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Eutanasia e paradossi del desiderio

Nuove domande sovvertono oggi l’ordine del simbolico. Le più inquietanti sono quelle che toccano i punti nevralgici dell’esistenza: la nascita, la morte, la sessualità. Il dibattito politico affronta temi qualche tempo fa impensabili: il concepimento in laboratorio, la morte assistita per chi soffre gravemente senza speranza di miglioramento, il matrimonio e l’adozione di bambini per le coppie omossessuali… Un posto particolare in seno al dibattito attuale è quello occupato dalla questione bruciante dell’eutanasia.

La bussola che ci guida nelle discussioni su questo tema, a volta vacilla tra la razionalità e l’affettività, tra la rivendicazione, la compassione e l’inquietudine. Non basta liquidare il problema appellandosi al diritto dell’autodeterminazione, decidendo che “ognuno deve essere libero di fare quello che vuole”; i valori etici, gli ideali, la paura, l’irreversibilità delle decisioni, ci rendono cauti nello stabilire con certezza i confini del diritto e della libertà.
Il significato letterale di eutanasia è quello di “morte buona”; l’etimologia greca rinvia alla parola “thanatos”, “la morte” et “eu” che significa “buona”.
Eutanasia, nel nostro contesto culturale significa quindi: procurare la morte di una persona la cui vita è gravemente compromessa da una malattia incurabile e gravemente invalidante.
In Italia due casi, dolorosi, hanno diviso l’opinione pubblica e avviato uno scontro giuridico ed etico. Si tratta del caso di Eluana Englara, la ragazza che, dopo un incidente d’auto, rimase in coma irreversibile per 17 anni, prima che il padre ottenesse che fosse interrotta la nutrizione artificiale che la teneva in uno stato di vita vegetativa; e il caso di Piergiorgio Welby, sessantunenne, affetto da distrofia muscolare progressiva, che nel 2006 cessava di vivere per libera scelta, dopo aver ottenuto che fosse staccato il respiratore artificiale che lo teneva in vita.
Lo scontro ideologico nasce tra chi ritiene che la fine della vita sia un evento sul quale l’uomo può disporre, e chi ritiene che la vita sia un valore inviolabile.
Esistono tipi diversi di eutanasia: quella attiva diretta, (illegale in Italia) che consiste nel provocare il decesso mediante la somministrazione di sostanze che inducono la morte; e quella attiva indiretta quando i farmaci somministrati per alleviare le sofferenze (esempio la morfina) provocano nello stesso tempo una diminuzione dei tempi di vita. Inoltre l’eutanasia è passiva quando si interrompe o si omette di somministrare un trattamento medico necessario alla sopravvivenza dell’individuo. E’ volontaria quando segue la richiesta esplicita del soggetto, espressa in condizioni di adeguata capacità di intendere e di volere oppure tramite il testamento biologico. E’ detta non-volontaria quando non è il soggetto a esprimere la sua volontà, ma un terzo designato a esprimersi al suo posto.
Le posizioni ufficiali della chiesa cattolica sono contrarie all’eutanasia provocata, mentre è tollerata l’interruzione dell’accanimento terapeutico nei casi senza speranza di miglioramento. Vengono comunque incoraggiate le cure palliative atte a sollevare il paziente dalla sofferenza fisica e psichica. Secondo la morale cristiana, comunque, l’eutanasia è inaccettabile come violazione del quinto comandamento: "Non uccidere". Dal punto di vista giuridico, la legge italiana proibisce ad un medico di somministrare delle terapie senza il consenso del paziente, quindi l’eutanasia passiva (rifiuto delle cure) è autorizzata, mentre è considerato un reato ogni attuazione di eutanasia attiva e diretta. Il problema si pone per i malati che non sono più in grado di intendere e di volere e quindi di decidere. L’istituzione del Testamento biologico, risponderebbe all’esigenza di poter esprimere una volontà che possa essere rispettata in un momento della vita in cui la capacità di esprimerla potrebbe venire a mancare.
