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Come a Genova

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© Valeria Palma

Il 15 ottobre 2011 ero in Spagna. La scrittura mi porta sempre altrove e una casa in prestito, fuori stagione, era perfetta per isolarmi e incominciare - forse - il nuovo romanzo. Si va altrove per staccare, soprattutto dall’Italia attuale (che poi è il tema di Sentiments subversifs), ti inserisci per un po’ di tempo in un contesto diverso, una lingua diversa, salvo che poi siamo nell’epoca della connessione, e l’aggancio al presente è perpetuo, inevitabile. Da Roma, nel primo pomeriggio del 15 ottobre mi è arrivato l’sms di un amico: qui è come a Genova, ha scritto. Chissà per quanto ancora il nome di Genova sarà sinonimo di caos, scontri, violenza. Sono andato al solito caffè in piazza, che offre il wifi gratis ai clienti, ho sintonizzato l’iPad sul sito di Rainews 24 e sono stato lì a guardare la diretta degli scontri fino alla fine. Ho anche pianto, davanti a quelle immagini, non lo nascondo, dietro gli occhiali da sole, però: come potevo spiegarlo a spagnoli, tedeschi, olandesi, francesi, quello che stavo vedendo? Ho preso molti appunti, quel pomeriggio, utili più per un racconto, che per una riflessione.
La mattina dopo, Focus in mi ha chiesto se volevo scrivere un testo su quanto successo. Non so, ho risposto. Ora lo sto facendo, ma mi rendo conto che la riflessione l’avevo già fatta, settimane prima, dopo gli scontri in Val di Susa, in un articolo uscito sul Corriere del Veneto. Riscriverei quelle stesse cose, e allora lo riporto qui, ritoccato qua e là, perché basta aggiungere Roma, ogni volta che leggerete Val di Susa, e tutto sarà ancora, ahimè, perfettamente attuale. E lo è anche adesso, un mese e mezzo dopo, adesso che in Italia c’è un governo tecnico, adesso che tanti credono si sia voltata pagina, che tutto sarà diverso. Trent’anni di berlusconismo (sì, tutto parte da inizio anni ottanta, con Telelombardia) hanno fatto disastri tali dentro ciascuno di noi, che non basteranno due generazioni, temo, per ritornare a una decente normalità. Aspettando, nel frattempo, il default, la fine della moneta unica, il crollo dell’Europa. Che bellezza.
Erano tanti i veneti, domenica scorsa, in Val di Susa. Alcuni di loro sono stati feriti, altri fermati. Loro e tanti altri sono stati definiti nei modi peggiori. A torto? A ragione? Intanto, nell’attesa di sapere come sono andate le cose (ricordate Genova? Ricordate, vero, che subito dopo gli scontri si leggevano e ascoltavano le stesse identiche dichiarazioni di questi giorni, vero? Ricordate i cori unanimi?), in quest’attesa, oltre alla condanna delle violenze – doverosa – bisognerebbe domandarsi il perché di tanta rabbia. I black bloc sono una semplificazione, una delle tante con le quali, da tempo, in Italia, liquidiamo le complessità. Li si è evocati prima di Genova, e sono puntualmente comparsi, li si è evocati prima delle manifestazioni in Val di Susa, e sono di nuovo ricomparsi. Precisato questo, bisogna ritornare alla rabbia. Una rabbia che nulla ha a che fare con le stravaganti posizioni ufficiali che si sentono in questi giorni (il “tentato omicidio”, caldeggiato dal ministro dell’interno). Io non so come sono andate le cose in Val di Susa, ma so che non sono andate come ci stanno dicendo oggi. Lo so perché non è con la semplificazione che racconti le vicende di quest’Italia. Con la violenza non si va da nessuna parte, lo sanno tutti. Ma, ammesso e non concesso (e sottolineo il non concesso) che gli scontri in Val di Susa siano scaturiti da centinaia, forse più, di giovani arrabbiati, dovere di tutti sarebbe quello, un secondo dopo le condanne – ripeto, doverose, se le cose fossero andate come dicono le istituzioni – di domandarsi il perché di tanta rabbia. Per quale motivo un ragazzo di diciotto, vent’anni, che frequenta un’università carissima e sgangherata, senza alcuna prospettiva per il suo futuro, o un ragazzo precario o, peggio, disoccupato, perché mai, costoro, oggi, in Italia, non dovrebbero essere incazzati? Perché mai davanti a una grande e grandemente inutile opera come la Tav, che costerà dai 17 ai 22 miliardi di euro (e dall’Europa arriveranno soltanto 900 milioni e rotti), perché mai questi ragazzi non dovrebbero essere incazzati? Queste sono le domande, doverose, che tutta la classe politica, ma quanto meno quella che si propone di sostituirsi all’attuale maggioranza, dovrebbe porsi. Perché se da una parte crediamo che il vento del cambiamento e dell’indignazione spazzerà via l’attuale classe politica, dall’altra sembra per ora ben più concreto il rischio che sarà, di nuovo, il vento fetido e velenoso dei gas di Genova e della Val di Susa, ad annientare l’indignazione. Allo stato attuale delle cose in questo paese, la deriva greca sembra talmente ineluttabile che far finta di niente, liquidare la rabbia con le solite formulette semplificatorie e consolatorie è pura stoltezza. L’Italia è in mano a una classe dirigente che non solo non è in grado di governare il paese, ma è del tutto incapace di leggere la contemporaneità. Questo, i ragazzi della Val di Susa, lo sanno. E tutti quelli che, pateticamente, puntualizzano dicendo che non erano della Val di Susa, i “provocatori”, non capiscono che la Val di Susa, oggi, così come le immondizie a Napoli, è e sono il ritratto di quest’Italia. Ma come si fa a non capire che un ragazzo, di fronte ai bunga bunga, ai Bisignani con ufficio a Palazzo Chigi, a tutto lo schifo che quotidianamente si sdipana - impunito - davanti ai suoi occhi, come si fa a non capire che un ragazzo ha pochi, pochissimi strumenti a sua disposizione per farsi sentire? Proprio perché gli strumenti democratici – esprimersi attraverso lo studio, il lavoro, la creatività, la politica – gli sono stati via via sottratti? Semplificare il tutto con visioni da cinquantenni imbolsiti e in panciolle è gravissimo. Liquidare le scintille della Val di Susa come si sta facendo ci renderà tutti colpevoli – ammesso non sia già troppo tardi – di una deriva greca, se non peggio, per il nostro paese. Del resto, provate a porvi questa domanda: a parte il Presidente della Repubblica Napolitano, quale istituzione, oggi, in Italia, ha l’autorevolezza, l’autorità, ma, soprattutto, la credibilità per dire a questi ragazzi che stanno sbagliando? Perché, ammesso e non concesso che stiano sbagliando, non è criminalizzandoli (o manganellandoli) che il disagio davanti al quale ci pongono, si risolverà.

Roberto Ferrucci è scrittore, autore di Ça change quoi, Seuil 2010 e Sentiments subversifs, Meet 2010)

giovedì 8 dicembre 2011, di Roberto Ferrucci