
In un’intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale il 23 ottobre, l’ex presidente della Repubblica e senatore a vita Francesco Cossiga, commentando le dichiarazioni di Berlusconi quanto all’uso della forza pubblica contro gli studenti (e gli insegnanti) scesi in piazza per manifestare contro la riforma Gelmini, non solo auspica che il governo passi dalle parole ai fatti, ma si spinge oltre indicando al ministro degli Interni la strada da seguire per “spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio”. Secondo l’ex capo di Stato, le manifestazioni studentesche costituirebbero un pericolo perché sarebbero il vivaio potenziale di una nuova ondata di terrorismo, per questa ragione Maroni dovrebbe “infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”. A questo punto “forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”.
Una settimana dopo, Francesco Cossiga rincara la dose, questa volta rivolgendosi tramite una lettera aperta al capo della polizia Antonio Manganelli. L’ex presidente della Repubblica sostiene che, per essere efficace, una politica d’ordine pubblico deve poter contare su un vasto consenso popolare e, scrive, “il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti”. Per Cossiga l’intervento delle forze dell’ordine per cercare di contenere le tensioni che accompagnano le manifestazioni studentesche (alimentate magari dai suoi agenti provocatori ?) costituisce un errore strategico perché, secondo le sue parole, prima “serve una vittima e poi si potranno usare le maniere forti”. Secondo l’ex capo di Stato la tattica vincente sarebbe dunque quella di ritirare le forze dell’ordine ai primi segnali di violenza “augurandosi” che qualche passante, meglio se donna, vecchio o bambino, rimanga ferito, idealmente in modo grave, dai manifestanti stessi. La presenza di una vittima alimenterebbe la paura nei confronti degli studenti e fomenterebbe l’odio verso i manifestanti e i loro sostenitori, solo a questo punto un intervento massiccio delle forze dell’ordine si troverebbe legittimato agli occhi dell’opinione pubblica.
Le parole di Cossiga suonano particolarmente amare in quanto giungono in concomitanza della sentenza con la quale il Tribunale di Genova ha assolto i vertici della polizia dalle accuse per le violenze commesse all’interno della scuola Diaz durante il G8 organizzato nel capoluogo ligure. I fatti rimontano al 21 luglio 2001 : nella notte gli agenti del settimo nucleo del Reparto Mobile di Roma, insieme ad altri reparti, fecero irruzione nei locali che ospitavano i no global venuti a manifestare il loro dissenso, picchiando e arrestando 93 persone inermi, poi rilasciate per mancanza di prove del loro coinvolgimento nelle devastazioni compiute in città nei giorni precedenti dai fantomatici “black blocs”.
Le indagini successive hanno, infatti, dimostrato che le bottiglie molotov ritrovate nella scuola ed esibite come prova a carico dei no global erano state introdotte in un secondo tempo, così come le spranghe ed i picconi provenienti da un cantiere aperto vicino all’edificio scolastico. Dei 29 imputati, tra dirigenti, funzionari e poliziotti, solo 13 sono stati condannati in quanto responsabili diretti delle violenze della Diaz : Il Tribunale di Genova ha così negato l’esistenza di un piano d’azione deciso dai vertici pretendendo che il blitz sia stato il frutto dell’azione di agenti e funzionari che avrebbero agito da soli, firmando una delle pagine più buie della nostra democrazia.
