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Intercultura

Cavallette alla bourguignonne

Di recente ho avuto un’esperienza curiosa, fonte di riflessioni interessanti. Arrivata a casa di una allieva per la consueta formazione in comunicazione interculturale, chiedo di poter andare in bagno a lavarmi le mani. Entro, mentre la signora mi dice di non preoccuparmi per le scatole messe sul mobiletto del lavabo, contengono insetti vivi, ma non sono pericolosi. Confesso che ho avuto un po’ di difficoltà a vincere la repulsione e far finta di niente, lavandomi con noncuranza le mani mentre si continuava a conversare. La signora mi spiega con molta disinvoltura che il figlio, all’ultimo anno della prestigiosa scuola di Versailles che forma architetti dei parchi, doveva preparare qualcosa per la giornata porte aperte e aveva pensato di proporre degli insetti cucinati per la buvette dello stand. Chiedo, stupita, perché offrire insetti da mangiare. Risposta: perché con la sovrappopolazione del pianeta ci sarà penuria di risorse alimentari, quindi tanto vale prepararsi e nutrirsi di insetti, che hanno un altissimo contenuto proteico.
Per capire la ragione di questa scelta, bisogna far appello a una delle categorie che il sociologo Gert Hofstede ha messo a punto nel 1981 attraverso un’indagine presso centosedicimila dipendenti di una multinazionale americana, categoria che egli chiama “controllo dell’incertezza”. La domanda era: “Vi sentite nervosi o tesi al lavoro?”. Le risposte previste variavano fra “moltissimo” e “per niente” e rivelavano che certe culture si sentivano più a proprio agio di fronte al futuro dimostrando di saper gestire meglio l’angoscia legata al cambiamento, vivendo l’imprevisto e l’ignoto con più facilità di altre, che invece tradivano un profondo malessere.
Analizzando le risposte, Hofstede teorizza tre modi diversi di gestire questa angoscia: la religione, la tecnologia e la legge. Nel primo caso, la cultura affida l’imperscrutabilità del futuro alla divinità, la sola ad avere il potere di gestirlo. Negli altri due casi, ci si affida alla tecnologia e alla legge per prevenire i rischi legati al futuro. Queste visioni sono strettamente connesse ad un concetto lineare del tempo, proprio dell’Occidente e non condiviso da tutte le culture. Ma a noi interessa il confronto fra due culture occidentali, quella francese e quella italiana.
La cultura italiana ha un basso controllo dell’incertezza, per cui si accetta più facilmente la vita con tutti i suoi imprevisti, si manifesta un certo fatalismo che riduce l’ansietà e lo stress, il tempo non è sinonimo di denaro e lo si gestisce in libertà, il lavoro in sé non è una virtù, ma un necessità, i conflitti possono essere gestiti in modo ludico e utilizzati in maniera costruttiva, il relativismo e l’empirismo premiano su altri valori, si trova facilmente l’inganno una volta fatta la legge, ci si affida volentieri al buon senso. Nella pratica professionale questo si traduce con una notevole capacità di improvvisazione creativa, di cambiamenti all’ultimo momento, di scarsa fiducia nelle procedure scritte, di relativa considerazione per gli impegni presi e per gli orari, compresi quelli ferroviari, accettandone di buon grado le relative conseguenze.
La cultura francese è al contrario una cultura ad alto controllo dell’incertezza, la vita è vissuta come una continua minaccia che genera un flusso sotterraneo e ininterrotto di ansia e stress, il tempo è denaro, per cui bisogna utilizzarlo nel modo più razionale possibile, il lavoro ha una forte connotazione etica e quindi rappresenta una virtù in sé, non si gestiscono i conflitti in modo ludico, ma incoraggiando nei rapporti personali l’esame delle opinioni divergenti per arrivare all’unanimità nelle decisioni, i valori condivisi vengono vissuti come assoluti e sono fonte di dettagliate regole scritte, che se infrante provocano l’emarginazione, al buon senso si preferisce la conoscenza tecnica. Si profila all’orizzonte un problema di risorse alimentari? Si gestisce l’ansia legata a questa notizia cominciando ad abituarsi a mangiare cavallette.
Il risultato di questa differenza sul lavoro? Le eccessive procedure dei francesi saranno inevitabilmente disattese dagli italiani, il buonumore italiano nel gestire i contrattempi sarà fonte di irritazione per i colleghi francesi, che sentiranno questi contrattempi come il risultato della loro incapacità a prevedere tutta la gamma possibile di eventualità. Ma non scoraggiatevi: uno degli argomenti che davanti alla macchina del caffé può riavviare la conversazione è la semplice riflessione: «Ho un problemino con il professore di mio figlio...» Il collega francese sarà felice di darvi dei consigli in proposito.

mercoledì 4 luglio 2012, di Marzia Beluffi