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Chi è al buio vede più chiaro

Quelli che hanno l’abitudine di leggermi, sanno che non amo prendermi sul serio : la vita è già abbastanza tragica così, ci mancherebbe altro che non ci ridessimo sopra. Ci sono, però, non degli argomenti, ma delle situazioni che si prestano male alla leggerezza. Dunque, siete avvisati : per una volta, niente scherzi e non perché non ne abbia voglia, ma perché non vorrei che i miei lettori potessero fingere di non capire, non capire a qual punto la situazione sia già tanto ridicola in sé da dover esser presa estremamente sul serio.
Di quale situazione parlo ? Di quella del nostro povero, bel paese, l’Italia.
Non perderò neppure tempo a fare degli esempi : se non condividete con me questo sentimento di rabbia impotente ogni volta che leggete qualcosa sull’attualità italiana, o non siete italiani o vi siete fumati il cervello.
Non lo nascondo, anch’io ho avuto la tentazione di rinunciare, di chiudere gli occhi e girarmi dall’altra parte. Ho cambiato la mia home page, ho smesso di comprare giornali italiani, ho disattivato il satellite. Ma non ce l’ho fatta, è più forte di me, imbroglio, vado comunque a vedere i titoli su internet, sbircio le copertine… e, immancabilmente, mi incazzo. Dunque, ho deciso che, prima di capitolare, almeno per aver la coscienza in pace, bisogna fare ancora uno sforzo e prendere le mie, anzi le nostre (perché da solo non potrò davvero farci nulla) responsabilità.
Più discuto, più leggo, più rifletto e più mi rendo conto di quella che sembra essere un’evidenza : i soli italiani ad avere une visione realista dello stato di disfacimento del loro paese, sono quelli che risiedono all’estero. Non tutti quelli che risiedono all’estero, ma praticamente solo loro.
Quando parlo di quello che succede in Berlusconia con qualcuno che ci vive, anche se non è un succube del Cavaliere, mi sembra di avere a che fare con uno di quei mariti che tutto il paese conosce come emeriti cornuti e che sono i soli a non voler saper niente delle scappatelle della consorte.
Il livello di proposizione politica di quella che storicamente si definisce come la sinistra italiana è completamente surrealista. I suoi rappresentanti, presi in tenaglia come le legioni romane a Canne, tra il fascino che esercita su di loro il berlusconismo quotidiano e la necessità vitale di tenersi ben strette al sedere le poltrone che ancora riescono a conservare, non sanno far altro che allinearsi sul (tragico) livello di dibattito imposto loro dalla destra, quando non si tratta dell’estrema destra. La loro miopia politica è arrivata, ed ancora arriva, fino a considerare per intermittenza Bossi come un’ancora di salvezza. Di Berlusconi hanno ormai assimilato tutto : i gadget, il look, il linguaggio e una gran parte del modo di pensare (se così lo si può definire) : tutto gli sembra normale. Visti da lontano (e nemmeno tanto, diciamo dalla Francia, per esempio) diventano praticamente indistinguibili.
Quando fate leggere agli amici « residenti » quello che pensa la stampa estera (tutta la stampa estera, praticamente senza eccezzioni, bipartisan, come dicono loro) dell’Italia e del suo leader massimo, vi spiegano che non bisogna esagerare, che non potete capire. Vi ricorderò solo quello che scriveva un anno fa il noto bollettino extra-parlamentare inglese The Financial Times, parlando del signor Berlusconi e della situazione italiana in generale : « Che egli sia così dominante è anche in parte colpa di una sinistra esitante, di istituzioni deboli ed a volte politicizzate, di un giornalismo che troppo spesso ha accettato un ruolo subalterno ».
Siamo chiari : il potere di Berlusconi non è una dittatura, perché le dittature sono riservate ai paesi poveri e l’Italia è oggi, per fortuna, un paese ricco. Ma troppi italiani accettano senza reagire il sistema di pensiero tipico delle dittature e persino la riabilitazione di quella che una dittatura (in più di una tragica buffonata) lo è stata per davvero : il ventennio fascista.
Per farla corta, dove voglio arrivare ? Non si può combattere qualcosa senza avere le idee chiare e non si possono avere le idee chiare quando si soffoca, presi nei tentacoli dell’avversario : come nel rugby, ci vuole qualcuno che abbia una visione generale, al di fuori della mischia, per sapere come far uscire il pallone e dove dirigere il gioco.
Temo dunque che questo compito incomba oggi alla diaspora italiana, a quelle centinaia di migliaia di persone che hanno abbandonato il loro paese non solo, come i loro antenati, per cercare una situazione professionale più interessante, ma anche perché non riuscivano più a sentirsi a casa loro nel regno della « Videocracy » (un documentario che dovrebbe essere proiettato nelle scuole della penisola, se vogliamo tentare di salvare le prossime generazioni dal cretinismo).
Non si tratta semplicemente di creare un ulteriore partito politico o un movimento in seno a quelli già esistenti, ma di riflettere sul modo di gettare le basi per une nuova cultura per l’Italia di domani, che si sforzi di uscire dal gorgo in cui la stanno trascinando tanti decenni di compromessi e di cedimenti.
Anche se possiamo dirci e vivere più come europei, o anche cittadini del mondo, che italiani, ve la sentite voi di abbandonare ogni speranza di poter di nuovo parlare con orgoglio della terra in cui siete nati ? Personalmente, comincio ad averne piene le tasche dell’ironia (per una volta giustificata) degli amici francesi e non vorrei dover sempre e solo far appello al nostro glorioso passato per poter rispondere. Quanto alla capacità di rifondare qualcosa di veramente nuovo da parte delle élite transalpine, davvero non ci credo più.
E’ un’altra Italia che vorrei, non per forza uno stato o una nazione, ma un riferimento culturale che, prendendo radice nella nostra storia, sia capace d’immaginare e di proporre un altro modo di concepire il vivere civile, cioè la civiltà, ed i suoi valori. Lontano dai puttanieri, lontano dalle veline, lontano dai SUV e dalle Leghe.
E’ un’altra Italia che vorrei, e mi pare che siamo proprio noi, italiani all’estero, a dover cominciare a cercarla, perché da qua dove siamo, vediamo più chiaro.
Un giornale come Focus in può essere un primo, importante strumento in questo senso. Sostenerlo, farlo vivere e sviluppare diventa dunque quasi una necessità. Aprire le sue pagine a questo dibattito, un dovere da parte nostra.

samedi 12 juin 2010, par Franco Lombardi