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Emigrazione e lavoro: parole, suoni e immagini

Uno dei cliché sugli italiani è quello dei fannulloni, eppure centinaia di migliaia sono partiti per cercar lavoro – se non fortuna – all’estero e hanno tollerato condizioni di lavoro spaventose che sono costate loro anche la vita. Cominciavano a lavorare ancora quasi bambini, con una forza e una volontà che niente avevano a che vedere con il dolce farniente che ci è rimasto addosso, un’etichetta falsa incollata al posto sbagliato. Pubblichiamo in questo numero le fotografie di Veronica Mecchia che ha seguito il progetto di Anna Andreotti (Associazione La Maggese), “Sur les traces de l’émigration italienne”.

“Veronica è discreta, non si notava neanche quando faceva le foto e mai ha fotografato i momenti di dolore, le lacrime. Mai mi ha dato una foto di cui non ho riconosciuto la persona che avevo intervistato. Era sempre esattamente così, aveva colto l’essenza della persona, con sensibilità, delicatezza, verità”. Così Anna Andreotti, che da due anni porta avanti il progetto “Sur les traces de l’émigration italienne”, parla della fotografia di Veronica Mecchia.
La maggese è il terreno lasciato a riposo ma lavorato in modo da fargli riacquistare la fertilità. Creata da un gruppo di ragazze nate per di più in maggio, l’associazione ha voluto con questo nome definire d’emblée la priorità del lavoro sul terreno, nella fattispecie quello intorno alla città di Montreuil. All’inizio riunivano delle persone attorno ai canti di rivolta e di lotta, partecipando attivamente alle grandi cause francesi, dagli scioperi ai senzatetto, passando per la chiusura degli ospedali in cui si praticava l’aborto e la difesa della costituzione europea. Canti di ogni origine, anche se ben presto si sono accorte che quelli italiani hanno una forza molto maggiore, mi spiega Anna citando il “se otto ore vi sembran poche venite voi a lavorar…” che in effetti è di una chiarezza estrema.
Per “Sur les traces de l’emigration italienne”, Anna ha intervistato già diverse decine di persone, donne e uomini, primi arrivati e nati qui. Ha raccolto, oltre alle loro parole, i canti che rimangono della loro infanzia, della loro italianità. Da questi incontri e con il gruppo “La maggese” nascono degli spettacoli, ogni volta diversi. L’ultimo in data, alla Maison d’Italie, in onore dell’Associazione France-Frioul, era centrato su canti e racconti di vita friulani. Anna non corregge, non elabora, restituisce semplicemente le parole della gente, errori compresi, facendole però dialogare tra di loro, seguendo un filo conduttore dato dalla tematica scelta e ritmando il racconto con i canti. Il coro stesso, anzi il gruppo - poiché secondo la definizione di Anna “se sanno cosa cantano e perché lo fanno, non è più un coro, è un gruppo che canta per qualcosa” – è composto da cantanti non professionisti a cui Anna non fornisce la “tecnica” (“tecnica? Ma secondo voi le mondine quando cantavano nelle risaie avevano la tecnica?” pare abbia detto una volta ad una delle coriste). Riesce però a far passare l’esperienza vissuta (il “cosa”) e a far sentir loro che quello che stanno raccontando o cantando è stato estremamente importante per qualcuno, lo è ancora per tutti noi (il “perché”). Si chiama memoria e non è diversa dalle parole raccolte tra i senzatetto “dove i viaggi, le musiche, i rumori e gli odori non sono tanto diversi da quello che hanno vissuto gli italiani”, dice ancora l’Andreotti.
Ne viene fuori un’immagine quanto più possibile vicina alla “verità” e alla poesia. Frasi che ci fanno sorridere perché le abbiamo sentite dire dagli “anziani” o perché le abbiamo noi stesse pensate o dette più volte; esperienze durissime, gioie e dolori condivisi dal pubblico in cui siedono anche alcune delle persone intervistate. Un’emozione, quella degli intervistati, sorpresi e commossi di sentire le loro parole lette in quel modo, “interpretate” in scena eppure così uguali al loro sentito. Commossi loro, commossi gli altri, tutti si lasciano trascinare, cantano quando conoscono le parole.
Anna Andreotti chiama questi percorsi delle “stazioni”, come le stazioni della Passione del Cristo, forse perché lì arrivano, lei con il suo registratore e Veronica con la sua macchina fotografica, e da lì partono per un percorso di memoria e di vita lungo l’emigrazione italiana. Se mai capitate ad una di queste stazioni, fermatevi e salite sul treno: il viaggio vale veramente la pena.


