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Associazioni : il vecchio e il nuovo

Così si intitolava in russo lo splendido film di Eisenstein tradotto in italiano con “La linea generale”, in cui tra miseria, ignoranza e lo sfruttamento dei “kulaki” (sì, sì, si chiamavano così i proprietari dei grandi appezzamenti di terra) una povera contadina si mette a capo di una cooperativa per cercare di migliorare la condizione del paese. La cooperativa rappresentava il nuovo, come, nelle menti di molti, le associazioni italiane all’estero sono sinonimo di vecchio. Eppure non è così.

Il forum delle associazioni italiane 2009 Da quando mi occupo di associazioni, e non è da ieri, sento dire che l’associazionismo invecchia, che, tempo qualche anno, le associazioni non esisteranno più. Un grido d’allarme lanciato dalla vecchia guardia e discusso regolarmente in seno ai cosiddetti “organi di rappresentanza” (Comites, CGIE). Eppure le associazioni italiane in Francia spuntano come funghi, crescono, a volte di duplicano e si triplicano, per scissione, dando vita a due o tre associazioni satellite.
I vecchi saggi ammoniscono : “attenti al ricambio generazionale” ; le istituzioni si preoccupano ma sono ammirative davanti alla quantità di associazioni e alla qualità del loro lavoro : lo ha dimostrato la faccia strabiliata del Console, Luca Maestripieri, all’ultimo Forum delle Associazioni italiane del giugno scorso.
Ma c’è veramente differenza tra il vecchio e il nuovo ? Dalle prime associazioni, sorte con scopi assistenzialistici (le missioni cattoliche degli scalabriniani, i Patronati, i Comitati di Assistenza scolastica e sociale), alle associazioni politiche che riunivano i fuoriusciti o sostenitori del ritorno del Re in Italia, passando per le associazioni regionali e ricreative, gli intenti e le dinamiche sono sempre stati gli stessi di un qualsiasi gruppo : condividere idee, passioni, interessi. Come recita l’articolo 1 della famosa “legge 1901” che in Francia regola la vita associativa, “è una convenzione secondo la quale due o più persone mettono in comune in modo permanente le loro conoscenze e le loro attività in uno scopo che non è di lucro”.
Conoscenze, fare e saper fare, e, poiché si fa parte dello stesso gruppo, è inevitabile che entrino in gioco il mutuo soccorso o l’assistenza. Non è favoritismo, né clientelismo ma la naturale propensione del gruppo alla solidarietà fra i suoi membri. Questo è un principio immutabile, in sé anche piuttosto positivo e che si applica, tale e quale, oggi come ieri. Se differenza c’è, è nella composizione del gruppo : quando le pratiche migratorie erano più difficili e i paesi più lontani di quell’oretta che oggi separa per esempio, Parigi e Milano, si tendeva a raggiungere parenti o conoscenti che già erano all’estero. La componente familiare era quindi più forte e molte associazioni erano gestite come “una grande famiglia”.
Ma che ci si rivolga allo zio che si è sistemato in Francia per trovare casa, lavoro e un po’ di compagnia o che si consultino gli annunci in linea di grandi “gruppi” virtuali come gli “Italians” o i vari gruppi di Facebook, è poi molto diverso ? Tutt’altro : il principio è identico, cambiano solo le modalità.

