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Era di Maggio

Anteprima del primo piano del numero 39, di prossima pubblicazione anche online.

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© Tano D’Amico

“Era di maggio”, celebre canzone napoletana, dà subito il taglio di questo dossier sul Sessantotto. Già perché in Italia l’apice del Sessantotto si ha piuttosto in autunno, per arrivare all’esplosione delle lotte operaie nel ’69, anno in cui cominciarono le stragi fasciste, che si concluse, in dicembre, con la “madre di tutte le stragi”, quella di Piazza Fontana. Il resto è Storia : gli anni di piombo, il terrorismo, gli attentati, le vittime, le cariche dei celerini e i lacrimogeni… Se possiamo commemorare - nel senso originale del termine, quello del “ricordare insieme” - il Sessantotto, non possiamo (ancora ?) farlo per gli Anni Settanta, senza innescare moti di odio, seti di giustizia, insulti e animosità di ogni genere. Come se i manifestanti fossero tutti sanguinari brigatisti.
E’ la prima delle “Cinque buone ragioni” per commemorare il ’68 che dà Franco Lombardi, “noi c’eravamo”, seguita da “sapevamo che stavamo cambiando il mondo”. I più giovani di noi nel 1968 non c’erano e se c’erano erano troppo piccoli o “dormivano” ; negli anni ’70 invece c’eravamo, eccome. Ma sapevamo solo che quel mondo non andava bene. Dal “vogliamo tutto” si è passati a “vogliamo tutto ma non questo”, dal “vietato vietare” a “vietato vietare con i manganelli”, dall’“immaginazione al potere” all’“un tantino di immaginazione ce la lasciate ?”.
Il ’68 viene ricordato come una chiave di volta : c’è stato un prima e un dopo, solo che, al contrario della Francia, in Italia il dopo si situa nel 1978, con l’assassinio di Aldo Moro, la tragedia che è caduta come una bomba sull’Italia e su tutti i movimenti, provocandone la fine. La stragrande maggioranza dei contestatari, i non-brigatisti, si ricordano sì la violenza e un’atmosfera, al contrario di quella technicolor sessantottina, grigio-lacrimogeno, plumbea. Ma si ricordano anche le letture, le assemblee, le discussioni sulle classi sociali, i collettivi femministi … Insomma è stato un periodo in cui ancora c’era la voglia di capire la società in cui si viveva e cambiarla, non necessariamente con le armi.
La nostra commemorazione - sempre nel senso di ricordare insieme, non di “celebrare” - parte dal fotoracconto di Tano D’Amico delle donne degli anni 70, forse l’unica rivoluzione riuscita degli anni che hanno visto passare la legge sul divorzio (1970), quella sull’aborto (1978) e persino, sforando negli anni ’80, l’abrogazione del delitto d’onore. Come scrive Gigi Spina, Tano D’Amico riesce a “fotografare un ricordo”, a farci riconoscere nella foto e diventare noi stessi fotografi, autori di selfie in cui al di là della foto vediamo anche cosa è successo prima dello scatto o dopo.
I nostri fotografi di ricordi spaziano dal maggio del ’68, in Francia, bien sûr, e attraverso tutta la creatività dei tempi, il cinema, l’arte, la canzone (con le interviste a Bernardo Bertolucci e Cris Altan, il racconto di Tommaso Cascella, la canzone di De André riletta da Giovanna Trosi Spagnoli) al nostro dopo, quello degli anni ’70, di cui ci parlano Maria Antonia Pingitore nelle “Domande che non ha fatto” a Rossana Rossanda e Cinzia Crosali, che all’epoca, da psicologa criminologa, faceva terapia nel carcere femminile di Voghera. Facciamo nostra la conclusione della Dottoressa Crosali : “quegli anni, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, rappresentano un periodo intenso e appassionato che formò il mio modo di pensare, che plasmò per sempre il mio modo di guardare il mondo, di cercare di cogliere l’essenza sublime e tragica delle passioni umane e del loro destino, di cogliere qualcosa del mistero dell’esistenza e della complessità della convivenza sociale”.
Oltre a “fotografare il ricordo” abbiamo cercato di restituire l’atmosfera e le idee, molte delle quali sembrano impossibili oggi. Alcune parole attraversano tutto il “primo piano” che somiglia più a un “piano di prima” tanto le parole sembrano anacronistiche : le certezze, la borghesia e la lotta di classe, il “popolare”, la rivoluzione, l’immaginazione, la libertà, il “cambiare il mondo”. E ancora il “collettivo”, come contrario dell’individualista, come aggettivo di sogno, per esempio, e il “Movimento” che andava a significare, il non stare mai fermi, continuare a lottare ad andare avanti (al contrario di un Movimento odierno, che non va da nessuna parte, neanche dove lo porta il vento).
Mario Dondero lo diceva forse meglio di tutti : “la politica si deve nutrire di creatività, di poesia, e di immaginazione”. Nel “dopo”, abbiamo attraversato gli anni di vuoto politico e quelli del berlusconismo, nutriti da marketing e dalla TV-monnezza. La politica di oggi è solo la logica conseguenza di questa malnutrizione. Continuons le combat ?

Dossier a cura di Patrizia Molteni e Francesco Forlani.
Hanno collaborato : Tommaso Cascella, Cinzia Crosali, Franco Lombardi, Olivier Maillart, Maria Antonia Pingitore, Gigi Spina, Giovanna Toisi Spagnoli.
Fotoracconto di Tano D’Amico.

vendredi 25 mai 2018, par Patrizia Molteni