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Antimafia : quando il vizio diventa virtù

Nella sua carriera di magistrato, Mario Vaudano è stato a contatto con le piaghe più dolorose della nostra storia repubblicana.
Corruzione, mafia, terrorismo, il panorama della criminalità gli si è presentato nella sua interezza. Collaborando con giudici come Falcone, Caselli ed .Boccassini, ma anche tanti anonimi poliziotti e cittadini, non si è risparmiato nel dare il suo contributo per la legalità in Italia e in Europa.
Lo incontriamo, sulla scia della serata del 18 novembre scorso su criminalità organizzata e lavoro della magistratura (cf. Focus In 13), per approfondire il discorso.


Un vizio particolarmente caro agli italiani è quello di vedere sempre l’erba più verde nel giardino del vicino.
Poi si arriva in Francia e si scopre che non esiste l’obbligatorietà dell’azione penale, e che la magistratura è fortemente dipendente dal potere politico, che non ha forze di polizia per coadiuvare la propria azione. Il nostro giardino non è poi così male?

Nel settore della giustizia penale il nostro giardino non è affatto male, quanto a strumenti di indagine e cultura della legalità rispetto a qualsiasi altro stato europeo.
Non sono io solo a dirlo, ma anche il Consiglio d’Europa, la Commissione europea e lo stesso Parlamento europeo.
La relazione sulla criminalità organizzata approvata quasi all’unanimità nell’autunno 2011 dal Parlamento europeo (relazione c.d. “Alfano”) arriva a proporre l’introduzione dei nostri stessi strumenti legali a livello di Unione Europea. Grazie al lavoro di collaborazione con gli Stati Uniti portato avanti da Giovanni Falcone negli anni ‘80 ed fino ai primissimi anni ‘90, poi, l’operato della magistratura e della polizia giudiziaria italiana è conosciuto e molto apprezzato in tutto il mondo.
Il nostro giardino è invece molto mal messo nel campo della giustizia civile, a causa dell’estrema lentezza delle cause civili, di una certa cultura del mondo degli avvocati italiani (che sono 140 mila, contro i circa 60 mila in Francia!) e di un’abitudine antica della magistratura, volta a “fare delle belle sentenze”, anche se troppo lunghe ed astruse. Ma il problema fondamentale sta nell’infinita possibilità di ricorsi e nella sostanziale mancanza di mezzi moderni a livello della giustizia civile. Qualcosa si muove, con l’informatica e con alcune riforme che il nuovo governo Monti sembra voler mettere in campo, semplificando le procedure e modificando la carta giudiziaria italiana. Questa infatti è ancora popolata di molti Tribunali troppo piccoli e troppo numerosi, specie in Piemonte e Sicilia (per fare due esempi concreti).
Ma le resistenze di “casta” (politici locali, avvocati e magistrati che perderebbero posti e dirigenze) sono molto forti.

Tonio dell’Olio, responsabile di Libera Internazionale, in un incontro organizzato a Parigi l’anno scorso, diceva che l’Italia ha la mafia più antica del mondo, ma che ha anche l’antimafia più antica del mondo. In che modo l’esperienza maturata in Italia nella lotta alla mafia, e gli strumenti giuridici messi a punto a casa nostra, possono essere di aiuto a combattere il fenomeno anche in campo internazionale?

Credo che Tonio abbia ragione, almeno per gli ultimi 30 anni. L’antimafia e la lotta in genere contro il crimine organizzato e politico/finanziario ha visto in Italia il formarsi di una cultura assolutamente originale, basata sull’indipendenza reale della magistratura e della polizia giudiziaria che le lavora accanto, la quale ha prodotto a sua volta il crescere di una cultura antimafia o meglio della “legalità giusta” a livello popolare diffuso.
Penso che come in Italia si è formata una cultura “berlusconiana” (ma che esisteva anche prima e che non è nata dal nulla!) del malaffare e della prevaricazione unita al clientelismo, così si è formata in parallelo via via una cultura positiva della giustizia come strumento di democrazia e di libertà per tutti. Questa cultura positiva è riuscita a resistere nonostante i periodi bui che abbiamo trascorso e che ancora in parte ci affliggono anche oggi.
Gli strumenti del lavoro in pool, dell’inserimento fianco a fianco della polizia giudiziaria sempre più specializzata e più responsabile ed indipendente, dei collaboratori e testimoni di giustizia, delle misure di sequestro, confisca e riutilizzo sociale dei beni provento delle attività mafiose (e speriamo tra poco anche del crimine economico e corruttivo) sono assolutamente esportabili in qualunque sistema occidentale attuale e anche a livello di America Latina. Previa, ovviamente, la formazione di giudici e polizia specializzati e indipendenti.

