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Dalla periferia al centro e viceversa

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Roma Pigneto, Bar Necci. © Rino Bianchi

Ci sono parole, come periferia e banlieue, che si portano dietro una brutta nomea. Eppure l’etimo non le penalizzava affatto : periferia rimanda a portare intorno e banlieue stava a indicare la zona all’interno della quale era esercitato il diritto. Ambedue i termini sottintendevano, e continuano a farlo, due tensioni : quella centripeta, la più forte, verso il centro e quella centrifuga, verso l’esterno.
In genere si era, e si è, spinti verso il centro da un desiderio di riconoscimento sociale.
Il fatto di uscirne, dal centro, è invece dovuto a varie cause (che hanno di solito a che vedere col reddito divenuto insufficiente), o alla scelta di un habitat più tranquillo e confortevole. In quest’ultimo caso, si formano periferie dette residenziali. Ma, di queste, poco ci importa. Quando, per finire con la tensione centrifuga, nel passato, si era espulsi, si era espulsi non solo dal centro, ma anche dalla periferia : la cacciata era detta allora esilio.
A proposito della tensione centripeta possiamo dire che ha conosciuto la sua più forte manifestazione negli anni ‘50-’60 del secolo scorso, quando milioni e milioni di individui, soli o con famiglia, si sono spostati dai paesi di origine per raggiungere e alimentare le periferie delle città del Centro-Nord.
Io sono stato uno di quei tantissimi piccoli elettroni che si sono ritrovati a girare, in ottima e nutrita compagnia, intorno a un nucleo prima totalmente sconosciuto dell’Italia centrale. Quasi tutti noi elettroni venivamo dal Sud, pochi erano gli autoctoni che giravano insieme a noi. La vita correva veloce e animata da giochi, spesso pericolosi. Noi, tutti così diversi, imparavamo a conoscerci : se alla volte volavano pugni, sovente saldavamo forti amicizie. In noi non era per niente forte l’attrazione del centro, del nucleo, di cui facevamo volentieri a meno.
Crescendo, come gli altri che continuavano gli studi, presi a frequentarlo, il centro, di Firenze.
Guardandomi intorno, scoprivo le grandi bellezze della città e, al liceo, mi dimenavo fra lingue vive e morte. Sempre volentieri, però, rientravo nella mia periferia.
Molto tempo è passato e, quando ogni tanto torno nella periferia in questione, molto mi rattrista vedere un luogo conosciuto palpitante, vivo, magari incasinato, ridotto a una periferia ben ordinata, a un perfetto dormitorio.
Degli amici di allora non è rimasto nessuno, ma la cosa non mi stupisce, mi sembra naturale. Ce ne siamo andati, ognuno spinto da motivazioni, da bisogni diversi, ce ne siamo andati senza rimpianti da un posto che sapevamo di passaggio, ma, ne sono certo, ognuno serbando ricordo di quegli anni felici.
Del resto, gli ultimi studi sull’atomo non parlano più di nucleo e elettroni, ma di corpuscoli e onde, danno nuova dignità ai vecchi elettroni, ne fanno energia.
La stessa energia che Dante, cacciato dalla sua Firenze, condannato all’esilio, riversa nella stesura della sua “Commedia”, la stessa energia che gli fa immaginare per Ulisse una fine ben diversa da quella omerica. L’Ulisse di Dante sarà pure nell’Inferno, ma è l’eroe, divenuto uomo, che dopo tanti anni di guerra, tante peregrinazioni, tanti naufragi, invece di volgere la prua della nave verso la sua Itaca, il suo centro, sprona e convince i compagni, come lui ormai “vecchi e tardi”, a lanciarsi nell’ultima avventura, al di là dei limiti del mondo allora conosciuto.
Oggi si scelgono le destinazioni dei viaggi consultando internet e un giovinotto, se non ha l’i-pad, non riesce neanche a trovare la fidanzata con cui ha appuntamento alla fermata della metro. L’Ulisse di Dante è fiamma. E vibra.

mardi 4 juillet 2017, par Fortunato Tramuta