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Emmanuel, i balordi e Noè

Caro Presidente Sergio,
sono Felice che ti scrive con l’amicizia di cittadino che ammira l’Italia, località piacevolmente ammena, a parte qualche cretino che ne faremmo ammeno.
Caro Presidente, io mi avevo messo a scriverte una lettera di buona estate con tutte l’allegrezza del caso, perché l’estate è il tempo di qualche vacanza festiva. Purnondimeno, vedo che, forse per la caloria e lo smogh, in Italia i cervelli di tanti s’ingrippano e i piedi pestano l’acqua ribollita nel mortaio. Mentre per le strade del mondo l’odio schizza fra gente di pelle o credenze diverse e il giudizio si accorcia. Così la mia lettera si è piegata verso un po’ di amarezza.

In primis, caro Sergio, visto che sei il titolare del vaporetto italiano, ti esprimo per lettera tutta la mia compassione a penzarti che devi appiopparti le infelicità di un Paese, che purtroppo da certi buchi sprizza sempre raggia e paure. Ma tu, che sei cresciuto a Palermo, ci hai allenamento alle urla e ai silenzi.
Caro Presidente, oggi ti vorrei raccontare un sogno che ho fatto nel buio del mio sottoscala. Molta gente dice che tiene un sogno nel cassetto. Io invece no. Anche perché nel cassetto non trovo mai niente e i calzini sono sempre spaiati. Così i sogni me li sparo nel sonno e quando mi sveglio, se il sogno è simpatico, cerco subito di fare qualcosa per seguirlo alle calcagna. Che poi è una cosa che vorrei consigliarti. Ché le fantasie un poco insensate portano a volte lontano.
Per farla breve, stanotte mi sono addormito un po’ sconcertato fra le grida di Nizza. Poi, nel cervello che sfiorava le nuvole del cielo del sonno, tante schifezze si accavallavano l’una sull’altra. Così ho ripenzato alla storia di Emmanuel, questo ragazzo nigeriano ammazzato con un pugno per avere protestato mentre chiamavano scimmia africana sua moglie. E ho chiuso l’occhi sbigottito, ricordando che nel Parlamento qualcuno ha detto che non bisogna prendersela poi tanto per qualche ammazzatina di balordi. Ma per fortuna Salvini ha scritto su Feisbuk che ammazzare è una cosa sbagliata, anche se non ho capito quando dice che l’invasione sarebbe la causa di tutti i mali. Di certo, alcuni preferirebbero che gli emigrati non vengono a crepare in Italia e se un disgraziato scappa dalla guerra dell’Africa è meglio che non viene in Italia, perché in sostanza finisce male lo stesso. Forse perché ci abbiamo i balordi.

Inzomma, così triste, mi sono assonnato nel sonno profondo e mi ho sognato un mare con le onde che brillavano che pareva un disegno. Io stavo sulla riva e guardavo questo mare e poi passava una barca con un uomo e una donna neri di pelle. Era stramba la barca, fabbricata con cassette di pomodori, cellofan di serra e foglie di palma, tutta azzizata che pareva una casa, con tetto, comignolo e radiobolica antenna. Io allora, nel sogno, chiamai i naviganti e loro si avvicinarono un poco e il mare brillava che il sole era basso. E l’uomo sulla barca mi disse che si chiamava No-è. Ma no è che cosa ?, ci dissi io. E lui mi rispose che No-è era proprio il suo nome. Allora io ricordai il catechismo, capii tutto e guardai il cielo. Ma non c’era manco una nuvola e quindi ci dissi, No-è guarda che forse hai sbagliato stagione o millennio ! Allora la donna sorrise e mi disse che non si erano messi nel mare per scampare a un Dilluvio divino ma per raccogliere di costa in costa e nel fondo dell’acqua le storie degli uomini, dei vivi e dei morti, che tutto hanno perso, fra rapine, carestie, guerre sante e strozzini. Poi No-è parlò ancora, in modo un po’ strano e, ondeggiando sul mare, spiegò che le storie degli uomini hanno tutti i colori, e tutte si incastrano nel libro del mondo che forse è infinito. E dondolava portato dal mare come San Calogero in processione, dicendo che ascoltare e contare le storie è il destino dell’uomo, che una volta era pesce e un giorno sarà uccello se darà voce ai sogni di tutti, soprattutto dei bambini sperduti. Io non capivo bene sta storia, ma qualcosa ho afferrato di queste parole che No-è calava fra il mare e la riva.

Caro Sergio, allora io penzo, che il mondo degli uomini è sempre stato una barca, un po’ come quella che si è fatta No-è nel mio sogno. E il nostro destino migliore è venuto imbarcando le storie di tanti, che fanno più aria a più nuovi pensieri.
Ma dei politici che gridano l’odio e poi si nascondono dietro parole perbene o contorte che cosa facciamo ? Ce n’è un po’ dappertutto, ma tu tieni d’occhio quelli nostrani. E spiegagli, magari offrendogli un succo di ananas al tuo palazzone, che l’invasione è quella delle loro urla insensate che trivellano la testa di tanti, trasformandoli in balordi, a volte assassini.
E sono Felice che ti saluta educato ma un poco intontito dalle visioni nottambule. Ciao, Sergio.

Felice Sghimbescio

lundi 21 novembre 2016, par Gigi Borruso