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Due giornate particolari

Senza dubbio la 69a edizione della Mostra del Cinema di Venezia è stata all’insegna dell’autorialità, dell’attenzione ai (contenuti dei) film piuttosto che al blockbuster o al glamour da red carpet: una direzione che rivela volontà di rigore e di cambiamento, di ritorno al giusto essenziale, auspicati dal neo-direttore Barbera. I lungometraggi italiani selezionati per le varie categorie aderiscono per messaggi e forma al tono della necessità e dell’urgenza: il sociale e la contemporaneità sono il leitmotiv di ogni singolo testo, declinato secondo molteplici punti di vista, generalmente appartenenti alla sfera degli individui “minori” dell’Italia d’oggi. “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo per la sezione “Orizzonti” e “Un giorno speciale” di Francesca Comencini per la selezione ufficiale sono due film dalle evidenti analogie, due film “politici” (nel senso letterale): la cui astensione dalla cronaca, in nome del ritorno al racconto (alla fiaba), offre un ritratto del nostro paese più netto e più ricco di qualsiasi reportage.

I due registi, diversi per provenienza (Napoli per Di Costanzo, Roma per la “figlia d’arte” Comencini), hanno in comune l’approdo al cinema di fiction dopo una lunga carriera nel documentario, evoluta all’estero (entrambi attivi tra Italia e Francia). «Mi sono lasciato alle spalle le ambiguità, anche feconde del documentario e ho preferito una storia completamente inventata», epigrafica dichiarazione di Di Costanzo che riassume anche l’operazione della Comencini. Due progetti dalla gestazione travagliata («incrocio di una riflessione sul cinema con una preoccupazione politico-civile», Di Costanzo), che si avvalgono di sceneggiature di derivazione romanzesca (per Di Costanzo lo scrittore Braucci, per Comencini il libro di Bigagli Il cielo con un dito). Due trame che si richiamano: “L’intervallo” adempie le tre unità di tempo, luogo e azione della Poetica aristotelica. Una scuola abbandonata nella periferia partenopea, un ragazzo (professione: venditore ambulante di granite) viene ingaggiato da un giovane don Rodrigo della camorra per fare da Cerbero ad una sua coetanea, la cui fedina è macchiata dall’essere in coppia con un esponente del clan di un quartiere differente. La strana coppia Salvatore-Veronica imparerà, nel corso di un’intera giornata di cattività, a ri-conoscersi e a ritrovare la propria adolescenza, soffocata dai must “sociali” del Sistema. Anche per Gina e Marco di “Un giorno speciale” la singola giornata presenta uno scontro-incontro-(ri)scoperta dell’età giovanile, in controtendenza con gli imperativi di realizzazione in una società ad alto tasso di disoccupazione giovanile, fondata sulla raccomandazione di politici vogliosi e preti-signorotti. Lei, moderna “Bellissima” dai sobborghi di Tor di Nona, la fissa di fare l’attrice, ha ottenuto un’“udienza” da un lontano parente che fa l’onorevole. Lui, al primo giorno di lavoro come autista, è il “cocchiere” che condurrà la fanciulla dal suo protettore. Un imprevisto del famigerato onorevole rimanda l’incontro di Gina alla sera: nell’attesa, l’autista ha il compito di accompagnare la ragazza per le vie della capitale, con tanto di pranzo di lusso pagato. La sintonia che si crea tra i due diciannovenni s’infrange quando la chiamata dell’onorevole li riporta alla realtà: Gina si prepara per il suo “esame” (orale!), Marco deve rassegnarsi alla promettente carriera di conducente.
Perno comune della messa in quadro dei due film è la maestria del direttore della fotografia Luca Bigazzi: in nome dell’estemporaneità ha saputo comporre l’immagine lasciando che gli attori si rivelassero senza avvertire il peso dell’artificio. “L’intervallo” ha la quasi totalità delle sequenze girate in Super 16 con luce naturale, “Un giorno speciale” si avvale della doppia esposizione: che accosta, epicamente, i corpi degli attori all’ambiente che li circonda. I colori del digitale Red Epic spinti all’eccesso richiamano il pulp della diretta reality: materializzazione dell’ossessione per la celebrità di Gina.
«Tenere in primo piano i due giovani: questa è stata la scelta narrativa» chiosa Comencini. Come per Di Costanzo la questione degli interpreti è stata cruciale, entrambe le produzioni hanno voluto staccarsi dallo star system alla Liceali o Cesaroni per cercare dei volti capaci di incarnare le storie senza fronzoli. «Abbiamo setacciato scuole, associazioni, ritrovi» riferisce il regista napoletano, idem la collega romana: «Ho creato un account mail e ho messo annunci in tutte le periferie di Roma» (sebbene Scicchitano-Marco fosse già un attore noto), operazioni di reperimento della realtà che hanno echi lontani nel nostro cinema anni ’40-50. Realtà che comunque è stata modulata sui racconti, attraverso un preciso lavoro di ascolto regista-attori, via di mezzo tra maieutica e improvvisazione teatrale. I due registi fondono il mondo attuale con quello del racconto: una volta trovate le coppie di ragazzi, li pongono in relazione con l’ambiente che vanno a narrare, senza però lasciare che il luogo si manifesti apertamente. Sia Napoli che Roma si rivelano allo spettatore per la propria assenza, per la propria fuggevolezza, i propri scorci impensabili (l’ex-ospedale psichiatrico “Bianchi” e il malfamato quartiere Tor di Nona). Anche i “cattivi” dei due intrecci sono diversi dai topoi dei Mostri folcloristici del camorrista melodico dalla catena d’oro o del vecchio paonazzo politico “de’ Roma”. Gli unici detentori del genius loci sono i quattro adolescenti che sono, a loro volta, in condizione di estraneità al cosmo metropolitano. Tutto ciò, perché questi luoghi, apparentemente così determinati, servono ai registi per fornire una lettura universale delle proprie storie, in nome di un cinema come mezzo del racconto: «la storia non trae la propria credibilità dal confronto con la realtà ma dal richiamo al mito» sancisce Di Costanzo, «Non è Napoli, perché ovunque ai bordi delle grandi metropoli è lo stesso» continua Braucci.
L’intimismo de “L’intervallo” e i vari esterni-interni-prigioni (soprattutto dell’abitacolo del feticcio Mercedes) della Comencini sono emblematici di uno «spazio grigio» (Braucci) che i protagonisti attraversano: correlativo oggettivo di un’età biologica, sociale nazionale, di una condizione di transizione; ma anche twilight zone dove le possibilità del racconto, dei mondi, della storia, si mostrano nella propria semplice potenza. Lo stesso potere immaginifico che aiuta le due coppie di protagonisti a sperare in un mondo migliore, a sognare che qualcosa di bello possa ancora accadere, che una nuova alba segua a questo giorno, comunque, speciale.

giovedì 22 novembre 2012, di Valentino N. Misino