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Dimmi quando sei nato e ti dirò chi sei

Baby boomer, hippie, yuppy, gipsy… nomi esotici che definiscono una generazione, ma cosa c’è dietro queste etichette coniate dai sociologi? E descrivono veramente i sentimenti di una generazione intera? Senza voler generalizzare e arrivare ad affermazioni estreme che associano tutti i quarantenni a personaggi come Renzi e Valls, ci sono degli elementi comuni, frutto dell’influenza dei genitori, a loro volta figli del loro tempo, della politica e della società in cui viviamo i “migliori anni” della nostra vita.

Sarà l’età ma sempre di più mi trovo nel bel mezzo di discussioni su annate particolari: “noi del ‘60 siamo lavoro-repellenti”, “noi del ’46 non sappiamo quando saremo vecchi”, “i nati nel 74 hanno vissuto la fine del sogno americano”… dove l’anno include un paio d’anni prima e un paio d’anni dopo ma non di più. Abbiamo allora voluto vedere cosa accomuna i nati in un certo periodo della storia recente, senza pretese di analisi socio-antropologiche o di verità universali.

Generazione Peter Pan


Cominciamo dai 65-70enni di oggi, nati quindi dal ‘46 in poi, da genitori degli anni Venti-Trenta appena usciti dalla guerra, la “Grande generazione”, come viene chiamata, quella cioè che ha vissuto la grande depressione e la grande guerra e che ossessionata dalla sicurezza economica, ha fatto grandi sforzi per insegnare ai figli i valori della sicurezza nel lavoro, della praticità, del famoso “posto fisso” tornato in auge negli ultimi anni.
Sono i ragazzi del “baby boom”, 15 milioni solo in Italia (considerando i nati dal 46 al 60). Adolescenti o appena ventenni nel ’68, viziati dal benessere dei genitori in pieno miracolo economico, i “boomer” hanno assistito – anzi, hanno portato avanti – diverse rivoluzioni culturali: l’emancipazione sessuale, un ruolo della donna leggermente migliore, le rivendicazioni per la scuola e l’università, la “fantasia al potere” e il “vietato vietare”. Definiti come gli “eterni Peter Pan”, ai cinquantenni yéyé non è passato per l’anticamera del cervello di vestirsi o atteggiarsi come i loro genitori alla loro età, da “vecchi” insomma. Si prevedeva un’esplosione della spesa previdenziale dovuta all’immissione nel mercato pensionistico dei “senior boomer” e invece no, continuano ad occupare il davanti della scena (ogni allusione a un noto comico genovese è puramente casuale), a lavorare, a divertirsi, a fare palestra e lifting. Secondo un sondaggio del National journal, “pensano di morire prima di diventare vecchi”, cioè verso gli 80 anni. “Ci hanno sempre detto che eravamo giovani e belli, che niente e nulla poteva arrestare il nostro progredire personale e professionale, ma nessuno ci ha mai detto quando sarebbe finito”, dice Annamaria, 66 anni, “e abbiamo continuato ad alzare l’asticella della vecchiaia, adesso non ci sono più limiti: io continuo a chiedermi quando diventerò vecchia”.

Generazione Sandwich

Tutt’altro discorso per i 50-55enni, nati tra il ’57 e il ’64, troppo piccoli per il ’68 ma adolescenti negli anni ’70 quando al potere c’era tutto fuorché la fantasia. Sono stati i primi a passare l’infanzia davanti alla televisione, tra Zorro, Rin Tin Tin e Carosello, ad assistere in diretta allo sbarco sulla luna per poi prendersi in pieno la tensione, le stragi, gli attentati, i lacrimogeni e le defenestrazioni, i celerini e la democrazia cristiana… Ci hanno creduto, hanno lottato, per poi finire nella carriera che i loro genitori avevano sognato o completamente inadatti al mondo del lavoro. Sì perché mentre gli ex-hippie avevano il “sogno americano”, i fratellini degli anni ‘70 volevano vivere il loro sogno personale, lontano dal paese della guerra in Vietnam, del Watergate e della Febbre del sabato sera. Hanno creduto che al posto fisso si dovesse sostituire un lavoro interessante, ancora meglio se non sottoposto alle rigide regole di un datore di lavoro. Ancora lo cercano.
Una “generazione di mezzo”, insomma, né carne né pesce, né rivoluzionaria né integrata, gli “sfiorati” per dirla alla Sandro Veronesi, una generazione che è stata “sfiorata” da tutto ma che non ha mai afferrato niente. Ed eccoli qui oggi, precari quanto gli under 35, ancora refrattari a qualsiasi tipo di autorità - tantomeno quella di un datore di lavoro -, a sorprendersi di essere diventati vecchi, di dover lasciare il campo ai renziani e ai giovani turchi senza aver mai veramente aver toccato palla e soprattutto senza esser passati dalla casella dell’adulto. In compenso sono passionari, entusiasti, estremamente curiosi e creativi e ancora credono all’impegno. Forse anche loro non lasceranno il passo facilmente… anche perché alla pensione ci hanno pensato un po’ troppo tardi.

