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Caf’e Tricot Studio

Parlano quattro lingue, alcune sono melomani, altre scrivono, sono tristi quando un gattino muore, coltivano pomodorini indigesti nei loro orticelli, sono allegre e solari. Questa la descrizione dell’équipe che ha aperto di recente il Caf’e Tricot studio nell’11° arrondissement di Parigi.

Caf'é Tricot Studio

Caffè letterari, café chantant con musica e concerti, cybercafé per gli informatici. Forme simpatiche per associare un momento di incontro sociale e di relax con una delle passioni che ci animano : letteratura, musica, arte, videogiochi. Il caffé con l’uncinetto però non l’avevo mai sentito. E poi, nell’immaginario della gente, ferri da calza ed uncinetto fanno parte di un’infanzia ormai lontana, figure di nonnine munite di scialletto e intente a sferruzzare, un’arte quasi persa. Prova ne è un corso di italiano attraverso il teatro (Glottodrama) cui ho assistito all’università Paris I. Nel canovaccio della lezione, gli studenti dovevano far finta di incontrarsi su una metropolitana e una, sferruzzante, doveva rompere le scatole ai suoi vicini, leggendo il giornale sopra le loro spalle, cantando, attaccando bottone con sproloqui di vario genere. Bravissimi tutti ad interpretare il movimento della metropolitana, con tanto di frenate brusche, i gesti e le espressioni della rompiscatole, l’insofferenza dei malcapitati passeggeri. Unica pecca, nessuno di loro aveva la minima idea di quali fossero i gesti del lavoro a maglia : chi muoveva una sciarpa su e giù come se la stessa lavando a mano, chi la stropicciava, chi la tirava di qua e di là. Neanche la più pallida idea, come se non avessero mai visto qualcuno lavorare a maglia. Un’arte antica che riporta anche a momenti di socializzazione al femminile : ferri e uncinetti occupavano le mani (anche perché le donne devono sempre fare qualcosa di utile e almeno tre cose alla volta) mentre dalla bocca uscivano ricordi, racconti, pensieri, anche canti. E’ un po’ questa tradizione che Véronique Vieljeux ha voluto riprendere, come appunto si legge sul sito : “Convinta che i mali della terra si possano risolvere con una tazza di Earl Grey e una suite di Bach, trovo una grande pace nel tintinnio dei ferri che si incrociano e nella poesia di una matassa informe di lana che assume forma e senso in un golfino, un pagliaccetto, una tunica, un portapillole contro i dolori dell’emicrania. Al ritmico gesto di intreccio dei punti si sovrappone, confondendosi, quello delle storie e delle amicizie che ho avuto la fortuna di coltivare negli anni”. Una poetica dell’uncinetto che Véronique ha interpretato in chiave del tutto personale e moderna.
Francese nel DNA e italiana nell’anima, dopo gli studi di Architettura, si è trasferita in Italia dove, a parte una breve parentesi in Africa del Sud, è rimasta 27 anni tra Bergamo, Brescia e Bologna. Per 17 anni ha gestito negozi di abbigliamento per bambini, prima dei franchising di Jacadi poi dei negozi multimarca. A un certo punto si è stufata di questo tipo di lavoro e dell’ambiente e ha aperto a Bergamo un café tricot che funzionava molto bene. Quando l’anno scorso è tornata a vivere in Francia si è sentita da subito straniera, sradicata dal paese che sente suo. Ha deciso allora di ricrearsi un ambiente italiano.
Caf'é Tricot Studio“In che cosa la lana fa italiano ?” chiedo ignara. “In Francia comprano lana scadente, un misto di lana ed acrilico perché credono che quella pura sia difficile da lavorare e che non si possa mettere in lavatrice. In Italia invece la lana è di ottima qualità e costa anche meno perché il metodo di lavorazione è meno oneroso”, mi spiega Véronique Vieljeux che si vanta di vendere il mohair a 3 euro e 90 quando in qualsiasi boutique parigina costa sui 14. Qualità ma anche la scelta dei colori : nelle mercerie francesi ci sono sempre gli stessi colori mentre al Caf’e tricot c’è una scelta di oltre 200 colori per la lana ed altrettanti per il cotone. Tutti disposti con arte, in ordinate pile che sembrano sculture di lana.
E’ grazie a questa qualità tutta italiana che due stiliste hanno aderito subito al suo progetto, entrambe molto conosciute nell’ambiente della moda parigina : Babette Brouard, che lavora anche per il cinema e per il teatro (ha fatto i costumi per “Le petit Nicolas”) et Marie-Noëlle Bayard, che ha firmato per Lanvin, Kenzo, Michel Klein... All’équipe si è aggiunta una giovane stilista, Nadia Albertini (originaria della Corsica), una “ragazzina”, come viene affettuosamente chiamata, ma “con la testa piena di colori, di idee, di arabeschi, di linee, punti e stelle barocche”.
Oltre ai corsi di uncinetto, maglia, ricamo, impartiti dalle stiliste, gli studenti possono ottenere modelli con spiegazioni in quattro lingue e soprattutto, prendere un tè ascoltando la musica rilassante di Bach, per esempio, e riempirsi gli occhi di luce, di colori, di benessere. Molto tendenza. Provare per credere.

Caf’e tricot
2, rue Auguste Barbier
75011 Paris
Tel. 01 47 00 49 07
www.cafetricotstudio.com

jeudi 14 janvier 2010, par Patrizia Molteni