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Calcio di strada

Tratto da Nazione Indiana

È una regola eterna. Immutabile. Bisognerebbe riuscire a trovare una formula matematica. Quantomeno una riduzione numerica, una frase aritmetica, un tentativo di proporzione, un delirio logaritmico. Si dovrebbe trovare una traccia formale per poter comprendere i meccanismi ineluttabili e perenni che regolano le partite di calcio di strada. Il chiattone in porta, quello smilzo e veloce avanti, il robusto in difesa e a centrocampo, tutto il resto. Quello che non ha i piedi buoni ma sa lanciare, quello che sa correre veloce ma ha fiato corto, quello robusto ma non abbastanza stabile. Insomma a centrocampo va messo quello che sa fare tutto a metà. Ora però rispetto a qualche anno fa ci sono delle varianti. Quando ero ragazzino i portieri erano i peggiori. E la porta era una punizione tra le più umilianti. Un posto lontano da cui vedere la partita, ricevere dolorose pallonate in faccia che ti segnavano di rosso il viso per settimane, un ruolo dove eri costretto a raccogliere la colpa del gol subìto ed essere ignorato dagli abbracci del gol realizzato. Piuttosto che un giocatore il portiere era un raccattapalle mobile. Un ruolo terribile.
Spesso il posto del portiere era sopportato a turno ma quando non si trovava nessuno da umiliare in porta, da poter soggiogare nelle retrovie, quando insomma tutti i giocatori erano capaci di tener testa, allora si sceglieva di giocare a “porta americana”. Senza portiere. Due squadre si fronteggiavano cercando di segnare in un’unica porta con nessuno a difenderla : a turno, la squadra difende o attacca, alternandosi nei ruoli dopo ogni gol. Non mi è ben chiaro perché questa modalità sia stata definita all’americana. Una volta tornammo ubriachi da una festa con le quattro portiere dell’auto spalancate, urlando “andiamo all’americana”. Tutto quello che è strano e insensato o forse semplicemente esagerato, come giocare senza portiere o rischiare un incidente mortale, viene definito “americano”.
Oggi invece il portiere è realmente rivalutato. I portieri ora hanno donne bellissime, vincono i palloni d’oro. Così molti ragazzini scelgono di fare il portiere. I chiattoni della squadra non si sentono esiliati nelle retrovie, ma prescelti per difendere l’ultimo baluardo.
Nel centro storico di Napoli tutti i ragazzini neri vanno in porta da quando il Milan ha acquistato un portiere nero brasiliano. Un po’ come quei ragazzi che vengono dall’Argentina e godono di assoluta fiducia nelle proprie capacità sportive di riflesso, grazie a Maradona. Dopo la crisi argentina del 2000 che ha prosciugato i risparmi della piccola e media borghesia, sono sbarcati a Napoli molti argentini i cui avi erano partiti cento anni prima dal golfo. Ora i loro nipoti dopo aver implorato nelle ambasciate italiane il passaporto di ritorno che i loro avi avrebbero strappato volentieri, sono tornati ad abitare nei quartieri da cui erano fuggiti gli emigranti. Un percorso inverso che mai avrebbero immaginato di dover fare. I piccoli profughi dai cognomi italiani e nomi latinoamericani sono tornati a giocare nei vicoli dei loro trisavoli, a scalciare calci d’angolo sui piedi delle statue come i loro bisnonni. Il solo fatto di provenire dalla terra di Maradona, il solo fatto di avere una cadenza simile a quella del pibe de oro, basta per attribuire subito a questi ragazzini un carisma infinito e una bravura certa.
Il tocco, la conta che avviene tra i due capisquadra per scegliere i giocatori è un vero laboratorio antropologico. I capisquadra sono i più bulli, non sempre i più bravi. Anzi quasi mai. Ma sono quelli che sanno fare scivolate violente rovinando caviglie, che danno testate mirando al naso, che sputano con una mira da cecchino e beccano sempre la pupilla ben aperta. Sono quelli che sanno farla pagare a chi buca il pallone o lo fa finire dietro una cancellata. Ma il tocco è determinato dall’arbitrio delle dita lanciate davanti alle pance, e non c’è bravura, solo caso e fortuna. Se però la squadra dell’attaccante di talento inizia a comporsi di brocchi, il tocco diventa una condanna perché se intorno si costruiscono le scelte peggiori non si avrà alcuna speranza di vittoria. Allora spesso accade che mentre si compone la squadra, che può essere di tre, quattro, cinque o sei persone, il giocatore più forte si accorge chiaramente che il tocco gli è andato storto e il caposquadra sta scegliendo gli scarti. Così non gli rimane che gettarsi a terra e piangere. Senza vergogna alcuna, perché la vergogna di piangere nasce solo quando subisci uno schiaffo, ma piangere contro il destino del tocco è l’unico modo per tentare di rimischiare le dita e ritentare da capo e non c’è vergogna a protestare contro il destino. Dopo il pianto, associato a uno sbattere di piedi e un insieme di bestemmie, spesso non cambia nulla. Ma a volte può capitare che qualcuno rimescoli tutto e tenti di rifare le squadre pur di far cessare il pianto.

vendredi 17 juin 2016, par Roberto Saviano