Il y avait papa ici. Mon père vivait à Nogent, il a fait venir mon frère, le premier, à Nogent et puis nous on est restés avec maman, mon frère et ma soeur là-bas, après papa, avant la guerre, a fait venir ma soeur et l’autre frère… et pendant la guerre, maman et moi on est restées là-bas…on avait rien à manger on avait rien, rien, rien, c’est pour ça que je travaillais toujours dans les rizières. J’arrêtais dans la rizière et j’allais à Milan à faire la bonne: tout le temps, tout le temps.
Dina N. est née à Bettola (Plaisance) en 1923 et elle est arrivée en France en 1946.


Une fois que j’ai fini mes …passé mon certificat d’étude bah il dit mon père, il dit : « Bah c’est pas ça, mais … » il dit « Il va falloir quand même que tu trouve du boulot ! » (…) alors il y avait un coiffeur et j’ai demandé « Monsieur, je veux bien apprendre le métier de coiffeur » et lui qui dit : « Viens, viens, viens ». Donc j’ai commencé, j’étais coiffeur.
Quand j’ai eu mon livret j’avais 13 ans, quand j’ai commencé à travailler, 13 ans et je suis né en ’21, donc je devais avoir... 12 ans et demi, 13 ans….et puis après bon beh , après …j’en ai mis un coup, j’ai passé des trucs, je suis donc devenu ‘salonnier coiffeur’ ! Oui, oui ! (…) et puis j’ai voulu aller travailler dans un grand salon de coiffure qui se trouvait dans le 15ème, j’ai fait les essais : « Eh bien, c’est très bien, on va pouvoir vous embaucher ». Et puis, au moment de signer les papiers, il me dit : « Mais …vous êtes français ? » « Mais non, je suis d’origine italienne ». Il dit : « Je regrette Monsieur », il dit. A’ l’époque il fallait 1 étranger pour 10 français !

Monsieur S. est né à Vibo Valentia en Calabre en 1921. Il est arrivé à Paris en 1925 avec sa mère pour rejoindre son père qui était venu en France pour travailler d’abord dans les mines de charbon, puis comme cordonnier.
Dans son jardin à Montreuil on trouve un palmier haut de plusieurs mètres, deux figuiers, des pieds de vignes tous originaires de son village natale.


Mur d’enceinte en béton de la maison où a grandi Pierre A., typique du savoir faire-italien.


On a étudié l’italien au lycée. Et à Nice, au lycée, l’italien était minoritaire par rapport à l’espagnol. Ça me fait de la peine, j’ai du mal à supporter parce que, où va-t-on parler italien ? Si on ne connaît pas l’italien à Nice, on ne le connaît nulle part. C’est pas à Paris. Du côté d’Espagne on apprend l’espagnol, c’est normal: anglais/espagnol. Et bien là, c’était anglais/espagnol aussi. Parce que je t’ai dit, il y avait un refus, une honte d’être immigré, je crois que c’est ça. Même ceux qui étaient d’origine italienne apprenaient l’espagnol.
Joëlle L. est née à Nice en 1953 de père italien originaire de Mendatica (Imperia) et mère française.

giovedì 15 marzo 2012, di Patrizia Molteni