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Chi ha paura dell’uomo nero ?

Un gioco della mia prima infanzia cominciava con questa esclamazione minacciosa : “chi ha paura dell’uomo nero ?” gridata dal bambino che “stava sotto” e che dava il via a una corsa folle degli altri bambini, i quali, urlando, dovevano raggiungere e toccare un muro di salvataggio senza farsi prendere.

La frase gridata conteneva la parola “paura” e l’espressione ”l’uomo nero” che oggi potrebbe essere equivocata, ma che allora non aveva nessuna connotazione razziale, e si limitava a concentrare tutti i terrori infantili : dal lupo, all’orco, alla strega. Ci prendevamo gioco della paura, deliziandoci del batticuore per la corsa alla “tana”.
Ma il batticuore della paura non è sempre fonte di gioco e delizia. Tutt’altro. La paura è il tema dominante di molte sedute psicanalitiche. Essa si presenta declinata in tanti modi e in tante forme nel discorso delle persone che vengono in analisi. A volte si tratta di una paura angosciante e opprimente, a volte è più ineffabile ma comunque in agguato, altre volte è appositamente cercata o provocata con lo scopo di mettersi alla prova, oppure si presenta con una funzione anticipatoria, come nella paura di ... aver paura.
Le mille facce della paura rendono questo termine talmente polisemico che ci si può chiedere se sia logico usare sempre la stessa parola per tante situazioni così eterogenee.
La lista è infinita : la paura dell’aereo, quella della metropolitana, di salire su un ascensore o su una barca ; la paura degli esami, di parlare in pubblico, delle interrogazioni, di sbagliare, di fare brutte figure ; la paura dell’altro sesso, la paura dell’amore, degli incontri, delle donne, degli uomini, della solitudine, dell’abbandono ; la paura dei ladri, delle aggressioni, di essere imbrogliati, di essere derisi, delle brutte figure. E ancora la paura del buio, del temporale, degli scarafaggi, dei topi, degli insetti, dei serpenti, dei cani, ecc ; la paura degli incidenti, delle disgrazie, di finire in miseria, delle malattie, della morte. Solo alcune delle tante manifestazioni della paura, un fenomeno che non conosce distinzioni di età e di ceto sociale. In questo senso la paura è estremamente democratica.

Paure senza senso ?

La classificazione delle turbe psichiche definisce alcune di queste paure con il nome di fobie. Brevemente possiamo dire che sono considerate fobie le paure che sembrano irrazionali e non motivate, le paure che le stesse persone interessate, definiscono come paure senza senso, spesso umilianti e insormontabili.
Ci sono poi le paure infantili, quelle notturne, quelle che fanno restare i bambini immobili al centro del letto, attenti a non sporgere neppure un centimetro di un braccio o di una gamba, perché sotto il letto ci potrebbero essere mostri orrendi e minacciosi, accucciati nell’ombra e pronti all’attacco. Negli angoli oscuri della stanza e nel fondo dell’armadio si annidano pericoli spaventosi, che le rassicurazioni dei genitori e le verifiche ripetute non bastano a dissipare.
Eppure nello stesso tempo il bambino ama esorcizzare le sue paure sfidandole nel gioco e nelle favole, si diletta con pupazzi mostruosi e terrificanti, si appassiona a storie e a film su dinosauri (possibilmente carnivori e ferocissimi !), distruzioni intergalattiche, catastrofi cosmiche, adora urlare di terrore su giostre vertiginose e sui trenini-fantasma dei luna park.
Nessun genitore si preoccupa troppo, a giusto titolo, di queste apparenti contraddizioni, sappiamo che fanno parte dell’età evolutiva e che sono passaggi legati allo sviluppo. Le cose diventano più serie quando queste paure permangono troppo a lungo, invalidando la vita quotidiana, producendo rinunce dolorose e perdite di occasioni e di relazioni.
Recentemente ho avuto in cura un adolescente che a quattordici anni esigeva di dormire nel letto dei genitori, terrorizzato dall’eventualità di essere rapito dagli extraterrestri durante la notte. E’ evidente che queste situazioni sono dei campanelli di allarme. Qualcosa non va, il ragazzo ha bisogno di aiuto. Non si tratta sicuramente di convincerlo, con dimostrazioni scientifiche, dell’inesattezza delle sue credenze, né di dimostrargli quanto sicura sia la sua casa e quanto improbabili siano le eventualità che lo spaventano. Le paure coprono una insicurezza di altra natura, che non ha niente a che fare con quella espressa e provata dal ragazzo. Non dobbiamo pensare che ci sia finzione o ancora meno debolezza cognitiva. La vera ragione della paura è sconosciuta al ragazzo stesso. Noi possiamo solo fare l’ipotesi che la paura dichiarata stia al posto di un’altra paura, inconfessabile, probabilmente inconscia e che spesso ha a che fare con un profondo senso di colpa che ha preceduto la paura stessa. Lavorare sulle formazioni dell’inconscio permette di elaborare questi nuclei sintomatici e di aiutare l’adolescente a liberarsi da trappole di sofferenza e di umiliazione.
Il mondo degli adulti non è esente dal fenomeno delle fobie. Si tratta quasi sempre di un sintomo nevrotico, cioè legato a un processo di rimozione, a sua volta risultato di un conflitto psichico. La persona che ne soffre dice allo specialista : “non capisco, non so perché ho questa paura. So benissimo che sono rarissime le probabilità che l’ascensore si blocchi, che l’aereo precipiti, che la metropolitana si rompa in galleria, eppure la paura è più forte di me, non riesco a superarla”. L’impotenza di fronte alla sua paura è vissuta dalla persona fobica con sofferenza e vergogna.

