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"Elogio del dubbio" alla Punta della Dogana

A Venezia siamo sempre dei viaggiatori e non dei turisti. Questa estate la Serenissima ci ha fatto uteriormente viaggiare: tra l’Arsenale e i Giardini, la Biennale dell’arte contemporanea ha messo in scena le sue istallazioni multi-geografiche, mentre tutta la città pullulava di hangars, di dimore vetuste, di ateliers abbandonati, tutti puntualmente trasformati per qualche mese in gallerie per le mostre.

© Graziano Arici/LeemageI due musei di François Pinault, Palazzo Grassi e Punta della Dogana, hanno confermato il loro fascino offrendo ai visitatori una nuova occasione di piacere e di scoperta. Il titolo della mostra alla Punta della Dogana mi è apparso immediatamente intrigante e promettente: “Elogio del dubbio”. Questa punta della Dogana che si protende nel mare come una prua, separando la laguna tra il Canal Grande e il Canale della Giudecca, è sempre stato per me un luogo magico.
Ne conservo un ricordo preciso, quando questa costruzione, negli anni Ottanta era pericolante e inutilizzata, con i suoi depositi in stato di abbandono, pieni di polvere e cordami. Anche in quello stato, anche circondata da catene di sicurezza, come un vecchio leone in gabbia, la “Dogana di Mar” trasudava ancora la sua forza della sua antica potenza di Porta di Venezia, centro di scambio e di commercio tra l’Oriente e l’Occidente.
La parola “Dogana” deriva dal termine persiano diwàn che ha diversi significati: registro, ufficio, ministero, raccolta di poesie... nelle lingue europee, diwàn si è trasformata nei due significanti: dogana e... divano! Così grazie alla magia dell’etimologia eccoci pronti a fare di questo luogo mitico un immenso divano che accoglie le associazioni libere di visitatori stupiti di ritrovare l’antico spirito della “Dogana di Mar” nelle attuali forme, limpide e epurate, che l’architetto Tadao Ando ha saputo dare a questo nuovo museo.
E’ dunque in questo “divano” che si svolge quest’anno il discorso sull’“Elogio del dubbio”. E’ un vero discorso quello che si sviluppa lungo le sale della mostra: le opere, i quadri, le istallazioni dialogano fra loro e con i visitatori, e questi ultimi diventano rapidamente parte integrante di questo discorso, interrogano le opere e sono interrogati dalle stesse in un incessante questionamento che rinvia ogni volta alla questione dell’“essere”.
Il visitatore cessa di essere spettatore, penetra attivamente nell’istallazione e contribuisce alla sua impermanenza, al suo stato effimero, alla sua possibilità di diventare sempre “altra cosa”, incontrando la differenza “significante” che è propria della parola analizzante. Il nuovo incontra l’antico, non lo dissimula, ma al contrario lo valorizza. Come un materiale inconscio rimosso, le vecchie pietre, i mattoni originali, le antiche travi spettacolari, nascosti dai precedenti dubbiosi restauri, tornano alla superficie e coabitano con il cemento, l’acciaio e il vetro del nuovo allestimento. E tuttavia il nuovo non si limita a scoprire la storia antica facendo riemergere la struttura originale, ma contribuisce a riscriverla, questa storia, a rimodellarla. Il nuovo produce una retroazione sull’antico e quest’ultimo, con un movimento repentino, si riorganizza per diventare un luogo che sembra essere stato destinato, già dalla sua origine, ad accogliere la mostra di un’arte molto contemporanea. Entriamo così in un universo atemporale e tuttavia capace di materializzare il tempo, di renderlo materia.