Jean de Maillard, nell’incontro del 18 novembre, diceva che forse la lotta alla criminalità organizzata è un tema troppo serio per essere lasciato a magistrati e poliziotti. In che modo, da magistrato, pensi che l’azione della società civile possa avere un impatto concreto sul tuo lavoro e su quello dei tuoi colleghi? Hai degli esempi concreti?

L’azione della società civile è assolutamente indispensabile, perché i magistrati possono “aprire la via” (in Italia forse più spesso che altrove), ma poi la costruzione del clima di legalità e di democrazia (che vanno insieme) deve essere estesa ed alimentata giorno per giorno e portata nelle coscienze di tutti. Cosa che non può esser realizzata se non con una base civile ampia e vigilante, e che sia anche formata ed informata. La magistratura può e deve sempre “dare la spinta” ma da sola non può (e forse non deve) pensare di fare tutto.

Ti sei occupato a lungo di antifrode ed anticorruzione presso l’OLAF, l’organismo europeo che si occupa di questo settore. Infrangere le regole per fare business sembra essere un costume sempre più diffuso, e non più appannaggio della criminalità organizzata. Dal tuo osservatorio privilegiato, che idea ti sei fatto?

Quando sono arrivato nel 2002 a Bruxelles, pensavo (un po’ come tutti gli italiani) che certi comportamenti non esistessero a livello europeo se non in misura ridottissima, a differenza dell’Italia. Mi sono reso conto che anche in molti stati europei grandi ed avanzati (come Francia, Germania, Inghilterra e Spagna) le vicende di favoritismi e di vera e propria corruzione sono invece presenti, e talora in modo molto preoccupante. Ma i nostri amici stranieri sono molto più bravi a nascondere le loro “magagne” e a dare molto spesso una versione piuttosto folcloristica dell’Italia, in cui esisterebbero solo dei delinquenti od azzeccagarbugli da un lato e degli “eroi solitari” degni di altissima ammirazione (ma votati al martirio) dall’altro. Non è così!
Per essere ancora più chiari, anche al livello di istituzioni prestigiose come l’Unione europea e l’ONU e nelle varie agenzie, il favoritismo, il clientelismo ed anche talora la corruzione vera propria esistono e sono preoccupanti, anche se tutto spesso resta “sottotraccia”. Ho toccato con mano questa realtà anche all’interno del mio stesso Ufficio, a Bruxelles, anche se si è riusciti a reagire contro le forze peggiori e forse cominciare ad uscire oggi da questa situazione.

Quest’anno ricorderemo i 20 anni delle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Se Falcone e Borsellino fossero ancora tra noi, secondo te, come descriverebbero la situazione della mafia oggi?

Credo non sarebbero molto ottimisti ma nemmeno pessimisti.
Il loro lavoro non è stato assolutamente vano e la loro azione continua ad essere portata avanti da tanti magistrati e poliziotti e da tantissime persone della società civile. Il problema è che bisogna sempre avanzare nella coscienza e conoscenza delle realtà criminali in sviluppo e dell’enjeu democratico e politico sottostante.
La situazione della finanza a livello internazionale si interseca con la realtà criminale e rende tutto sempre più complesso e difficile. Il che non è assolutamente un motivo per “baisser les bras” e lasciarsi andare a coltivare il proprio orticello.

giovedì 15 marzo 2012, di Maria Chiara Prodi