinema all’aperto. A 17 anni, prima di finire il liceo, si concede una specie di sabbatico estivo per vedere cosa c’è “lì fuori”. Arriva in Australia, a Sidney, a casa di parenti, dove scopre un altro mondo e una città meravigliosa ed immensa, con un’armonia quasi impossibile tra natura e civiltà e, ciliegina sulla torta, il mare.
Incontra anche la realtà dell‘emigrazione, lavorando in una radio italiana. E’ affascinato, ed è una cosa che si porterà dietro, dal fragile equilibrio tra il culturale e il popolare.
Questo contatto con la realtà dell’emigrazione costituirà uno dei punti forti del suo lavoro futuro : Ferrente è uno che va dritto al centro del problema, che sa esattamente cosa piace, cosa vuole sentire o vedere uno che è emigrato, quale immagine della madrepatria si porta dietro, quanto cerchi di rimanere in contatto, quanto conosca dell’evoluzione della società che ha lasciato… In Australia ha toccato con mano “l’emigrazione delle tre generazioni” : “la prima parte con la valigia di cartone e tanti sogni, la seconda rinuncia alle origini nello sforzo di adattarsi, la terza riscopre le origini ma vuole sapere, vuole conoscere, vuole andare oltre Reitano e I ricchi e poveri”.
Finito il liceo, Ferrente va a Bologna dove studia al DAMS, scopre la teoria del cinema ma fa anche incetta di immagini. A Bologna, si sa, c’è sempre un cinema aperto che proietta il film che vuoi vedere.
Poi, dopo un breve passaggio al laboratorio “Ipotesi cinema” a Bassano, filma il primo corto, “Intervista a mia madre”, con una cinepresa in prestito e pellicola scaduta. All’epoca vive a Milano e si autoproduce, cosa che ha imparato lavorando con Silvio Agosti. E poi aveva anche provato a fare l’aiuto regista ma era caduto vittima del maschilismo vigente (il “meglio una donna : è più servizievole e meno indipendente..”). Di Milano gli rimangono le immagini e i ricordi di una città umana e concreta, e di un clima orrido (per uno del Sud, poi !). Rinuncia alla borsa di studio della fondazione Benetton : “forse avrei imparato a fare film pubblicitari”, spiega, “ma non avevamo la stessa visione del multiculturale”.
Mentre riflette su cosa fare da grande è ottobre, è a Roma di passaggio, vede un annuncio “affitasi camera” e, “per stanchezza”, decide di fermarsi lì. Certo, nel 1994, non è più la Roma di Fellini, ma c’è il sole e… Piazza Vittorio. Il resto è ormai leggenda : il film “L’Orchestra” cui farà seguito un secondo (due episodi sono già girati) e magari qualche altro spaccato di multiculturalità. In ogni caso ce lo auguriamo.

Vedere anche l’articolo sul film "L’orchestra di Piazza Vittorio"

lundi 16 mars 2009, par Tiziana Jacoponi