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Andrea Inglese

Cosa c’entra la poesia con la disoccupazione?

Conversazione con Tiziana Jacoponi

Come si diventa poeta?
La classica risposta è: perseverando. Tutti sono poeti nell’adolescenza. Chi persevera in età adulta rischia di diventarlo per davvero. Il mio percorso è stato dal punk dei CRASS e dei Dead Kennedys all’antologia Einaudi dei poeti maledetti, che un prof illuminato mi ha messo tra le mani. Così mi son trovato a leggere all’inizio degli anni Ottanta Rimbaud e Baudelaire, e ho sincronizzato i loro testi con la musica punk che ascoltavo a quell’epoca, e il mio schifo per il mondo adulto. Insomma, non so se fra cento anni i gruppi punk degli anni Ottanta avranno ancora qualcosa da dire agli adolescenti, ma io Rimbaud lo ricevevo, a un secolo di distanza, forte e chiaro. Ma questo fu solamente il punto d’avvio. Credo che, come per altre forme d’arte, la poesia funzioni in qualche modo attraverso una sorta d’iniziazione. Per alcuni anni ho scritto poesie immaginarie, cioè delle cose che io credevo fossero poesia ma non lo erano. Solo cominciando a leggere di più e meglio, e cominciando ad ascoltare e a conoscere qualche poeta, sono finalmente riuscito a scrivere le mie prime brutte poesie. Oggi spero, dopo più di vent’anni di attività, di aver scritto qualche bella poesia, magari addirittura un bel libro. Ma di questo non vi possono essere certezze.

Cosa significa essere poeta oggi?
La risposta esige di essere circostanziata. A seconda dei paesi, anche rimanendo solo in Europa, la statuto del poeta cambia. In Italia i poeti sembrano sommare solamente gli svantaggi: hanno poco pubblico come i musicisti colti, ma a differenza di questi non possono poggiarsi su istituzioni specifiche (conservatori, ecc.) e sono di difficile comprensione come gli artisti contemporanei, ma senza il sostegno delle istituzioni (musei, ecc.) e del mercato dell’arte. Questo ha finito per produrre una sorta di retorica, negli ambienti poetici italiani, della “resistenza”. Vi è l’idea che ci si batte da soli, e poco considerati, per qualcosa che appartiene alla nostra cultura e che ha comunque un significato importante. (È difficile comprendere cos’è stata la letteratura, ma anche l’arte novecentesca, togliendo rilevanza alla funzione svolta dai poeti.) Ma quest’atteggiamento assume poi, come accade spesso in Italia anche in altri ambienti, i tratti del lamento perpetuo. Io penso che sia inscritto nella storia del genere poesia un destino di marginalità, soprattutto in una società dove la legittimità dei prodotti culturali è definita dalla quantità di pubblico che riescono a raggiungere. Che ci siano prodotti culturali adatti a tutti, come mettiamo certi spassosi film d’animazione della Dreamworks – per un pubblico dai 6 ai 90 anni – è cosa molta bella. Non si capisce, però, perché la situazione opposta: prodotti destinati a un pubblico ristretto, dovrebbe di per sé essere molto brutta. La fortunata eccezione è semmai il film Dreamworks, e si capisce bene perché ciò catalizzi tali interessi economici. Ma è un’utopia infantile pensare che nella sfera culturale ogni tipo di creazione debba essere subito fruibile da tutti quanti. Tutto il mondo della ricerca, sia delle scienze “dure” che di quelle “umane” semplicemente dovrebbe cessare di esistere.
Ricordo, però, che in altri paesi lo status del poeta è molto più simile a quello dell’artista. Lo si può considerare con diffidenza e scetticismo, ma in Francia e ancor più in altri paesi europei esistono istituzioni che permettono a chi scrive anche per un piccolo pubblico di avere degli aiuti istituzionali importanti per proseguire nella propria attività (commissioni, borse, sostegni all’editoria, ecc). Ciò, ovviamente, non garantisce di per sé una produzione poetica più significativa e geniale, ma di certo tali aiuti non sono di ostacolo alla creatività.

Come fa il poeta a trasformare in poesia il pole emploi?
Tu ti riferisci al filo conduttore di Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, che è un libro uscito quasi in contemporanea in Italia, per la Italic-Pequod, e in Francia, per NOUS, nell’autunno del 2013. Pare che il titolo terrorizzi molti lettori: alcuni credono si tratti di un libello, di quelli in voga, sulla condizione del precario, del disoccupato. Altri ancora temono che mi sia dato alla “poesia sociale”. Il problema è che anche la poesia suscita i suoi pregiudizi. E uno di questi è appunto l’incompatibilità tra certi temi troppo scopertamente sociali, o d’attualità, e la scrittura poetica. Ovviamente, c’è poi tutto un filone poetico che si basa su una specie di aggiornamento “linguistico-tematico” abbastanza piatto. Si usa, allora, tutta la strumentazione retorica dei poeti, ma la si immerge in un bel bagno d’attualità. Nel mio libro ho cercato di evitare questo tipo di operazione, che reputo assai povera. Come sempre m’interessa partire da situazioni ordinarie e quotidiane, e fra queste vi è una realtà come Pole emploi, che ho ovviamente conosciuto in prima persona. Una volta che ho ben identificato qualcosa che mi sta o mi è stata davvero addosso nella vita, mi chiedo come possa trasformarla, farla diventare un’altra cosa. Ma questa trasformazione non dev’essere un semplice travestimento: non si tratta di prendere un contadino e travestirlo da principe. Questa trasformazione deve avere una sua coerenza, una sua legge di sviluppo, un suo senso. Ad esempio, la trasformazione della realtà del disoccupato alla prese con la burocrazia si può realizzare per contaminazione. Emozioni, immagini, discorsi appartenenti ad esperienze diverse cominciano a fluire dentro quella situazione. La nostra mente di individui sani ed efficaci, pragmatici e razionali, ci obbliga a tenere distinto tutto: non confondere il lavoro con l’amicizia, non confondere l’amore con la dipendenza, il denaro con il riconoscimento sociale, ecc. La poesia è un luogo di collasso, e questo libro in modo particolare. A partire dalla condizione di disoccupato, e dallo spettro di un’istituzione che costituisce una sorta di interlocutore totalizzante, si realizza un collasso dei vari piani d’esistenza. Che cosa può succedere in questa confusione? È questo, credo, che il libro racconta.

Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato
Andrea Inglese
Italic-Pequod, Ancona, 2013.

Lettres à la Réinsertion Culturellle du Chômeur
Andrea Inglese
Traduit de l’italien
par Stéphane Bouquet
NOUS, Caen, 2013.

martedì 18 febbraio 2014, di Tiziana Jacoponi