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Artemisia Gentileschi, "pittora"

Dalla Toscana, a Roma, a Napoli, a Venezia, a Londra, ai suoi tempi, Artemisia Lomi Gentileschi (1593-1654) attraversò l’Italia e l’Europa alla ricerca di commissioni o per sfuggire a creditori e dar pace ai suoi tormenti. La «pittora»(1) fa tappa oggi in Francia dove si mostra nella bellissima esposizione “Artemisia. Pouvoir, gloire et passions d’une femme” peintre al Museo Maillol di Parigi.

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"Giaele e Sisara" di Artemisia Gentileschi ©Electa/Leemage

Sui suoi passi, la mostra ripercorre le principali tappe della carriera di Artemisia, dal suo esordio romano ancora sotto l’egida del padre Orazio nel 1593-1613, sino al breve soggiorno londinese (1638-1640 ca.) alla corte di Carlo I d’Inghilterra. L’itinerario ne scandisce i momenti più salienti: il doloroso processo, il periodo fiorentino (1613-1620), la gloria raggiunta nel secondo periodo romano (1620-1627), quello veneziano (1627-1630) e quello napoletano (1630-1654) che segna l’apoteosi del suo successo(2).
L’emergere in campo artistico delle donne coincide con la nozione moderna d’«artista», che vede il concetto intellettuale del «fare arte» in opposizione alla manualità artigianale. Ciònonostante, oggi, il fruitore è spesso sorpreso all’idea che nel 1600 la pittura fosse praticata anche al femminile. In realtà numerose artiste, tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, si sono «consacrate» alla pittura ed hanno conosciuto una discreta fortuna in vita. Oltre ad Artemisia Gentileschi, si possono citare ad esempio Sofonisba Anguissola, Fede Galizia, Lucrina Fetti, le bolognesi Lavinia Fontana e Elisabetta Sirani e, spaziando in Europa: Catharina van Hemessen nelle Fiandre, Judith Leyster in Olanda, Angelica Kauffmann in Svizzera, Élisabeth-Louise Vigée-Lebrun in Francia. Certo, all’epoca era impensabile per una donna far carriera in ambito pittorico senza l’appoggio, la tutela o la protezione di un uomo. Eppure le pittrici esistevano ed erano anche apprezzate, nonostante per ben tre secoli il giudizio sulla pittura «femminile» abbia risentito di quella classificazione per categorie stabilita già da Vasari nelle Vite, proprio nel momento in cui la storia dell’arte si faceva strada in quanto disciplina. Quelle stesse categorie che si sono poi trasformate in «pregiudizio» lungo tutto l’800. Il talento delle artiste, benchè riconosciuto, restava nel limbo, in una categoria a parte di «interesse minore».
Lucrezia di Artemisia Gentileschi ©Electa/leemage Artemisia Gentileschi ne è l’esempio più eclatante: celebre e riconosciuta pittrice in vita, la sua arte ha poi subito una lenta ma costante devalorizzazione - accentuata anche dal discredito emulativo di cui patiscono tutti i caraveggeschi, offuscati inevitabilmente dalla «luce e ombra» del Maestro - prima di ritrovare una fortuna critica internazionale nel secolo scorso ed incarnare nell’immaginario femminista un emblema di riscatto e giustizia - tale eroica Giuditta, trionfante su Oloferne. Un forte impulso alla rivalutazione artistica di Artemisia lo si deve in effetti anche a certi studi in chiave «femminista» della sua produzione, che alla luce dello stupro subito (3), sottolineano la forza espressiva delle sue eroine bibliche, quasi in rivolta contro la loro stessa femminilità, contro quella condizione nella quale erano state relegate per natura. Bisogna ammetterlo, «la storia dell’arte è stata per molti secoli una disciplina prettamente maschilista, sia per quello che riguarda la produzione che per ciò che concerne la committenza, il collezionismo, lo studio, la tutela, in alcuni casi persino la semplice visione di soggetti ritenuti indecorosi per il gentil sesso» (4).
Riguardo ai meriti artistici di Artemisia, l’elogio di Roberto Longhi la dice lunga: «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura...»(5) e sebbene altre pittrici avessero intrapreso quella via, sia nell’arte che nella biografia di Artemisia Gentileschi, c’è qualcosa che la rende particolarmente affascinante e che spiega l’interesse di scrittori e registi nei suoi confronti (6). Contemplando “Giuditta che decapita Oloferne” (7), sempre Longhi scriveva: « Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato […] Ma - vien voglia di dire - ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo? » e ancora: « ... che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riescita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi - questo è il nome coniugale di Artemisia - il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ‘600 europeo, dopo Van Dyck ».