Scuse e pretesti

La paura della solitudine e dell’abbandono non sono considerate fobie, non destano la stessa perplessità, ma possono essere molto invalidanti e creare rapporti di dipendenza dolorosi. Ci sono poi le paure definite con il termine : inibizioni. Sono quelle che bloccano l’agire, minano i progetti, producono i rimandi e fanno annullare gli impegni presi. “Alla fine non ho avuto il coraggio di andarci, ho telefonato dicendo che non stavo bene” mi diceva una ragazza dopo aver passato una settimana a cercare il coraggio per andare ad una festa di amici a cui era stata invitata. Oppure la paura fa arrivare troppo tardi a un colloquio di selezione professionale, quando non vengono prodotti alibi e scuse per annullarlo : “tanto non serve a niente, tanto vanno avanti solo i raccomandati, ecc...” La rinuncia è l’altra faccia della paura, l’evitamento ne è la scappatoia più frequente, oppure il ripiegamento su se stessi, la chiusura, l’idea che comunque si è diversi e che non c’è niente da fare.
Invece c’è molto da fare. Per quanto riguarda le fobie, abbiamo già detto che l’oggetto fobico, (l’aereo, l’ascensore, i topi....) è il rappresentante della reale paura nascosta. E’ come un prestanome, un concentrato ridotto e come tale molto più facile da manipolare e da evitare, rispetto al motivo profondo e veritiero della paura. Il nucleo ansiogeno è spesso molto precoce, si assopisce in certi periodi e riesplode nei momenti critici : l’adolescenza, l’insorgenza delle pulsioni sessuali, l’inizio della vita professionale, l’incontro con l’altro sesso, l’esperienza di un lutto, quella di un trauma. Questi momenti non sono la causa della paura fobica, ma funzionano come fattori scatenanti della paura, sulla base di un conflitto già presente ; è come se provocassero la rottura di una diga (di una difesa) che teneva indietro le acque minacciose. Allora la fobia si forma come difesa estrema, come roccaforte di protezione, che per quanto paradossale, dà comunque l’impressione alla persona fobica, di potersi difendere, di avere ancora uno spazio decisionale a sua disposizione : può prendere o no l’ascensore, può salire o no sull’aereo. Questa funzione di estrema difesa non va trascurata durante una cura. E’ piuttosto facile togliere una fobia con un metodo di psicologia comportamentale. Tuttavia noi psicanalisti diffidiamo dei metodi basati sulla suggestione o sull’addestramento emozionale, perché riteniamo che far “saltare” la fobia-difesa senza aver analizzato e decifrato la struttura inconscia che l’ha provocata, può essere molto pericoloso, può lasciare la persona completamente sguarnita delle sue difese e farla cadere in stati di ansia e di depressione non compensati dal fatto di poter finalmente prendere l’ascensore o l’aereo. Ecco perché l’approccio psicanalitico non affronta il sintomo direttamente, ma segue e lavora sulle formazioni dell’inconscio per produrre degli spostamenti soggettivi più profondi e duraturi.
Marco, un ragazzo di 16 anni è venuto nel mio studio a parlarmi del suo terrore dei cani. Questa fobia lo obbligava a rinunciare alle uscite con gli amici, ai campeggi estivi in montagna, alle gite in campagna. La sola idea di incontrare per caso un cane e di mostrare così il suo terrore ai compagni lo richiudeva in casa e comprometteva seriamente la sua vita sociale e il suo sviluppo. Nel lavoro analitico l’importante non è stato il suo discorso sui cani e sulle emozioni-paure che essi provocano ; il momento importante è stato quando Marco ha potuto affrontare e analizzare la sua relazione con il proprio padre e ha potuto portare alla coscienza un conflitto doloroso, un odio profondo provato nei confronti del genitore, un desiderio di morte inconfessato a sé stesso, ma operante a sua insaputa. L’amore (cosciente) nei confronti del genitore non gli permetteva di riconoscere questa aggressività, questa ambivalenza. Il senso di colpa inconscio e la minaccia di ritorsione della propria aggressività sulla sua persona, avevano trovato nella figura del cane aggressivo e pericoloso una controfigura accettabile alla coscienza e di fronte alla quale poteva bene o male difendersi anche se a costo di sacrificare la sua vita sociale. Poter elaborare in seduta questo rapporto conflittuale con il padre è stato per lui molto più produttivo di quanto non lo fossero le sedute passate a parlare dei cani.
Avere paura, per un adolescente è spesso insopportabile e umiliante. Il modello vincente proclama eroi coraggiosi e invincibili. Così abbiamo ragazzi che, assaliti da paure che considerano irrazionali, si confrontano con sport estremi e pericolosi, per focalizzare la loro paura su qualcosa di concreto e dimostrare a se stessi e agli altri un coraggio ostentato. Le corse folli in macchina o in moto che i film americani ci hanno trasmesso ne sono un esempio. Altri trovano una compensazione alla loro paura esistenziale nell’affiliazione a gruppi estremistici che inneggiano alla forza e alla superiorità. Ostentano così segni sul corpo e nell’abbigliamento che sono messaggi della propria “potenza” : teste rasate, anfibi, chiodi, tatuaggi, ecc...a seconda delle mode e delle epoche. Quasi sempre possiamo leggere dietro queste ostentazioni di forza, una grande fragilità e una sotterranea e inconfessata paura. La storia ci insegna a quali effetti può condurre tale attitudine.

