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Bertolucci in tre dimensioni

Vi sono registi che, col passare degli anni, anziché tramontare, tengono costantemente il passo coi tempi, oppure, brillano ancora più potenti della loro età “giovane”, sorprendendo per capacità di rinnovamento e tensione tenace: è il caso di Bernardo Bertolucci, il quale dopo una lunga parentesi di malattia grave e la perdita del fratello Giuseppe, trova la forza e un rinnovato slancio creativo per riprendere il suo discorso sul cinema. E non si parla esclusivamente di un ritorno dietro la macchina da presa: il regista classe ’41 tiene conferenze e dirige con maestria grandi eventi come quello della Mostra del cinema di Venezia.

Dopo la Palme d’or alla carriera (2011), Bertolucci decide di fare il suo coming back da director proprio a Cannes (2012) con il film “Io e Te”, “Moi & Toi”, nelle sale francesi dal 18 settembre. «Quando la mia immobilità forzata è per me divenuta quotidianità, ho pensato che la mia carriera cinematografica fosse ormai alle spalle. L’idea di non fare più film significava la fine di un capitolo e l’inizio di uno nuovo, ma non sapevo quale. Ho avuto bisogno di digerire che da quel momento in poi avrei dovuto spostarmi esclusivamente in sedia a rotelle. Poco a poco, ho appreso l’“arte” d’accettare la mia condizione e, da quel momento, ho saputo che mi sarebbe stato possibile fare film, di nuovo, ma in una nuova condizione. Seduto piuttosto che in piedi. […] Due anni fa, Niccolò Ammaniti mi ha confidato il suo romanzo (Io e Te). Erano trent’anni che non avevo girato in italiano. Avevo voglia di sentire parlare italiano in uno dei miei film, girato in Italia, con degli attori italiani. Sin dalle prime pagine del libro, c’è stata una scintilla… quella di un nuovo progetto… che sarebbe inevitabilmente diventato un film».
Bertolucci riparte paradigmaticamente dai giovani: “Io e Te” esplora i mondi diversi di due fratelli, Lorenzo e Olivia, che si scoprono mutualmente nelle viscere di una cantina isolata. Tra polverosi e ingombranti relitti di vite estranee, il difficile incontro segnerà un’emancipazione da quelle stesse rovine aliene, messa in atto, inconsciamente, e non senza conflitti, dal duo fraterno: sottile poesia e forza delicata dal gusto agrodolce. Il leitmotiv della pellicola è la versione italiana di “Space Oddity” di Bowie (“Ragazzo solo, ragazza sola” di Mogol), brano che appare nella colonna sonora delle sequenze di maggiore forza emotiva ed estetica. Oltre il ritrovato impulso “giovanile” (i temi della cinematografia del regista sono rivisitati con una tinta d’ottimismo), la rinascita di Bertolucci si traduce in volontà di sperimentazione di nuove tecniche: prima fra tutte quella del 3D. Per “Io e Te” sono state effettuate prove di tournage in tre dimensioni a Cinecittà: Bertolucci ha, però, abbandonato il progetto, in quanto la lentezza del processo mal si coniugava con il suo metodo d’inquadratura “spontanea”. Lascia sperare: «Non avevo immaginato, sino allora, quanto i 35 mm potessero incarnare la nostalgia dell’impressionismo. Ho, dunque, deciso di continuare a girare con la buona vecchia pellicola. […] Può darsi tra qualche anno…».
Il presidente della biennale di Venezia, Baratta ha insistito perché Bertolucci traducesse il ritrovato impulso creatore nella “missione” di presidente della giuria internazionale della 70° edizione della Mostra d’arte cinematografica, in nome di quella stessa gioventù celebrata dal cineasta: «Mi ha messo difronte a certe responsabilità che avrei davanti al cinema e a chi comincia a fare questo mestiere, sono crollato ed eccomi qui». Un compito che l’autore parmense ha portato avanti con assoluta e umile esattezza, coerenza: il giudizio espresso sui film in competizione ha, certo, tenuto conto dei particolarismi socio-culturali dei nomi in gara, ma il verdetto finale si è pronunciato nel clima dominante di amore/rispetto per l’essenza dell’espressione cinematografica. Tra le dichiarazioni di Bertolucci si scopre non solo la fatica di un professionista del cinema conscio della mole del giudizio critico relativo a una pellicola, ma anche l’incrollabile fiducia nei confronti della settima arte: «Il cinema non può cambiare il mondo, ma può crearlo». Vedere i leoni scintillanti tra le mani di Rosi, Avranas e Ming-liang suggella gli obiettivi del presidente, conformi alla sua Weltanschauung: «Spero che questa selezione ci regali molte sorprese, vincerà il film che ci sorprenderà di più. Il più imprevedibile».
Anche la ville lumière, amata dal cineasta italiano e protagonista dei suoi intrecci più morbidi (è superfluo citare “Ultimo tango a Parigi”, “The Dreamers”), ha deciso di cavalcare l’onda del ritrovato vigore del regista premio Oscar de “L’ultimo imperatore” (rimasterizzato in 3D per Cannes 2013), dedicandogli una retrospettiva alla Cinémathèque française (11 settembre-13 ottobre). Bertolucci presiederà, inoltre, una masterclass sul suo cinema il sabato successivo all’inaugurazione del ciclo, Bertolucci on Bertolucci: a confermare che il fare cinema non deve disgiungere la canonica direzione della macchina filmica dalla riflessione che l’universo/gli universi della sala buia spalancano.
Ciò che accomuna le tre prospettive del “rinascimento bertolucciano”, oltre all’indefessa passione per le muse del cinematografo, sono una candida umiltà e uno sguardo entusiasta, acuto e sorpreso, senza riserve e sempre vivido, instancabile: «Quando mi chiamano Maestro, vorrei sparire. Sono sempre il ragazzino con la cinepresa, quello della poesia». Chapeau!

domenica 29 settembre 2013, di Valentino N. Misino