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Festicciola di Natale

L’incubo di ogni anno è passato: i party aziendali della settimana prenatalizia. Da alcuni anni le aziende hanno creduto di scoprire nella «festicciola di Natale» la possibilità di facilitare i rapporti fra colleghi. Ottima idea sulla carta, ma nella realtà succede proprio come in tutte le buone famiglie: le feste sono un’occasione da non perdere per il grand déballage, visto che le abbondanti libagioni allentano i freni inibitori, spingendoci a dire cose che in una situazione di normalità etilica eviteremmo con grande cura.
E così anche quest’anno non ho potuto evitare di partecipare a qualche « festicciola » organizzata da clienti che insistono ad invitarmi nella certezza che una buona coppa di champagne abbasserà a sufficienza i famosi freni per indurmi a cantare « O sole mio ». Ed anche quest’anno ho approfittato di questa occasione per registrare nuovi e imprevedibili esempi di incontro-scontro interculturale franco-italiano.
Un’importante azienda francese decide che quest’anno la «festicciola» per i dirigenti si farà nella loro sede alla Défense, offrendo come benefit ai responsabili della filiale italiana due giorni a Parigi con obbligo di partecipazione alla «festicciola». Gli italiani si trovano quindi in una situazione di decisa minoranza numerica rispetto ai colleghi francesi, ma si sa, questo per noi non è un problema, ci inseriamo con disinvoltura in qualsiasi nuovo contesto.
I francesi avevano sottovalutato l’effetto champagne, che dopo circa mezz’ora di festeggiamenti si è attivato, inducendo uno degli ospiti italiani ad affrontare con il suo responsabile francese una dotta disquisizione su rimborso delle spese di viaggio per visitare cliente distanti dalla filiale più di duecento chilometri. Il dilemma era: rimborsi forfettari o a pie’ lista? E qui due visioni del mondo si sono scatenate, attirando nel loro tourbillon un numero crescente di spettatori che ben presto sono diventati attori di una discussione la cui passione era direttamente proporzionale allo champagne degustato.
In sintesi: i francesi insistevano per un rimborso a pie’ di lista, perché nel registrarlo potevano imputare contabilmente le varie voci ai corrispettivi servizi, cosa che permetteva di analizzare non solo l’importo, ma anche l’opportunità di certe scelte, come i mezzi di trasporto e i percorsi. Questo tipo di procedura non aveva mai suscitato nei dipendenti francesi la minima contestazione. All’inizio anche gli italiani vi si erano adattati, ma poi vedendosi contestare soprattutto i tempi di trasporto (secondo l’interpretazione del servizio contabile francese gli italiani stavano a chiacchierare troppo a lungo con i loro clienti), avevano cominciato a richiedere con sempre maggior insistenza il rimborso forfettario. L’ultima richiesta era stata presentata dieci giorni prima.
Nel giro di dieci minuti i due campi si erano definiti e la differenza era chiaramente riscontrabile nello spazio, che presentava una specie di linea di demarcazione, a dire il vero un po’ irregolare, dietro ai due contendenti. Mentre il tono di voce si faceva sempre più irritato, una timida segretaria, evidentemente incoraggiata dalla coppa che aveva in mano, osò dire: « Perché non applicare il rimborso misto, come si fa per la filiale...?» Silenzio generale. Nessuno aveva preso in considerazione quella possibilità. Poi il direttore francese, con grande sussiego, colse al balzo l’occasione che gli veniva offerta per risolvere la contesa senza perdere l’onore, e accordò agli italiani la possibilità di applicare quella eccezione anche alla loro filiale. Benedetto lo champagne ... e benedette le segretarie?

martedì 18 febbraio 2014, di Marzia Beluffi