La paura dell’Altro

Come non parlare in questo contesto della paura
dell’altro, del diverso, dello straniero, una paura che provoca atteggiamenti di rifiuto, di lotta, di emarginazione e di razzismo ; una paura che produce l’attualità di esclusione e di violenza a cui ci confrontano tutti i giorni le cronache.
Non dobbiamo dimenticare inoltre che la paura è un forte deterrente utilizzato dai politici e dai governanti per giustificare l’introduzione di misure repressive (di sicurezza !) e l’uso indiscriminato dell’autorità con il plauso della popolazione.
L’attuale crisi economica ha acuito antiche paure di fronte alla minaccia della precarietà e della povertà. La generazione a cui appartengo e quelle successive in Italia e in Europa occidentale, in generale non hanno sofferto la fame, non hanno patito la miseria di epoche precedenti. Lo spettro dell’incertezza lavorativa, della perdita del lavoro o dell’eterno precariato ora alimentano paure obiettive, preoccupazioni tutt’altro che nevrotiche. Eppure anche in questo campo così reale, così concreto, il modo di reagire alle incertezze è diverso a seconda della struttura psichica di ciascuno. Sembra una ovvietà, eppure ci è utile tenerne conto, quando la sofferenza psichica, l’angoscia del futuro, l’ansia generalizzata e invasiva cresce a livelli di allarme, facendoci capire che oltre alla crisi economica, qualcos’altro agita le notti e le giornate della persona angosciata.
La paura del futuro, è costituzionale per gli esseri umani. Noi nasciamo incompleti e bisognosi di tutte le cure. A differenza di altri cuccioli del mondo animale, che rapidamente possono provvedere alla loro sopravvivenza, il cucciolo dell’uomo, alla nascita, non ha nessuna possibilità di sopravvivenza e questo stato di fragilità perdura molto a lungo. Così il tempo neo-natale è un tempo di esposizione a tutti i rischi. La relazione con l’altro (materno, genitoriale...) inizia in una situazione di totale dipendenza. La paura dell’abbandono ha le sue radici in questa preistoria della nostra vita, dove nulla garantisce il “ritorno” della mamma, del latte, della protezione, quando per un momento vengono a mancare. Ogni attacco di fame è una minaccia mortale, ogni pericolo è fonte di terrore. La paura affonda le sue radici in questo tempo dove ancora non si sono create le strutture necessarie per anticipare almeno mentalmente la soluzione del terrore. La relazione rassicurante, ma non soffocante con l’adulto modulerà lo svezzamento psicologico e la capacità di autonomia e di resistenza del bambino di fronte alle frustrazioni. In questo senso gli estremi sono sempre dannosi. A tutti è chiaro che l’indifferenza e la distanza affettiva sono deleterie, ma alcuni non sanno che anche troppa presenza, troppe facilitazioni possono produrre bambini paurosi. “Non vuole assolutamente dormire solo, non mangia ancora da solo, non sa giocare da solo, non vuole fare i compiti da solo, non è autonomo” sono frasi che ascolto nel mio lavoro e che i genitori mi portano a volte come sentenze senza appello. Spesso questi bambini “amorevolmente” aiutati da una presenza costante dell’adulto in tutte le loro prove, bambini a cui sono evitate tutte le frustrazioni dello sviluppo, manifestano un’inadeguatezza non giustificata da alcun deficit. Tuttavia i genitori non vanno accusati di tutti i sintomi dei figli. Ognuno di noi è responsabile delle proprie posizioni, e responsabile non significa colpevole. I genitori trasmettono al bambino il proprio ideale di figlio. E’ naturale che ogni genitore sogni e anticipi nelle sue fantasie un figlio con grandi potenzialità : intelligente, sano, bello, capace. Noi costruiamo il nostro Ideale dell’Io partendo dai legittimi sogni dei nostri genitori, dalle loro aspettative, dai loro desideri. Una volta introiettato, questo Ideale ci può orientare e guidare, ma può anche diventare un macigno ostacolante, perché irrangiungibile e troppo lontano dalla nostra realtà, dalla nostra umana imperfezione. La non coincidenza dell’Io con l’Ideale è cosa normale, tuttavia per alcune persone questo divario è insopportabile, è fonte di angoscia, di paura. Anche le figure genitoriali decadono dal loro piedistallo di infallibilità, cessano di essere i “risolutori” dei problemi ; le onnipotenze attribuite agli adulti si sgretolano e ciascuno è prima o poi confrontato a quella parte di paura costituzionale e ineliminabile, data dal fatto che siamo esseri mortali. Ciò che per ciascuno è in gioco, è la paura di vivere, quella che ci ha assalito al primo vagito, con la quale ci confrontiamo fino all’ultimo respiro. L’angoscia provocata da questa paura può anche essere ignorata, rifiutata, negata ; ci si rifugerà allora nella rinuncia, nell’apatia, nella depressione, nell’ansia e nei sintomi ostacolanti. L’alternativa è la traversata dell’angoscia, la traversata della tempesta e non il suo evitamento, naturalmente con l’obiettivo di superarla, una posizione etica che permette di acconsentire alla dimensione umana, di trasformare la propria imperfezione, i propri limiti e la propria paura, in un’occasione di lavoro, di ricerca, di rimessa in gioco. Assumere il rischio della propria vita, è un’avventura non esente da un pizzico di paura, ma, come i nostri giochi dell’infanzia ci hanno insegnato, senza questo piccolo e occasionale batticuore, la nostra avventura umana sarebbe altamente insipida e noiosa.

Cinzia Crosali, psicologa italiana a Parigi La dottoressa Cinzia Crosali, psicologa clinica e psicanalista, pratica a Parigi. E’ iscritta all’Albo degli Psicologi e Psicoterapeuti della Regione Lombardia. Laurea in Psicologia presso l’Università di Padova. Specializzazione in Criminologia presso la Facoltà di Medicina Legale, Università di Milano. DEA in Psicanalisi presso l’Università di Paris 8 (Parigi). DESS in Psicopatologia Clinica presso l’Università di Rennes. Dottorato in Psicanalisi e in Psicologia Clinica presso l’Università di Bergamo e di Paris 8. Riceve su appuntamento e può essere contattata al numero : 06 10 02 77 52 o via mail : Cinzia Crosali.

dimanche 13 juin 2010


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