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Allora? Come sono andate le vacanze?

Ce lo domandiamo negli incontri di settembre, dopo le ferie, quando l’abbronzatura inizia a scolorarsi e mentre corriamo indaffarati e in ritardo nei magazzini di fornitura scolastica o nei vari uffici amministrativi: «Allora, le vacanze, tutto, bene, ti sei riposato/a? Ti sei divertito/a? » Le risposte convenzionali alludono a un paradiso perduto: «Ah, che meraviglia, ... troppo belle, troppo corte, ... peccato che siano già finite...». Ma è sempre la verità?


L’etimologia della parola vacanza, rinvia al vacuo, al vuoto, cioè a un periodo libero, senza occupazioni, completamente dedicato al riposo. Tuttavia quando ascoltiamo resoconti sinceri dei viaggi estivi, questi non ci sembrano affatto riposanti. La vacanza moderna è diventata un prodotto di mercato come gli altri, ed è tutt’altro che creazione riposante di «vuoto». A cominciare dalla valigia: i propositi di viaggiare leggeri, si esauriscono rapidamente dopo i deludenti tentativi di stipare nel trolley-bagaglio-a-mano, rigorosamente a quattro ruote: maschera, pinne, vestiti da spiaggia, da giorno, da sera (non si sa mai), golf e k-way, libro premio-bancarella dell’estate in corso, ciabatte, sandali (tacco alto e tacco basso), busta medicinali, busta trucchi (inversamente ingombranti a seconda dell’età), creme solari a indice variabili e creme prima e dopo puntura di zanzare... Si opta allora per la valigia più grande e si torna con disappunto sul sito del volo low-cost, per riprendere l’opzione : bagaglio in stiva, il cui prezzo supera quello del viaggio. E già lo stress ci attanaglia per la fatica di ritrovare la password che ci permetterebbe di accedere alla prenotazione fatta tre mesi prima. Che qual era? la nostra data di nascita o quella della suocera? Il nome da nubile della mamma o il nome della via di quando eravamo piccoli? Non ci dilunghiamo poi sulle code in autostrada, in aeroporto, i ritardi, le attese, l’hotel deludente, i villaggi vacanza chiassosi, le spiagge affollate, la confusione, i litigi in famiglia per troppa prolungata prossimità. Centinaia di articoli hanno già brillantemente e umoristicamente commentato i paradossi delle vacanze di massa della nostra epoca.
Ma anche per chi ha la fortuna (economica) di vacanze esclusive e dispendiose, il concetto di «vuoto» è davvero realizzato? L’ansia da vacanza può produrre un effetto contrario a quello sperato: per alcuni si tratta di divertirsi a tutti i costi, per altri di riempire al massimo questo tempo libero, obbligandosi ad attività ancora più stressanti del lavoro; per altri ancora si tratta di poter mostrare, al ritorno, quanto grande è stato il loro godimento, e allora tutta la concentrazione è rivolta a realizzare foto, video, acquisti e regali per amici e parenti.
Ciascuno vive la sua vacanza, serenamente o in modo febbrile, a seconda del suo equilibrio interiore e della capacità che ha di lasciarsi stupire e incuriosire dal nuovo, piuttosto che produrre o riprodurre effetti obbligati di piacere pre-confezionato.
Durante il congedo estivo, è possibile, per esempio, congedarsi anche dai sintomi? Non sempre. L’inconscio non va in vacanza. Ci segue o ci persegue fino in Tailandia o sulle spiagge di Rimini, e i sintomi psichici utilizzano la vacanza secondo i loro capricci. Fobie, ansie, angosce, somatizzazioni, inibizioni e inquietudini non spariscono solo perché siamo in vacanza; anzi qualche volta i sintomi trovano più spazio quando le barriere e i confini difensivi della routine quotidiana si frantumano.
Per certe persone, il tempo libero provoca una certa vertigine, la sensazione di vuoto genera una destabilizzazione. Non avere niente da fare le mette in agitazione e subito cercano mille attività per riempire la giornata vacanziera: footing la mattina, corso di ginnastica sulla spiaggia, escursione in barca con visita all’isola vicina nel pomeriggio, partita a bridge per l’aperitivo, corso di danza orientale al tramonto, ecc. … l’importante è non incappare nell’horror vacui, nella paura del vuoto, che costituisce il loro sintomo ricorrente.
Per molti di noi, residenti all’estero, l’estate è anche occasione di ritorno in patria, si ritrovano i familiari e i vecchi amici. Momenti gioiosi e attesi, certamente, ma a volte anche carichi di tensioni e di emotività. Ad ogni rentrée, ascolto, nel mio lavoro, racconti di momenti difficili vissuti con i nuclei familiari di origine: si tratta spesso di aspettative deluse, di rivendicazioni antiche che riprendono vigore, di gelosie e rivalità infantili che si riaccendono. Anche con i vecchi amici non è sempre facile. Una distanza nuova, un bisogno di “apparire”, una sorta di gelosia o di invidia sembra serpeggiare da entrambe le parti. L’amico ritrovato dirà: «Beato te, a Parigi fai la bella vita!!!», e dall’altra parte: «Non sai quanto fortunato sei ad essere così vicino ai tuoi genitori anziani, a poterli assistere.....». Una nuova incomprensione, «tu non puoi capire...», si insinua da entrambe le parti, crea distanza e pregiudizio facendo vacillare le identità di ciascuno.
Benché nessuno si definisca «emigrante» nel senso della generazione che ci ha preceduto, e benché nessuno si senta più obbligato, come cinquant’anni fa, a ritornare al paese con la macchina carica di regali per tutto il parentado, e forzatamente vincente e realizzato, resta comunque uno strascico di questa situazione anomala, una vaga sensazione di debito da pagare, un sottile, quanto ingiustificato senso di colpa per essere andati a vivere lontani. La vacanza diventa, per alcune persone, un momento di «riparazione»: una prodigalità eccessiva spinge allora a occuparsi dei problemi di tutti, a invitare al ristorante amici e parenti in una forma di espiazione sintomatica.
Un capitolo a parte meritano le vacanze con gli amici. Molte solide amicizie sono state messe a dura prova da viaggi e soggiorni vacanzieri che superano i tre giorni. Vivere insieme non è facile, richiede uno spirito di adattamento, di tolleranza e di disponibilità, che non sempre si rivela possibile, soprattutto in contesti “scomodi” o a temperature che toccano i 40 gradi.
Ma allora qual è il beneficio delle vacanze? Sicuramente la rottura della ripetizione e della routine.
Il distacco dal ritmo conosciuto e ripetuto, nonostante possa provocare ansia da separazione, produce benefici effetti rigenerativi. Il cambiamento ci costringe a modificare l’ottica con cui guardiamo noi stessi e gli altri, e se non ci arrocchiamo sui vecchi schemi anche in spiaggia, potremo sperimentare una maggiore leggerezza e libertà.
Naturalmente: divieto assoluto di mettere il computer portatile nella valigia e di setacciare il villaggio esotico alla ricerca spasmodica di una Wi-Fi libera che permetterebbe all’iPhone di captare anche l’ultima mail dell’estate!

martedì 16 ottobre 2012, di Cinzia Crosali