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“Figli delle vittime Gli anni Settanta, le storie di famiglia”

Nato da un progetto italo-franco-tedesco che ha visto impegnati ricercatori delle Università di Lione e di Reggio Emilia, il volume rappresenta un solo aspetto della ricerca, il caso italiano nel corso degli anni Settanta, visto attraverso i figli delle vittime dello stragismo “nero”, del terrorismo “rosso” e della mafia.

Già dal sottotitolo, “Gli anni Settanta, le storie di famiglia”, è chiaro l’intento degli autori. Rifiutano fin dalla copertina di usare il termine “anni di piombo”, utile per le vendite oltre che “primo depistaggio a scapito della comprensione di quel decennio”: riunendo nello stesso sacco eversori “neri” e sovversivi” rossi, ha ridotto gli anni Settanta ad “un’epoca monocolore” tutt’altro che rispondente alla realtà (Canovi).
L’Italia è il paese del “familismo amorale” – ci ricorda Jean-Claude Zancarini –, nella definizione di Edward Barnfield “l’incapacità degli abitanti di agire insieme per il bene comune o, addirittura, per qualsivoglia fine che trascenda l’interesse materiale immediato della famiglia nucleare”. Nel caso dei figli delle vittime, Zancarini vede un “familismo morale”: si tratta infatti di “ridare impegno civico e morale e coinvolgere lo Stato” e vedere come la famiglia possa fare storia. Su queste due nozioni si basa la maggior parte dei contributi del volume.
Di “patologia della memoria” ci parla Ilaria Vezzani al termine di un esauriente e chiarissimo panorama storico degli atti della violenza politica in Italia dal 1969 al 1982, una patologia espressa da “l’incapacità dei protagonisti, delle istituzioni, della società civile di chiudere quel periodo riappacificando le varie memorie personali in un’unica memoria collettiva, storica, condivisa”. Il deterrente non è tanto l’assenza di narrazione, quanto l’inflazione di memoriali e libri-interviste scritti dai familiari delle vittime, una sorta di “filone letterario” che confonde la materia prima (le testimonianze) con le conclusioni (la Storia). Come peraltro si può parlare di un filone letterario dei “carnefici”, dai diari di prigionia alle memorie dei combattenti, anch’essi divorati da lettori che cercano di capire un periodo complicatissimo della storia d’Italia.
Pochissimi gli studi degli storici, che hanno lasciato libero campo alle narrazioni di microstorie che da personali entrano, attraverso l’edizione del libro o le azioni delle associazioni dei parenti delle vittime, nello spazio pubblico (a cominciare dalle commemorazioni per la strage di Bologna).
A questo proposito gli autori cercano anche di rispondere all’annosa diatriba tra Storia e memoria, la prima avendo una priorità di portatrice di verità rispetto alla seconda, che si basa su narrazioni soggettive e quindi non necessariamente vere. “La memoria non è una collezione di ricordi così come la verità non è una collezioni di fatti, perché entrambe comportano spiegazioni, interpretazioni e assunzioni di responsabilità”, scrive Giovanni Moro, figlio di Aldo. Il lavoro delle associazioni o, come in questo caso, degli storici della memoria, è proprio quello di ridare un senso collettivo al ricordo.

Per chi e perché?

Ma perché scrivono i figli delle vittime? A cosa e soprattutto a chi serve?
In origine, una domanda: “perché io?” o “perché mio padre?”. Poi, il bisogno di restituire alla persona uno statuto che non sia solo quello della vittima: di Aldo Moro l’immagine è quella della “terribile fotografia da prigioniero delle Brigate Rosse o cadavere nel portabagagli di una macchina circondata da persone agitate che riappare periodicamente in quasi tutte le trasmissioni dedicate a quegli anni” (Agnese Moro). Ridando corpo ad un’immagine privata dell’uomo si fa uscire la persona al di là della vittima.
A livello personale, i ricordi, le foto - che vengono analizzate in ogni dettaglio -, domande ad amici e colleghi del padre, ma anche tanta ricerca documentale, sono un modo per elaborare il dolore, per recuperare un rapporto interrotto, spiega Maurizia Morini nel capitolo “Lessici familiari – Ricordo e narrazione nelle memorie delle figlie e dei figli delle vittime del terrorismo”.
Altro aspetto comune è lo scrivere rivolgendosi ai propri figli, dando cioè a questa trasmissione un obiettivo memoriale oltre che didattico, come illustra Charlotte Monge, di riflesso alla citazione di Don Ciotti, fondatore dell’Associazione “Libera – Associazioni nomi e numeri contro le mafie”: “la memoria costruisce l’impegno”. Ecco che allora la vittima assume un carattere esemplare per la passione per il lavoro, l’impegno, la capacità lavorativa straordinaria, le virtù civili come l’onestà, il coraggio, la lealtà… Non è vittima di una tragedia qualunque, ha dato la vita per tutelare le libertà democratiche e il suo “sacrificio” deve essere conosciuto e tramandato. Da chi? Dai figli, “portatori sani di memoria” come li definisce la Morini. Questo loro essere persone a tutto tondo, permette anche l’immedesimazione – e quindi l’emulazione – del cittadino.
Infine la questione più scottante, affrontata più o meno indirettamente da tutti i contributi di questo volume, ma approfondita più particolarmente da Antonio Canovi nell’ultimo capitolo, “Le parole delle vittime”: quella della responsabilità dello Stato, cioè di conoscere non solo le vittime ma i fatti che hanno portato alla loro morte.
Canovi parte dalla strage di Bologna, e dalla creazione spontanea di un coordinamento di assistenza alle vittime da parte della società civile, un “modello emiliano” di solidarietà e mutuo soccorso in cui lo Stato rimane “lontano”. Nascerà, pochissimo tempo dopo, l’Associazione delle vittime cui seguiranno delle altre a Brescia, a Torino, studiate e consultate anche dall’estero.
“E’ una rivoluzione culturale”, sostiene Canovi, perché al centro della scena pubblica non c’è lo Stato, bensì la vittima. Gli anni Settanta vedono “l’irruzione della soggettività” nella Storia, tema sul quale lo storico reggiano lavora da anni.
Il lavoro delle associazioni o la creazione del “Centro di Documentazione storico-politica dello stragismo” rispondono o meglio attaccano l’assenza dello Stato, se non addirittura la palese mancanza di trasparenza. Nel Manifesto commemorativo della strage di Bologna, si legge “Nel nostro paese, dal dopoguerra ad oggi, vi sono state ben tredici stragi, in nessuna di esse si è arrivati a scoprire i mandanti mentre in tutte vi sono sistematici depistaggi e coperture dei Servizi segreti per impedire di colpire i colpevoli.”
La strategia della tensione che tendeva a “destabilizzare per stabilizzare”, a dividere i neri dai rossi, le vittime dai carnefici è servita proprio a cancellare ogni speranza di verità e con essa di democrazia. “Questa, infine la questione pregnante che si è inteso mettere in scena in questo saggio: se la ‘Stagione degli anni Settanta, piuttosto che non degli ‘anni di piombo’ costituisca o meno una ‘posta in gioco’ […] – memoriale, storiografica: i due campi non si sommano e non si escludono, a nostro avviso si intrecciano -, un terreno di riconoscimento per la comprensione dell’Italia presente.

Figli delle vittime
Gli anni Settanta, le storie di famiglia

A cura di Maurizia Morini
Aliberti Editore

venerdì 2 maggio 2014, di Patrizia Molteni