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Elogio della piazza

Cari amici, questo articolo è introdotto da un paio di paragrafi para-filosofici che potranno sembrarvi inutili e pallosi. Vi autorizzo dunque a saltarli a piè pari, se preferite cominciare la lettura a partire dal sottotitolo “Una vita in piazza” e restare nella vostra modesta coscienza di « sapere di non sapere ».
Per gli altri 4 o 5 assetati di conoscenza, dunque, una rapidissima escursione verso le teorie del filosofo contemporaneo Jürgen Habermas, esponente della cosiddetta Seconda Scuola di Francoforte. L’ora è grave e bisognerà prima o poi smettere di scherzare.
Dunque Habermas, nella sua opera Teoria dell’agire comunicativo descrive il processo nel corso del quale il pubblico, costituito d’individui, facendo uso della ragione s’appropria della sfera pubblica controllata dall’autorità e la trasforma in una sfera dove la critica si esercita contro il potere dello Stato. E’ a questo tema, che mi pare fondamentale, che è ispirato questo mio misero contributo al dibattito.
Preciso ancora, per una migliore comprensione di quello che seguirà, che Habermas distingue tre livelli di strutturazione della sfera pubblica: un livello effimero (o informale), un livello astratto (o delocalizzato) ed un livello formalizzato (o messo in scena). Ci si potrà, volendo, servire di questi tre concetti per analizzare le tre forme di comunicazione di cui parlerò: la piazza, la televisione, internet.
Ecco fatto: non è stato troppo lungo? come dice il dentista, quando infine ritira il trapano dalla vostra bocca devastata.

Una vita in piazza

Ho passato una parte importante della mia vita in piazza. Per fatalità o per scelta. Per fatalità, perché quand’ero bambino mio padre possedeva un bar che si trova ancor’oggi sotto uno dei loggiati dell’enorme piazza principale della mia città natale, la piazza Saffi. Sotto lo stesso loggiato mio nonno esercitava il mestiere di sensale, vale a dire di mediatore, che all’epoca non aveva bisogno di uffici e scrivanie. E sempre su quella piazza mia madre ci trascinava a messa, all’uscita della quale io e mio fratello inseguivamo a perdifiato stormi di piccioni, gli uccelli più stupidi del creato, probabilmente in preda ad uno slancio francescano, tanto d’attualità in questo momento.
Più tardi la piazza è diventata per me una scelta, sia perché ho a lungo militato in movimenti politici che avevano fatto delle piazze d’Italia i loro luoghi d’espressione diretta, sia perché, nei tempi morti fra la militanza ed il lavoro, ci si ritrovava immancabilmente su quella stessa piazza Saffi, per bere, fumare, sbirciare le ragazze o giocare a carte, attività principali della gioventù emiliano-romagnola della fine del secolo scorso, facilitate dall’esistenza dei grandi loggiati che proteggevano dalle intemperie, anche in pieno inverno, i tavolini dei bar.
Quella piazza è tanto grande che l’ho vista completamente stipata di gente solo ogni 1° Maggio, per la sfilata dei sindacati, seguita dal tradizionale concerto dell’Orchestra Spettacolo Secondo (poi Raoul) Casadei. Ma ad ogni campagna elettorale, i comizi dei principali leader politici richiamavano anche loro delle folle più o meno numerose e compatte, secondo il partito rappresentato. Questo fino agli anni ‘70.
Poi la piazza ha cominciato a vuotarsi. I comizi si sono dapprima spopolati, poi sono quasi completamente scomparsi. I mediatori hanno aperto degli uffici e hanno dovuto esibire delle licenze; un gran numero di bar sotto le logge ha chiuso; la chiesa di San Mercuriale ha visto la sua frequentazione ridursi quasi esclusivamente a qualche extra-comunitario. Come le panchine attorno alla statua di Aurelio Saffi ed i residui tavolini dei bar sotto le logge. Persino il concerto del 1° Maggio ha perso una buona parte dei suoi frequentatori.
Nel frattempo, i buoni romagnoli si sono comprati delle televisioni sempre più grandi e si sono rintanati in casa, a guardare delle vallette sempre più svestite sculettare su delle musiche sempre più binarie. Lo stesso fenomeno si è manifestato, quasi immutabile, in tutte le città dello Stivale.
Annunciato dal craxismo, il berlusconismo è sorto ed ha preso il potere sul ”tempo di cervello disponibile” della grande maggioranza degli italiani, quelli che votavano per lui, ma anche quelli che votavano contro di lui.
Praticamente tutti i politici, gli opinion’s leaders, i sociologi, i commentatori e altri specialisti di ogni risma, hanno decretato che le piazze erano un luogo quanto mai pericoloso e sconsigliato e che, per esistere, bisognava apparire alla televisione, che fosse per parlare delle corna del marito o del destino delle nazioni.
Corollario dell’assioma, il potere del Cavaliere sulle italiche genti derivava, secondo quegli stessi specialisti, dal suo controllo quasi assoluto sulla comunicazione televisionata, sia quantitativo che qualitativo. Il ché significava anche che, anche per opporsi, bisognava mimetizzarsi, visto che “la gente“ sarebbe stata disposta, a quanto ci si diceva, ad ascoltare (e votare) solo degli zombie uvabbronzati, dentosbiancati, liftati, riimpiantati, botoxati ed inciuciati.

