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Fame di cinema

Fin dai tempi di Platone, quando il cinema ancora non esisteva, il banchetto era sinonimo di dialogo. Ci si riuniva attorno al cibo per discutere di filosofia e di etica. Nelle riunioni di famiglia – soprattutto in occasione delle feste comandate – ma anche tra amici, colleghi o conoscenti, la discussione può diventare molto accesa, il dialogo scontro. Nella vita reale come al sullo schermo, dove tutto è amplificato.

Memorabile la scena del pranzo nell’”Amarcord” di Fellini che finisce con il figlio adolescente che scappa dopo una marachella inseguito dal padre furibondo e la madre che minaccia di uccidere tutta la famiglia, lei compresa, mentre gli altri (zio, fratellino, nonna, cameriera) continuano a mangiare anche nei piatti degli assenti. Viene da chiedersi : qual è il dramma familiare ? L’educazione fallita dei figli ? Gli screzi e le incomprensioni ? O piuttosto la fame ?
Nella storia del cinema italiano gli spaghetti hanno rappresentato “miseria e nobiltà”, tanto per citare un film in cui un magistrale Totò, in piedi sul tavolo, mangia gli spaghetti con le mani e ne approfitta per metterne in tasca il più possibile. Totò, come Edoardo De Filippo, sono stati grandi rappresentanti della fame. Un periodo, quello del dopoguerra in cui la povertà arriva al cinema anche attraverso il cibo : gli spaghetti, appunto (non per niente i western all’italiana, prodotti con pochissimi mezzi, si chiamano spaghetti western) ; il pane, come quel pane rotondo che Anna Magnani trova in “Roma città aperta” di Rossellini, in un’atmosfera che ricorda l’assalto ai forni dei Promessi Sposi ; le patate ; le frittate, come quella che la moglie prepara al protagonista di “Ladri di biciclette” perché la porti il primo giorno di lavoro, poi gli rubano la bicicletta, perde questa occasione di lavoro, e lo ritroviamo in una trattoria con il figlio dove l’unica cosa che può ordinare è una mozzarella in carrozzza per il bambino, il piatto meno costoso. E poi le zuppe, tantissime minestre, immancabili nei film di quegli anni. Ne “I soliti ignoti”, capolavoro di Monicelli, la banda di rapinatori falliti si consola con la pasta e ceci trovata nella cucina che dovevano scassinare : non tutto è perduto, la pancia, almeno, è piena.
Con gli anni ‘50, quelli della crescita economica, gli spaghetti diventano “la pastasciutta”, simbolo dell’animo buono, della gioia di vivere degli italiani. Si pensi ad Ave Ninchi, la madre XXL di “Vivere in pace”, “La famiglia passaguai”, “Totò cerca moglie”, “Guardie e ladri” … in coppia con Totò e Aldo Fabrizi (un altro famosissimo mangiatore di spaghetti). Oppure ad Alberto Sordi, che mangia con gusto in quasi tutti i suoi film, primo fra tutti “Le vacanze intelligenti” in cui lui e la moglie, messi a dieta dai figli salutisti ed orientaleggianti, si sfogano con il peggio della cucina trucida ed ipercalorica.

La dolce vita

Gassman, negli anni ’60, dà inizio ad un modo di mangiare poco affamato, ne “Il sorpasso” di Dino Risi : quello che conta non è più mangiare in quantità ma con chi e dove. Un po’ come ne “La dolce vita” (Fellini) dove, tra feste e locali “in”, scorrono fiumi di champagne ma nessuno sembra veramente mangiare, men che meno il bel Marcello. Anzi proprio in quegli anni i bambini, che nei film neorealisti puntavano i loro occhioni affamati su piatti irrangiungibili, si trasformano in fanciulli inappetenti, troppo presi dai loro problemi di famiglia per occuparsi dello stomaco (in particolare i film di Comencini).
Non mancano nel cinema italiano anni ’60-‘70 le “grandi abbuffate”, sempre per citare un titolo di un film (Marco Ferreri, 1973) in cui quattro amici annoiati decidono di suicidarsi con un overdose di cibo. Une delle abbuffate più famose – a tutt’altro livello - resta forse quella del “Gattopardo”, film tratto dall’omonimo romanzo di Tomasi di Lampedusa. Basti pensare al « torreggiante timballo di maccheroni » servito a Donnafugata la sera in cui Angelica viene presentata in casa Salina, quando l’involucro di pasta dorata che racchiude un ricchissimo ripieno sembra il trionfante prodotto di venticinque secoli di gastronomia siciliana. Nel timballo le fragranze si mescolano, ne esaltano il « prezioso color camoscio » ottenuto in virtù di un estratto di carne lontano anni luce dagli odierni dadi da brodo : realizzabile solo nelle nobili cucine governate dai Monzù, i cuochi che per tradizione perfezionavano la loro arte in Francia.
Gli spaghetti continuano a rappresentare l’Italia del Sud. Come non citare gli “spaghetti alla Mario Ruotolo”, nel film “Il Postino” ? Quelli che Mario (Massimo Troisi nel suo ultimo film), il postino personale del poeta Pablo Neruda (interpretato dall’attore Philippe Noiret), cucina nell’osteria della zia della moglie, trovando, per ogni ingrediente “una metafora adatta”.
Pranzo di Ferragosto Così come pranzi e cene di famiglia continuano ad essere il luogo dove esplodono o si risolvono i conflitti familiari, dal famoso “Parenti serpenti” (Monicelli) a “Buon Natale, Buon Anno” di Luigi Comencini, “La famiglia” di Ettore Scola o persino “Il più bel giorno della mia vita” di Cristina Comencini, con un banchetto in occasione della prima comunione della nipotina. Tra i film più recenti ne citiamo uno per tutti : “Il pranzo di Ferragosto” di Gianni Di Gregorio che vede un figlio alle prese con la madre, una nobildonna decaduta leggermente caratteriale, cui vanno ad aggiungersi la mamma dell’amministratore e quella del medico. Il pover’uomo si trova allora a dover organizzare un pranzo di ferragosto per le simpatiche vecchiette, cercando di barcamenarsi tra battibecchi, manie, diete e quant’altro. Il menù : la pasta al forno che una di queste divora nonostante i divieti del figlio medico, e il pesce pescato nel tevere.

mardi 4 janvier 2011, par Zosimo e Franco Pedroni