La materia del dubbio


© Graziano Arici/LeemageE’ sulla materia stessa che si sviluppa il dubbio. Come per i blocchi di vetro (Well and Truly) dell’artista americana Roni Horn, davanti ai quali lo spettatore è aspirato da un desiderio irresistibile di immergere le mani nelle superfici cristalline delle quali dubita della consistenza: fluidità, solidità, acqua, vetro? O ancora come i nove sudari di Maurizio Cattelan, l’enfant terrible dell’arte contemporanea, i cui “giacenti” in marmo bianco continuano a turbare lo spettatore con le loro forme improbabili, cariche di un “reale” inquietante. E ancora, in un registro più leggero e gioioso, i salvagenti di bambini di Jeff Koons, che vorremmo toccare, sfidando il sorvegliante, increduli che la materia non sia quella che ci appare e che il dito possa incontrare la freddezza e la durezza dell’acciaio, invece della morbidezza della plastica gonfiata: iperealismo per lo sguardo, inganno della materia, disagio e nello stesso tempo piacere del dubbio sulle nostre certezze. Infine gli oggetti di Tatiana Trouvé, anch’essi circondati da un dubbio pressante quanto ai materiali utilizzati, alle sfasature delle dimensioni, che turbano e destabilizzano lo sguardo.
E’ il dubbio a produrre l’inquietudine e la sottile angoscia che attira e disturba lo spettatore?
O è piuttosto l’ ”intranquillità” di queste istallazioni a produrre il dubbio? Chi è l’uovo e chi la gallina? Chi precede l’altro? Il dubbio o l’angoscia?
Per Sartre l’angoscia è il prodotto della mancanza di conoscenza, il non sapere produce il dubbio. Se il problema di conoscere il senso della vita fosse risolto, non ci sarebbe dubbio, e quindi neppure l’angoscia di fronte al “non senso”.
Per Lacan le cose non si situano nello stesso modo. L’angoscia non è mai dubbiosa, è quanto di più certo esista: essa non mente, non inganna, è terribilmente vera. La formazione del dubbio, non sarebbe allora, un tentativo di fare scudo di fronte all’angoscia? Meccanismo di difesa elettivo nella nevrosi ossessiva, il dubbio procrastina l’azione, paralizza il pensiero. Tuttavia il dubbio può essere anche l’artifizio che ci permette di aprire un varco che porta a superare l’angoscia. Il dubbio può marcare una tappa del percorso soggettivo, un tempo in cui il dubbioso ha ancora bisogno di ingannare l’angoscia ricoprendola di un velo di illusioni fatto di supposizioni incerte.
Ciò che fa l’elogio del dubbio, nella mostra della Dogana è l’opera, la creazione, l’atto.
Cartesio aveva fatto del dubbio un metodo e un esercizio di conoscenza, il dubbio era per lui il perno dell’esistenza: “se dubito, io penso, dunque, sono”.
La mostra di Venezia sdogana il dubbio da ogni certezza e lo tira piuttosto verso il sogno, sposandolo con la dimenticanza. Nella torre della Dogana, l’ultima stanza alla sommità del palazzo, una sorprendente istallazione porta il titolo “Forgotten Dream”, si tratta di un lungo e antico vestito da sposa, tutto pizzi e raso, che si invola verso le travi del soffitto sostenuto da uno stelo di ferro sinuoso. Tutto intorno, intravista dalle grandi vetrate, si estende una laguna addormentata e altrettanto onirica come questo vestito bianco, testimone di un sogno dimenticato.
Se potessimo salire ancora più in alto e scalare la punta di questa torre quadrata, andremmo incontro alla Fortuna, statua-banderuola, scolpita da Bernarndo Falconi, che posa il suo piede su un globo terrestre dorato a sua volta sostenuto da due Atlas. La dea che protegge la città e i marinai contro la cattiva sorte, nello stesso tempo, girando secondo il senso del vento, è anche simbolo della contingenza e della mutevolezza della fortuna.
Essa ricorda alla città ambiziosa, e a ciascuno di noi, che la padronanza sul mondo, il godimento illimitato di ogni ricchezza, così come il controllo totale sul “reale”, non sono possibili all’uomo. E tuttavia è la fortuna, a rendere felice l’uomo, come ci insegna Lacan, giocando sul significante “heureux”, che contiene la parola: heure, l’ora, la buon’ora, la fortuna (1). Questione di fortuna, di chance, di incontri, senza dubbio, ma anche di coraggio per accedere ai “benefici della contingenza (2)”, senza rifugiarsi dietro ai compromessi che noi sempre facciamo con il nostro desiderio: tutti i “sì, ma....però....” dei nostri tentennamenti.
Non c’è garanzia della Fortuna, essa ci offre solo l’occasione di incontri, di touché, in senso aristotelico. Sta a noi farne qualcosa: una creazione, un atto, un sintomo.... Le creazioni artistiche che sono esposte nelle sale di questa Dogana-Divano, sotto i piedi di una fortuna che noi sappiamo essere cieca e in un perpetuo e aleatorio movimento secondo il vento, rispondono a questa impossibile garanzia, e lo fanno con una forza disturbante che
fa aprire gli occhi e risveglia lo spettatore.
Questa mostra di Venezia, più di un elogio del dubbio, è un elogio del trattamento del dubbio, il trattamento che può farne l’artista con risultati inediti e impensabili per ciascuno.

1 J.Lacan : « Le sujet est heureux. C’est même sa définition puisqu’il ne peut rien devoir qu’à l’heure, à la fortune autrement dit… » en Télévision, en Autres Écrits, Paris Seuil, 2001, p.526.

2 J.A.Miller, Lettre claire comme le jour pour les vingt ans de la mort de Jacques Lacan. De Guitrancourt, le 9 semptembre 2011, http://jacquesalainmiller.wordpress.com/

venerdì 7 ottobre 2011, di Cinzia Crosali