La rivincita della piazza

Poi è arrivato quello che Beppe Grillo ha definito, facendo un certo sfoggio di modestia, il suo Tsunami Tour. E, con grande stupore di tutti, le piazze sono tornate a riempirsi, a Bologna come ad Alessandria, a Milano come a Lecce, fino alla “mitica“ piazza San Giovanni in Laterano, che nessuno (a parte il Papa) osava neanche più sognare di riempire, tanto è grande.

Me ne sono sinceramente compiaciuto, non tanto per Grillo, ma per quelle vecchie, storiche piazze, che milioni di persone della mia generazione avevano già calcato, gridando slogan più o meno sensati, e che da anni restavano tristemente deserte, salvo per qualche megaconcerto più o meno bidone.
Me ne sono soprattutto compiaciuto vedendo i risultati elettorali: o stupore! tutti coloro che avevano occupato paramilitarmente le televisioni nazionali, regionali, comunali e dopolavoristiche avevano perduto qualche milione di voti, più o meno equamente distribuiti secondo il loro peso specifico rispettivo.
Il solo a guadagnarne a milioni, di voti, era il movimento che, per scelta, in televisione non c’era proprio andato, cioè il Movimento 5 stelle.
Dunque, il paradigma secondo il quale per esistere bisognerebbe apparire alla TV, sembrerebbe essere un’emerita cazzata. E di questo, mi pare, qualunque persona sensata non può che rallegrarsi.
Esaminiamo un po’ il perché la caduta del mito televisivo dovrebbe essere fonte di gioia per noi tutti.
Come accennato nell’introduzione « ad usum delphini », ci sono diversi tipi di comunicazione o, come dice Habermas, di livelli di strutturazione della sfera pubblica, più o meno effimeri, astratti o formalizzati.
La televisione, che già MacLuhan definiva un media freddo (vi giuro che la pianto subito con le citazioni!) mi pare soprattutto utilizzare una comunicazione ultra-formalizzata, in cui il pubblico ha un ruolo assolutamente passivo, senza nessuna possibilità di interferire sul messaggio che gli viene proposto. Per non parlare del fatto che il messaggio è lui stesso iper-formalizzato, messo in scena e normalizzato: a parte qualche rarissima eccezione, avete già assistito ad un’intervista televisiva in cui il giornalista pone delle vere domande e, soprattutto, in cui l’intervistato risponde a quelle domande, specialmente se si tratta di un uomo politico?
Gli spettatori (il pubblico), da parte loro, sono isolati gli uni dagli altri, ciascuno più o meno stravaccato ed assopito sul proprio divano, senza alcuna possibilità non solo di interferire sulla sbobba che viene loro comminata (se si eccettua la possibilità si spegnere o cambiare canale), ma neppure di comunicare con gli altri spettatori, se non insultando il o la consorte e prendendo a sberloni i figli. Impossibile dunque di riconoscersi in un qualsiasi modello che non sia quello, totalizzante perché totale, del personaggio che invade il suo schermo. L’identificazione sociale dello spettatore in quanto appartenente ad un gruppo non può essere che teorica, sancita dall’audimat o dai sondaggi, che tutti sono elaborati in separata sede, dai famosi specialisti.
Per questo mi pare che il modo di comunicazione televisivo sia praticamente antitetico ad ogni forma di democrazia reale e dovrebbe essere limitato alla diffusione di film, documentari e spettacoli di ogni genere…
Internet mi pare, in questo senso, già un buon passo avanti. In primo luogo, l’internauta ha una scelta enormemente più vasta sul contenuto. Il più piccolo gruppo d’opinione (o di rock demoniaco) ha, per così dire, parità di diritti, pur se non di mezzi, sulla rete. Per di più, il pubblico può interagire sul contenuto che ha scelto, al minimo commentandolo in diretta, ma sempre più spesso partecipando direttamente, se lo desidera, alla formazione dell’offerta.
Altro vantaggio d’internet: per sua vocazione intrinseca, i “navigatori“ (e già il termine è bello ed evocativo) hanno tendenza e sono incoraggiati a riunirsi, a formare dei gruppi d’affinità, e dunque a socializzare, sia pure virtualmente.
Locandina del film Ladri di saponette
Si può dunque dire, mi pare, che la comunicazione proposta in rete è estremamente informale, ma anche assolutamente astratta. Il tipo di democrazia che propone è, in sostanza, una democrazia rappresentativa: se internet può servire a « dire la nostra», per avere un vero peso politico e sociale sarà ancora necessario uscirne, per accedere ad una comunicazione più diretta. Le recenti rivoluzioni tunisine o egiziane non sarebbero certamente sorte così repentinamente senza internet, ma è sulle piazze e non sulla rete che hanno spazzato via i poteri esistenti. Se non si solleva il sederino dalla poltroncina davanti allo schermo, resta solo la possibilità della delega ad un qualche Beppe Grillo o altri addetti ai lavori.

