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Banditi dell’arte “Colpo grosso” al Museo Halle Saint Pierre !

Esposizione Banditi dell’Arte, dal 23 marzo al 6 gennaio 2013
Halle Saint Pierre, 2 rue Ronsard, Parigi

Dopo i successi di British outsider art, Art Brut Japonais, Hey ! Modem art & pop culture, il Museo La Halle Saint Pierre presenta, in anteprima in Francia, una mostra interamente dedicata alla subcultura “brut” italiana. L’esposizione spalanca le porte all’universo poetico e caotico di creatori, “banditi” dell’arte e dall’arte, operanti al di fuori del sistema artistico ufficiale. Per certi aspetti, un mondo ancora oscuro a gran parte del pubblico italiano.
Nel 1945 l’artista francese Jean Dubuffet (1901-1985), definisce e concentra nel concetto di Art Brut tutte quelle opere realizzate da coloro che, per scelta o istintiva pulsione, operano al di fuori di ogni tipo d’istituzione culturale ed economica inerente al mondo artistico. La neo-formula estetica esplora e riunisce tutto ciò che nasce spontaneamente, attraverso la libera espressività e/o dalla mera necessità di raccontare se stessi al mondo.
Dubuffet ritiene che solo le opere concepite spontaneamente, ignorando per lo più i linguaggi speciali dell’arte e della critica, possano rivelarsi autenticamente vere; rappresentando fino in fondo la purezza dell’espressione artistica. I segni frenetici e primari, i colori e i materiali divengono strumento di conoscenza, un percorso estetico ribelle e “fuorilegge” che a fatica si adatta alle regole “ufficiali” del mondo artistico. A colpi di pennello, l’espressione tinta di follia dei malati di mente si mescola sulla tavolozza dell’arte dando forma e colore ai nuovi artisti, quelli marginali, alienati, degenerati, autodidatti, criminali… sfumando i contorni tra il concetto di genio e di pazzia.
Non a caso, nel processo medico dell’Arte-Terapia, l’esperienza estetica affonda le sue radici nel vissuto primario dell’individuo che, nella fase della crescita, traspone il potenziale trasformativo in altri oggetti «(oggetti-soggettivati) concreti o concettuali, investiti della capacità di promuovere un profondo cambiamento del Sé; l’esperienza artistica occupa in questo contesto un posto di primo piano… La creatività viene così posta entro il contesto dello sviluppo umano: essa permette nel corso della vita al proprio mondo immaginativo di divenire congruente con l’esterno, così che ciascuno possa in parte modellare il proprio destino e rendere plasmabile il confine tra realtà e fantasia; recuperando l’illusione che il mondo esterno possa coincidere con il mondo interno; ritrovando fiducia nella propria capacità creativa e trasformativa » [1].
In Italia, a partire dal 1978, con la legge 180 (Legge Basaglia) e la trasformazione dei vecchi ospedali psichiatrici in strutture aperte, si sviluppano sempre di più dei seminari di creazione, volti a incoraggiare la libertà d’espressione dei pazienti in luoghi adeguati, con mezzi tecnici e concettuali specifici.
Molti dei creatori formati in questi laboratori hanno trovato accoglienza nel vasto mondo eterogeneo dell’Art Brut e le loro opere sono oggi esposte nella mostra parigina al fianco di ben più noti “banditi” ricercati in Italia come all’estero:
Giovanni Podestà (1895-1976), “grande sacerdote” dalla devozione libertaria, autore di decorazioni e mobili di un barocchismo brillantemente eclettico e minuziosamente eseguito, al pari di un miniatore medievale.
Carlo Zinelli (1916-74) la cui grafica inventiva e originale si popola di forme ataviche che animano spazi ritmici onirico-calligrafici.
Pietro Ghizzardi (1906-1976) [2] - il più pittorico dei tre - che trasforma gli elementi naturali in strumenti tecnici, disegnando con la fuliggine e colorando con erbe pestate. Ritrattista espressionista, il suo universo si popola di donne: attrici, sante, contesse, contadine, madri seduttrici e prostitute. Un’ossessiva evocazione della Grande Madre: nutrice, protettiva ma anche carnale, dai tratti sinuosi, sanguigni e prorompenti.
L’esposizione curata da Martine Lusardy (direttrice artistica del Museo Halle Saint Pierre) e Gustavo Giacosa, oltre a proporre le creazioni degli atelier subentrati agli anziani manicomi, rivela anche le sbalorditive collezioni storiche (psichiatriche e carcerarie) del Museo Lombroso [3], del Museo Antropologico di Torino e dell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, oggi Centro di Documentazione di Storia della Psichiatria. Tra le opere presenti e svelate per la prima volta al pubblico: l’enigmatico « Nuovo mondo » di Francesco Toris (1863-1918), sculture composte da ossa bovine finemente incise; evocazioni simboliche di «primitivi» spazio-temporali.
Integrandosi perfettamente al contesto espositivo, l’affascinante percorso si conclude con lo spazio dedicato ai rappresentanti «indipendenti» dell’arte popolare contemporanea, rivelando costruzioni babeliche immaginarie ed espressioni inedite e più «fantastiche» dell’Art Brut italiana.
Lontano da competizioni, applausi o promozioni sociali, queste opere - frutto della solitudine - appaiono impreziosite da un puro e autentico impulso creativo non inferiore a quello degli artisti professionisti, instillando il sentimento che «l’arte culturale sia, nel suo complesso, il gioco di una società futile, una fallace parata». [4]

Informazioni :
Tél. 01 42 58 72 89
www.hallesaintpierre.org

* Gianni Cudazzo, Storico dell’arte, CCFI Nantes.

1 Esperienza estetica, esperienza artistica e processo terapeutico nell’arte-terapia, Carla Maria Carlevaris, in « Arte e psicoterapia », Psychomedia-Salute mentale e comunicazione.
2 Il 24 e 25 marzo, proiezione del documentario Ghizzardi, pittore contadino,di Michele Gandin (1996).
3 Cesare Lombroso (1835-1909), criminologo e psichiatra, famoso per le sue tesi sui «criminali nati». Si interessa fin da 1866 alle opere dei prigionieri e dei malati di mente, finendo per assimilare esplicitamente il genio creatore a una forma di degenerazione mentale o di psicosi.
4 Così scrive Jean Dubuffet nel 1967, in occasione della presentazione della grande mostra sull’Art Brut al Musée des Art Décoratifs di Parigi.

martedì 9 ottobre 2012, di Gianni Cudazzo