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Disoledillallini all’attacco

Era da un po’ che i pilastri del gruppo folcloristico “Di sol e di la” – Massimo, Claudio, Giuseppe, Nicole e Marie Pierre – ci giravano intorno. Succede in tutte le associazioni: si fondano, si crea un gruppo di persone entuasiaste che condividono interessi e progetti… poi ci si sposa, arrivano i figli, gli impegni familiari si sovrappongono a quelli di lavoro, passano gli anni, arrivano i primi acciacchi, i problemi dei figli crescono proporzionalmente ai centimetri, al numero di scarpe, alla fame da lupi, sugli impegni familiari cominciano a gravare anche le malattie dei parenti … di tempo per l’associazione ce n’è sempre meno. E, peggio ancora, i giovani (che non sono più bambini al seguito incondizionato), hanno tutt’altri interessi. Si chiama mancanza di ricambio generazionale e affligge l’associazionismo in generale.
Come fare allora? I Di Sol e di La la soluzione l’hanno trovata: un pranzo, la domenica pomeriggio in cui gli “anziani” (che poi anziani non sono) hanno gestito sala (la “maison du quartier du petit Clamart”): cibo e cucina, servizio, pulizie e comunicazione. A parte la comunicazione quello che in genere si fa con i propri figli, solo che questa volta invece di brontolare (dove-credi-di-essere-questo-non-è-un-albergo…) erano felici di farlo per la semplice ragione che i giovani dovevano essere liberi di socializzare e di fare progetti, progetti per i quali l’associazione è pronta anche ad investire.
Hanno socializzato subito, posizionandosi a tavola in base alle conversazioni iniziate durante l’aperitivo e non alle appartenenze famigliari. Durante tutto il pranzo, Carmelo Mondello munito dell’inseparabile regia mobile di Top Italia e Focus in hanno registrato interviste (in onda nei giorni seguenti). Loro ascoltavano i compagni, anche perché magari dopo sarebbe toccato a loro e un microfono fa sempre impressione.
Verso la fine del pranzo, Miguel cerca e trova un foglio gigante, lo attacca al muro e comincia un brain-storming con tutte le idee che sono venute fuori: si va dallo sport (hanno già cominciato dei corsi di badmington con uno degli “anziani”) alla pagina facebook (già creata), passando per l’organizzazione di un viaggio in Italia, l’apprendimento - ludico (sottolineato più volte) - della lingua (anche quello già cominciato) e persino uno spettacolo teatrale che ritracci i percorsi dei primi arrivati. In un pomeriggio tra l’antipasto e il tiramisù, niente male.
Quasi tutti di Clamart, una buona prevalenza della famiglia molto ma molto allargata degli Amendola, i ragazzi non si conoscevano tra di loro. Di orizzonti e di origini diverse (diversi nati da coppie miste italo-spagnole o portoghesi), nati qui o arrivati da poco, come Luca, che lavora nell’edilizia con il futuro suocero, Simone, cuoco, o Giampiero, imbianchino (questi ultimi hanno fatto i cantieri dopo il terremoto dell’Aquila). Con profili professionali anche quelli molto diversi: ragazzi e ragazze che si preparano ad essere grafici magari per il cinema (Miguel) fiosioterapiste (Isabella), sarti (Francky, che nel frattempo lavora in una boutique di moda a Vélizy), a lavorare nella comunicazione e nel marketing (Thomas, forte di un fururo diploma dell’ENSEC senza il quale si trova ben poco con i tempi che corrono). Tra quelli che invece già lavorano, una professoressa di francese dell’Education Nationale (Chloé), una maestra (Daphné), un’assistente pedagogica (Clémence), una corniciaia “per scelta” (Pauline), un direttore artistico nella più grande agenzia pubblicitaria francese (Ludovico), un coiffeur (Davide), due assistenti amministrative del Comune (Catherine e Déborah), un’animatrice in una casa di riposo (Antonella), un agente della polizia ferroviaria (Toni)… per parlare solo di quelli con cui siamo riusciti a dialogare.
Cos’hanno in comune questi ragazzi? Che più o meno in fondo, si sentono tutti italiani, in scala da 1 a 10 la media è vicina all’otto. Può essere semplicemente tifare per la Juve o per gli Azzurri o voler ritrovare le vacanze in Italia. Può essere anche un po’ cliché (ma poi i cliché partono dalla verità): è una bella lingua, la gente è espansiva e generosa, si mangia da Dio … . Può essere abbracciare “un’arte di vivere, un comportamento, un’educazione” basate “sull’apertura all’Altro, sulla generosità, sulla solidarietà” come dice Déborah. In ogni caso c’è la volontà di ritrovare e perpetuare le riunioni familiari della nonna, che “à part la langue, c’était comme là-bas”. Incoraggiante!

venerdì 12 aprile 2013, di Patrizia Molteni