La piazza, al contrario, è il luogo della comunicazione certo informale, ma per definizione reale, concreta.

Anche sotto la forma totalizzante del comizio politico, il messaggio in realtà non arriva solo dal palco. Per quanto ricordo personalmente, le decine e decine di volte in cui ho sfilato o mi sono radunato, l’importante non era veramente quello che raccontavano i tipi là sul palco, ma il fatto di sentirsi attorniato da decine, centinaia o migliaia di persone con cui condividevo un numero più o meno grande di convinzioni, di voglie, di progetti. La presenza umana così densa irradia una specie di calore che ci fa bene al cuore, sentiamo allora di non essere più soli, di essere circondati dai nostri simili.
La piazza è da sempre, per definizione, il luogo della comunità e dell’identificazione
Non solo col modello che il palco ci propone, ma anche (e a volte soprattutto) col gruppo che vi si ritrova.
Non è un caso se, almeno sin dai tempi della civiltà greca, la piazza riunisce i luoghi simbolici dell’identificazione sociale, ancora prima che del potere (il foro, il mercato, il tempio…), perché servono ai cittadini per riconoscere la loro appartenenza alla polis ed ai suoi valori. Quando i palazzi del potere vi si trovano, in genere, si tratta dei poteri “condivisi“ : il senato di Roma, i palazzi municipali dei Liberi Comuni del Medio Evo…
Le regge, i castelli, le caserme, le prigioni, luoghi del potere imposto dall’alto, si trovano generalmente in posti molto più appartati e facilmente difendibili. Spesso, del resto, quando questi simboli della tirannia sono distrutti, lasciano il posto ad una piazza… come nel caso della Bastiglia, per non citare che un esempio.
Per non parlare del fatto che la piazza (che in senso lato comprende anche le strade, i viali e i corsi) è anche il luogo d’elezione della comunicazione informale, effimera e che non ha a che fare con rapporti di potere: l’aperitivo, la passeggiata, il ballo popolare, la festa, il flash mob, se volete, sono tutte attività fondamentalmente indispensabili alla vita in comune e che non si possono svolgere né alla televisione, né su internet (che può al limite servire ad organizzarle).
In attesa dunque di sapere cosa avverrà del suo Movimento e della rappresentanza politica che gli italiani si sono recentemente dati, mi sento di dover ringraziare personalmente Beppe Grillo, o chi gli ha dato l’idea, se non è sua, per aver rimesso in auge questo luogo ancestrale e magico: la piazza.
Ed aver smentito ancora una volta quella casta di sedicenti “specialisti“ che da alcuni decenni si è data, a quanto pare, un solo scopo comune: allontanarci il più possibile dalla realtà, per imporci i suoi modelli di comportamento verticale.
Dopodiché, toccherà ad ognuno di noi il compito di riappropriarsi veramente di questo luogo di cui sembravamo aver scordato l’esistenza, e non solo per assistere ai comizi di un qualunque uomo della provvidenza.

giovedì 4 luglio 2013, di Franco Lombardi