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"Giuditta e Oloferne" di Artemisia Gentileschi ©Raffael/Leemage

L’analisi del dipinto sottolinea la particolare maestria pittorica e l’estrema abilità nel servirsi dell’impasto e della variegata tavolozza: i colori squillanti, il luminoso panneggio e quel suo giallo inconfondibile, il perfezionismo nel tradurre la realtà, la minuzia orafa dei gioielli e delle armi. Innegabile l’assimilazione del genio di Caravaggio di cui risaltano evidenti i richiami e le influenze. E d’altronde i due destini sono accomunati da una vita tormentata e segnata da dolorosi eventi, lo stupro subito dall’una e il fatidico omicidio in duello di Ranuccio Tomassoni per l’altro. «Fattacci» seguiti entrambi da scandalosi e infamanti processi. Ma la finezza emotiva e il virtuosismo tecnico di Artemisia sono mossi anche da un talento originale e fuori dal comune, quasi il pennello fosse un’arma impugnata e maneggiata per una reinterpretazione personale dei modelli, certo caravaggeschi, ma con specifiche qualità narrative e gestuali, espresse con una sensibilità femminile tutta sua.
La mostra parigina, curata da Patrizia Nitti (direttrice artistica del Museo Maillol) con la consulenza di Roberto Contini e Francesco Solinas, si appoggia su un eminente comitato scientifico e presenta circa 60 opere firmate o attribuite ad Artemisia, ma anche dipinte da maestri caravaggeschi della contemporanea Roma barocca: scene sacre, santi e splendide martiri (tali eroine bibliche), voluttuosi autoritratti, allegorie umanizzate e seducenti, soggetti mitologici o d’ispirazione storica, come il suicidio di Cleopatra ad esempio, dove l’intenso erotismo reso nell’esecuzione del nudo prende quasi il sopravvento sul dramma ormai ineluttabile. I temi rappresentati nei quadri si fondono con la vita dell’artista. Scene dipinte con una distanza impercettibile, come vissute, dove raramente si percepisce uno sfondo: tutto è nell’episodio che si consuma. Il percorso però, va oltre; entrando nell’intimo della vita di Artemisia Gentileschi mostra anche cinque lettere autografe indirizzate al suo amante - suo «core» - e mecenate Francesco Maria Maringhi.
Un eccezionale viaggio nel tempo e nel profondo dell’artista, dove la vocazione pittorica prevale sui limiti e i moralismi dell’epoca, sul disonore e sul denaro, mettendo in evidenza che il talento è l’unica luce capace di brillare per sempre. Ma vedrete, come scriveva la stessa Artemisia a un suo committente: «le opere parlano da sole».

1 La chiamavano «pittora» o «pittoressa» perché il termine «pittrice» non esisteva ancora.
2 « Maestra » della sua bottega, influenzerà i futuri talenti della scuola napoletana, come Bernardo Cavallino, Micco Spadaro e Francesco Guarino.
3 Lo stupro di Agostino Tassi su Artemisia Gentileschi del 1611 ha dato luogo a una delle cosiddette causes célèbres del Seicento, epoca ricca di artisti «maledetti» e bohémiens. Il reato è ampiamente documentato dalle testimonianze raccolte al processo, iniziato nel marzo 1612 e durato sette mesi. Il Tassi sarà condannato per la «deflorazione» di Artemisia Gentileschi, la corruzione dei testimoni chiamati in causa e la diffamazione di Orazio Gentileschi. Costretto a scegliere tra cinque anni di lavori forzati o l’esilio da Roma, A.Tassi scelse l’esilio.
4 Non parliamo di donne ma di vere artiste, Stefano Zuffi, in «Donna, l’altra metà dell’arte», marzo 2005.
5 Roberto Longhi, «Gentileschi padre e figlia», in L’Arte n.19, pp. 235-314, 1916.
6 Artemisia, Anna Banti, Firenze, 1947. Artemisia, Alexandra Lapierre, Robert Laffont, 1998. La passione di Artemisia, Susan Vreeland, Neri Pozza, 2002. “Artemisia”, film di Agnès Merlet, 1997.
7 La versione presente nella mostra è quella del 1612 ca. conservata a Napoli nel Museo Nazionale di Capodimonte, dove Giuditta è vestita di blu. La versione in giallo (nell’immgine accanto) a cui si riferisce Longhi è quella del 1620 ca. conservata a Firenze nel Museo degli Uffizi.

* Gianni Cudazzo è storico dell’arte e docente al Centre Culturel Franco-Italien di Nantes.

Orari e informazioni sulla mostra:
www.museemaillol.com

domenica 11 marzo 2012, di Gianni Cudazzo