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Basta con i cervelli in fuga

Di recente il ministro degli esteri Giulio Terzi ha proposto di lanciare un’iniziativa di crowdsourcing (cioè dal basso e attraverso i social network) per recuperare le competenze dei cervelli italiani in fuga nel mondo e metterle a profitto del paese.
Essendo questo tema di strategica importanza, non possiamo che rallegrarci di trovare finalmente al centro di una proposta ministeriale la più grande risorsa misconosciuta dell’Italia: i suoi cittadini all’estero.
Eppure, ci sono due considerazioni da fare, grattando la patina di modernità e glamour di questa proposta.
In primo luogo, sarebbe magnifico che il Ministro degli Affari Esteri, per primo, si impegnasse a lasciare da parte la retorica dei cervelli in fuga e abbracciare senza timore il termine più generico, ma molto più significativo di cittadini. Il capitale sociale di un paese non è fatto solo da cervelloni, da imprenditori o da scienziati.
Creare delle etichette, chiamare alla partecipazione solo un gruppo di eletti, rischia di creare delle perplessità. Non solo tra chi all’estero non si sente invitato al ballo.
Ma anche tra chi, leggendo questa notizia sui giornali, si chiede giustamente: “e perché mai i cervelloni, felici all’estero, dovrebbero lavorare gratis per l’Italia?” Se ci pensate, se la parola non fosse cervello in fuga, ma fosse cittadino all’estero questa domanda non verrebbe spontanea. Si chiamerebbe semplicemente cittadinanza attiva.
In seconda istanza, la parola crowdsourcing fa tanto neo-chic: non si può più muovere un passo senza essere su un social network.
Ma è legittimo che un’istituzione repubblicana si lanci su questo terreno? Naturalmente, una figlia della mia generazione non può che dire: sì!
E’ giusto che siamo sollecitati, coinvolti, che si lancino iniziative di partecipazione. Ma, attenzione. E’ giusto che un Ministero si lanci su questo terreno, mentre quelli che gli sono propri sono lasciati deserti?
I cervelli in fuga di cui parla, il Ministro non ha strumenti efficaci per sapere esattamente chi siano.
I registri dell’AIRE si fanno sfuggire dalle loro maglie questa nuova popolazione di emigrati. I cervelli in fuga infatti, è risaputo, non si iscrivono all’AIRE per non perdere il medico di base in Italia, e perché consapevoli che le lentezze burocratiche nostrane comunque non saprebbero seguire il filo di ulteriori frequenti cambi di residenza.
La rilevazione degli italiani all’estero, che doveva essere concomitante con il grande censimento dell’autunno scorso, non è mai stata fatta e non esiste una comunicazione ufficiale che ne spieghi il perché.
I COMITES e il CGIE, la nostra rappresentanza democratica, sono scaduti da tre anni e nessuno se ne cura. In questo contesto, quali sono le urgenze?
E, senza voler entrare nel ginepraio della riforma della rappresentanza degli italiani all’estero, ponendo che sia un argomento da governo politico e non tecnico, non potremmo già fare alcuni cambiamenti tecnicissimi come riformare e aggiornare le anagrafi dei residenti all’estero?
Come creare delle liste elettorali per gli italiani all’estero, perché chi è interessato possa iscriversi e evitare per quanto possibile la mancanza di trasparenza che troppo spesso accompagna il nostro voto?
Ora non ne parla nessuno, e lasciamo in sospeso questi temi nebulosi. Ma tra un anno si voterà. E se non si agisce per tempo, gli italiani all’estero saranno considerati come al solito dei cittadini un po’ imbarazzanti, che non si sa dove incastrare, che non si sa esattamente se hanno dei diritti e quali.
Saranno quelli da scoprire se le cose vanno bene, da ridicolizzare se si evidenziano le falle della legalità. Sarebbe bello giocare d’anticipo e cambiare le carte in tavola.

mercoledì 4 luglio 2012, di Maria Chiara Prodi