De gustibus


Che poi si cerchino occasioni per incontrarsi, per condividere passioni ed esperienze è un’altra evidenza, anche per chi normalmente interagisce in rete. Si faceva, si fa tuttora, con i balli, le feste, le cene, ascoltando Modugno e i canti delle mondine. Lo si faceva al bar locale o alla missione cattolica, giocando a scopa o a briscola. Si fa oggi con gli aperitivi sulle peniche, le serate in discoteca, le partite a pallone (ecco un oggetto veramente immutabile che nei secoli dei secoli continuerà ad attirare intorno ad esso squadre di appassionati). Ascoltare musica, bere, mangiare, divertirsi. Cosa è cambiato ? Il tipo di musica, i gusti enogastronomici (il long drink ha sostituito il grappino), i “giochi”, le discussioni forse. In altre parole gli interessi si sono spostati rimanendo però sempre sulla stessa “linea generale”, come avrebbe detto Eisenstein.
Quando si parla dell’associazionismo che sta invecchiando e dei soldi che lo Stato italiano o le Regioni “sprecano” (cito dalle varie riunioni “ufficiali” cui ho assistito) nelle cene per gli anziani o nelle feste della befana, è un falso argomento. Chi decide cosa “vale” di più : Modugno o Ligabue ? La partita a briscola o la playstation ? La cena dove per 15 euro si mangia a crepapelle o il caffè vip dove per lo stesso prezzo si beve un caffè, servito con due biscottini e si ha pure in omaggio un pacchetto di caffè da portare a casa ? Per fortuna tutti i gusti sono gusti e gli amanti di Modugno e del ragù hanno diritto come gli altri a condividere questa loro passione all’interno del loro gruppo.
Se le tipologie sono cambiate ed è spesso difficile far coincidere i gusti, non è l’associazionismo che sta invecchiando. Prova ne è che non mancano le associazioni di giovani (e chiamo “giovani” gli under 50). Né manca un interesse da parte di quest’ultime per momenti di scambio intergenerazionale, anzi non poche lavorano su progetti sulla memoria, sulla trasmissione e la tutela delle tradizioni popolari, sulla ricerca delle radici.

Gruppo di famiglia in un esterno


Certo non sono tutte rose e fiori e, come succede anche nelle migliori famiglie, ci possono essere dei conflitti interni ed esterni. A maggior ragione se l’associazione è gestita vecchio stampo, appunto “come una grande famiglia”. Ecco che allora le lotte interne per ottenere lo statuto di capogruppo o di capofamiglia possono farsi acerrime, anche perché come ci dimostra un altro grande regista italiano, Mario Monicelli, i parenti possono essere serpenti.
Il ruolo di capogruppo o di capofamiglia è antichissimo e da sempre dà a chi lo ricopre uno statuto diverso. Anzi, da padre a “padrino” il passo è breve, come ci mostra una delle più grandi associazioni a delinquere di origine italiana, basata appunto sui “clan” (anche quello è un gruppo) e sullo statuto molto speciale del capogruppo, non per niente chiamato ”padrino”. Così come nelle società patriarcali come poteva essere l’Italia di fine Ottocento-inizio Novecento, il presidente di un’associazione, in certi contesti, era una sorta di notabile locale, coccolato e venerato dalle “autorità” italiane e francesi. Per fortuna, negli ultimi 20 anni, le associazioni sono diventate talmente numerose da banalizzare, quasi, il ruolo del presidente che ha perso un po’ del suo antico splendore.
Conflitti interni per la leadership e conflitti esterni, quasi sempre legati ai finanziamenti (perché Modugno sì e Ligabue no ?), spesso alla politica, soprattutto da quando gli italiani all’estero votano e “contano”. Sì, capita. Ma per fortuna questo tipo di conflitti e di rivalità rappresenta un’infima minoranza delle associazioni esistenti, la cui stragrande maggioranza agisce nel puro spirito di gruppo, su principi di solidarietà e di condivisione, e dà mostra di creatività, competenza, qualità. Al Forum delle Associazioni italiane di Parigi, le associazioni presenti hanno interagito tra di loro, studiando progetti comuni e modi di aiutarsi a vicenda. Anche all’interno dello stesso stand coesistevano, con grande complicità, giovani e vecchi, uniti nell’obiettivo comune, qualunque esso fosse. Nessuno snobismo, nessuna rivalità, solo una gran voglia di fare.
Forse, allora, invece di allarmarsi sull’invecchiamento dell’associazionismo, le autorità italiane e le “rappresentanze” dovrebbe pensare ad una maniera di dare il giusto spazio a tutti, briscolofili e caffeinomani, mangioni e ballerini. Come dire : democraticamente ?

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samedi 24 octobre 2009, par Patrizia Molteni