La rivendicazione dei sostenitori della libertà sulla gestione individuale della morte, è basata su un desiderio legittimo di non soffrire e di finire la vita nella dignità. Tutto questo sembra essere comprensibile nel caso della sofferenza fisica, della decadenza estrema del corpo e delle funzioni degli organi. Nessuno vorrebbe vivere una lunga malattia incurabile, dolorosa e umiliante. Tuttavia come affrontare la questione del diritto alla morte nel caso della malattia psichica? Se colui che chiede la morte è una persona fisicamente sana, ma affetta da psicosi malinconica o da depressione grave, qual è la posizione etica adeguata? Come porsi di fronte alla sua esigenza di far cessare la sua sofferenza morale e l’atroce dolore di vivere con un intervento medico atto a dargli la morte? Perché dovrebbe esserci meno dignità nella perdita delle proprie funzioni motrici, cardiovascolari o respiratorie, rispetto alla perdita della vitalità psichica? E infine chi può stabilire la scala di intensità del dolore fisico e psichico? I paradossi della nostra epoca inducono domande a cui è difficile dare risposte univoche. E tuttavia di fronte alla richiesta di aiuto a morire di una persona psichicamente fragile, nessuno pensa di dovere accordare un consenso.
Quasi tutti sono d’accordo sul fatto che l’accanimento terapeutico inutile debba essere risparmiato a una persona in fin di vita, tuttavia è disumano delegarne la decisione ai familiari. Quale madre, quale figlio, quale coniuge, può facilmente decidere di interrompere le cure che tengono in vita la persona amata? Se una legge deve essere stabilita sull’eutanasia sarebbe preferibile che i familiari non fossero lasciati soli a decidere per i loro congiunti e che l’accompagnamento psicologico e medico fosse assicurato a ciascuno, caso per caso.
Chiedere di essere aiutati a morire è una domanda complessa, sia per chi la pone, sia per chi deve rispondere. Essa può essere compresa nella sua drammaticità umana, ma non può essere accolta in modo indiscriminato. Ogni persona, ogni malattia, ogni sofferenza è unica e non generalizzabile. Per alcuni la certezza di voler morire, può modificarsi in un tempo successivo, dopo il superamento di un periodo profondamente difficile. In questo senso la questione della temporalità e il fatto che esistono diverse temporalità, non possono essere elusi.
Una parentesi va aperta anche su un altro versante del problema. Si tratta di non mascherare con un atteggiamento umanitario di compassione per la sofferenza altrui, una politica economica-sociale che tende a sbarazzarsi di tutto ciò che non è efficace e produttivo, e che fa entrare in questo calcolo del profitto anche la vita umana, quando questa è considerata solo un costo per la collettività. Questo rischio non è escluso se si va verso una legge concentrata più sull’autorizzazione ad accordare la morte, piuttosto che sul finanziamento e sulla ricerca delle cure che sollevano la persona dalla sofferenza fisica e morale, indipendentemente dalla sua possibilità di guarigione.
La psicanalisi non ha una risposta preconfezionata e universale. Essa conosce il ruolo della pulsione di morte nel discorso di ogni soggetto e non solo nei casi di malattie gravi o terminali, ma in ogni epoca della vita. Per la psicoanalisi ogni domanda è una domanda d’amore, quindi anche la domanda di morte, è in fin dei conti una domanda d’amore, e come tale va ascoltata, al di là delle scelte che ciascuno farà. La “domanda” si articola al “desiderio” senza che questo possa affrancarsi completamente dal dubbio, dall’ambiguità e dall’ambivalenza, elementi insondabili di ogni soggettività umana.
La decisione più coraggiosa resta ancora, per ciascuno, quella di vivere fino in fondo il proprio tempo e di accompagnare con rispetto e comprensione la tragedia intima di chi si trova, sfinito, alla frontiera della vita.

venerdì 15 febbraio 2013, di Cinzia Crosali