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Home > Primo Piano > Lo spettacolo deve continuare … Ma come ? > Cosa di meglio che il teatro?

Cosa di meglio che il teatro?

La residenza di Libera Francia ai Déchargeurs

«Che cosa c’è meglio del Teatro per raccontare una storia, per spiegare, per lanciare un messaggio. Bolzoni continua a ripetermi che attraverso il Teatro ha conosciuto un tipo di felicità di cui prima ignorava l’esistenza in quanto solo il teatro attraverso i suoi modesti mezzi consente alle parole di assumere dimensioni "altre" che penetrano inesorabilmente chi ascolta e quindi lasciano sempre il segno».
Con queste parole Marco Gambino introduce il suo concetto di Teatro. Con questo intento, con questo scopo, Libera e i Dechargeurs hanno stretto un patto. Una serie di pagine stilate proprio per siglare la condivisione da parte dei Dechargeurs degli scopi di Libera. Promuovere Legalità e Giustizia. E proprio da qui partiremo con questa unione di intenti: dal Teatro.


Il Teatro di Marco Gambino, con “Parole d’onore”; il Teatro di Gigi Borruso, con “l’Errore umano”. Due opere similmente diverse.
Lo sfondo su cui queste si muovono è lo stesso: mafia.
Purtuttavia, nel districarsi tra le domande, spuntano fuori due aspetti diversissimi.
Ambedue le opere non provengono dal “tradizionale” filone anti-mafioso: trattare di Giudici, dei Caduti per mafia o dei familiari.
La prima di queste opere passa anzi, dall’altra parte della barricata. La mafia raccontata dalle parole dei mafiosi. Marco si spiega così: «È il racconto di un viaggio nei territori mafiosi, attraverso una raccolta dei loro pensieri e dei loro ragionamenti». «Nessuno prima di Attilio Bolzoni con “Parole d’onore” aveva avuto l’idea di raccontare la Mafia attraverso “le parole dei mafiosi” scevra da qualsivoglia tipo di giudizio e/o considerazione. Lasciamo che siano loro a raccontarsi anche a Teatro, ci siamo detti con Attilio. In fondo chi meglio di loro, attraverso i loro ragionamenti può spiegare cos’è veramente la mafia. Anche Falcone da loro aveva imparato tanto: “Conoscendo gli uomini d’onore ho imparato che le logiche mafiose non sono mai sorpassate né incomprensibili. Sono in realtà le logiche del potere, e sempre funzionali a uno scopo”». Ma a questo punto è la figura di Marco che si rivela interessante: «Con Parole d’onore volevo in un certo senso redimermi dalla superficialità delle fiction (Squadra Antimafia)». «Da quando faccio il mestiere dell’attore sogno un progetto che abbia questa qualità», continua. E rivolge il suo spettacolo «A chi sa, a chi non sa, a chi crede di sapere, a chi vuole saperne di più e meglio, a quelli che come me un tempo sapevano "male" e non si sono svegliati».
Non manca di stupirmi con la sua positività e ammette di trasmettere un messaggio speranzoso: «Che questo male può essere debellato in virtù della sua intrinseca banalità. È necessario ovviamente tanto lavoro ed il mio non è che un piccolo passo».
«Parole d’Onore è un grido di rabbia rivolto a me stesso e ad un sistema che mi ha consentito di vivere quegli anni terribili come un cieco.
Mi fa male pensare che le mie giornate da ragazzo perbene scorressero ogni giorno sul sangue di cui sentivo l’odore, ma non percepivo il senso.
Mi fa male pensare che mentre gli strilloni urlavano i morti ammazzati io tornassi a casa mormorando un semplice “mah”. Mi fa male pensare che la mia città, Palermo, spalancasse le porte delle sue chiese per celebrare funerali di Stato ed il giorno dopo si ricominciasse ad uccidere.
Vorrei che questo testo facesse riflettere chi lo leggerà su una parola alla quale penso spesso quando sono in scena: la banalità del male.
L’aggettivo viene scelto per la prima volta da Hanna Arendt, inviata speciale a Gerusalemme al processo di Adolf Eichmann per i crimini da lui commessi contro l’umanità sotto il regime nazista. Appena la Arendt vide quell’uomo “normale” apparire sul banco degl’imputati pensò che il male che Eichmann incarnava appariva banale, e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati. I macellai di questo secolo non hanno la grandezza dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano».

Gigi Borruso invece ci tiene a precisare che «Lia, la protagonista della pièce, è una donna inventata. Concreta, eppure metafora del complesso rapporto che la società siciliana ha con la mafia. E, più in generale, che ognuno di noi, a qualunque latitudine, ha con la verità. In questo senso, lo spettacolo non è solo un atto di denuncia. E’ un testo che, credo, aspira a scuotere lo spettatore in profondità, chiedendogli di fare i conti con la propria voglia di rimozione. Abbiamo evitato qualsiasi agiografia della vittima, mostrando tutta la fragilità di questa donna, ma anche quell’incoercibile desiderio di verità e giustizia che, in mezzo al silenzio e alla mistificazione della società, può far uscire di testa».
E scavando ancora emergono aspetti sempre meno banali. “L’errore umano” mi ha attratto anche perché ha un titolo che di primo acchito non mi torna con la trama: «Lia è una donna vivace della provincia siciliana che, ragazzina, si ritrova innamorata e sposa d’un giovane boss. E se, fino a un certo punto della sua vita, è stata incapace di guardare oltre un sistema che la irretisce e condiziona, pian piano la violenza e la falsità di quel mondo aprono una ferita nella sua coscienza e nella sua psiche.». Di qui la mia domanda: “perché questo titolo”? E Gigi mi sorprende: «Lia è un “errore”, un accidente da sopprimere per la famiglia “onorata”. Un errore che con la sua coscienza “alterata” è capace di riaffermare il valore della vita a dispetto della disumanità mafiosa. Per me l’errore è sempre ciò che permette di guardare il mondo da un’ottica sorprendente, nuova. L’energia inattesa che illumina la ricerca» .
E nonostante la sostanziale differenza tra i caratteri dei due spettacoli: «Per noi non si tratta semplicemente di divulgazione ma di teatro. Nel senso che il teatro non è un comizio. Parliamo con il corpo, le emozioni, la sorpresa. Affrontando uno dei nodi fondamentali del nostro presente, alla ricerca di una comunicazione complessa e non consolatoria. Non sono un esperto, ma penso che la lotta alla mafia sia un processo culturale e politico di lungo respiro. Che inizia dentro le mura domestiche, passa attraverso riforme economiche e sociali profonde, una radicale riforma della politica».

Ambedue gli artisti vogliono esortare il loro pubblico, quindi, dulcis in fundo: «Non c’è un eroe su cui scaricare i nostri sensi di colpa. La battaglia per la verità e la giustizia è sempre lì, aperta dentro la coscienza di ognuno di noi. Riconoscersi perdenti non equivale a deporre le armi. Il contrario. Significa piuttosto riconoscersi fuori da un sistema, che è la condizione esistenziale per sfidare ogni fascismo, per manifestare in libertà il proprio dissenso. Per vincere la paura e il ricatto».
Quali attriti incontra questo processo di sensibilizzazione?
«Ovviamente il pregiudizio, la paura sono elementi estremamente frenanti; sopratutto la paura massimo nutrimento della criminalità. Paura di offendere, paura di perdere, paura di essere soli, paura di crescere. Concluderei con una semplice frase: Smettiamo di avere paura».

martedì 18 febbraio 2014, di Giacomo Saccone