La carica dei quarantenni

“Aver cominciato a seguire la vita pubblica dopo la crisi delle ideologie ci ha avvantaggiato”, dice Enrico Letta in un’intervista di Aldo Cazzullo per il Corriere della sera, “non essendoci mai illusi non abbiamo vissuto la fase della disillusione”. Letta cita e rivaluta gli U2, i Duran Duran e gli Spandau Ballet (che “servivano soprattutto a cuccare”), i campionati di calcio, Drive in, ma anche i paninari (quelli che giravano con le Timberland e lo zainetto firmato e ciondolavano davanti ai MacDo).
Come Letta hanno fatto irruzione nella vita politica italiana e non un bel po’ di quarantenni, non tutti esemplari, né tutti giovani veri: Matteo Salvini della Lega Nord, Angelino Alfano (sì sì è nato nel 1970), qualche decina di grillini, tante donne.
Gente che ha vissuto la sua gioventù (anagrafica) quando ormai era finita la politica di piazza che per lo meno creava gruppi. Gli anni ‘80 sono quelli dell’individualismo, di una sinistra in decadenza (muore Berlinguer, cade il muro di Berlino), del potere di Craxi in Italia e del duo reazionario e conservatore Thatcher-Reagan. Un’epoca che ha visto (o creduto di vedere) la fine della destra e della sinistra.
“Prima almeno c’era il sogno americano”, dice Alessandro, appena quarantenne, “noi abbiamo vissuto il fallimento del modello americano, senza che ci fosse un’alternativa”.
Un’epoca che ha prodotto gli Yuppie (Young Urban Professionals), giovani professionisti urbani, futuri leader di partito e capi di stato. Ragazzi che dalla loro prima volta hanno trovato Silvio Berlusconi sulla scheda elettorale (e lo troveranno fino alla morte, dell’uno o degli altri). Quelli che vanno di corsa (letteralmente: Renzi appena vede delle scale comincia a correre). Al contrario della generazione precedente non si vogliono ritrovare vecchi senza aver fatto nulla. Sono quelli che gestiscono tutto, dalla coppia al governo, come se fosse un’impresa, che pensano all’immagine, al marketing. Tra questi anche chi, come Alessandro, al di fuori delle ideologie non si è mai trovato bene e che continua a pensare, a creare, a protestare (cito a caso: Saviano e Jovanotti). Ormai pochi in Italia: è anche la generazione che ha cominciato a partire, che ha spianato la strada agli expat di oggi.
La cosa curiosa di questi quarantenni affannati è che alla loro età i genitori erano già quasi in fine di carriera, tenevano famiglia, mentre loro continuano a ritenersi “ragazzi”. Eppure già incalza la nuovissima generazione, quella nata a cavallo degli anni ’90, figli degli hippie e dei mezzani di cui sopra. C’è chi li chiama “generazione cavia” perché su di loro si sono abbattute una tempesta di riforme, la prima generazione a subire veramente i dettami dell’UE. Però, altro che camicia, sono nati con il telefonino e internet e altre novità tecnologiche di cui non sospetto neanche l’esistenza, parlano altre lingue, sono cittadini del mondo, si spostano come niente fosse, chiamandosi “mobili” invece di ”emigrati”, expat per gli amici. Con quel senso dell’auto-derisione che finalmente ha rifatto capolino rifiutano l’appellativo di “cervelli in fuga” e si chiamano le “risorse perse”. Certo contano poco, ma sono tornati a far rete (e che rete!) e anche, in percentuali ancora perfettibili, a impegnarsi per cause civili e politiche. Basta solo che escano dal mondo virtuale e ce la possono fare.

venerdì 2 maggio 2014, di Patrizia Molteni