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Figli di…


No, non troverete nessun insulto in questo primo piano dedicato a tutti i figli. Si parla spesso di padri – padri spirituali, intellettuali, fondatori, persino padri della patria (ultimamente anche “a schiovere”) – mentre l’essere “figli di” è diventato quasi un sinonimo di bamboccione, di ragazzi attempati che vivono come parassiti alle spalle della fortuna di papà mentre chi vorrebbe lavorare, veramente, il posto non lo trova. Non che questo non succeda, anzi il Belpaese sembra avere il primato di parassitismo filiale, come dimostra la galleria fotografica dei rampolli della politica e dell’economia: posto assicurato, stipendi da sogno per fare ben poco, mantenuti dal genitore e dal partito. Ma ci sono anche delle filiazioni problematiche: cosa vuol dire essere figli delle vittime di stragi, di attentati e di regolamenti di conti mafiosi? Perché passare la vita a rendere giustizia alla figura paterna? E il talento si eredita? Cioè essere figli d’arte spiana veramente la carriera e la vita di artisti, cantanti, attori o registi? O piuttosto – come ci spiega la dottoressa Cinzia Crosali nell’articolo “Figli di un Dio… maggiore” – crea problemi di confronto tra “l’originale” (il genitore famoso) e “la copia”? E avere un padre spirituale serve? Ce lo racconta Roberto Ferrucci che da Antonio Tabucchi ha ereditato un capitale di generosità.
Non potevano mancare, per una rivista come la nostra, i figli dei migranti: nelle andate e ritorni di “cavriaghini” (abitanti di Cavriago, in provincia di Reggio Emilia), Antonio Canovi ripercorre il viaggio dell’antifascismo da una generazione all’altra e da un paese all’altro.
Forse è proprio questa la cosa più bella di questo dossier: rendersi conto che la trasmissione di valori ed idee è più facile e dà più soddisfazione a genitori e figli. Ce lo dice anche la psicologa: “la cosa più importante che i genitori possono trasmettere, al di là del nome, dei titoli, della fortuna, del successo, del denaro, è la fiamma del desiderio che orienta la vita verso l’Opera che ciascuno vuole farne”.
Abbiamo voluto infine prendere in considerazione il tempo e la storia sociale: essere nati in un anno piuttosto che un altro o appartenere ad una generazione in particolare cambia qualcosa? A quanto pare sì: se i settantenni di oggi sono dei Peter Pan che non sanno quando diventeranno vecchi, se i cinquantenni lavoro-repellenti cercano ancora un posto gratificante, se i quarantenni si considerano “ragazzi” e corrono a grandi falcate verso il successo (soprattutto in politica), una ragione c’è (“Dimmi quando sei nato e ti dirò chi sei”).
Grandi assenti le madri ma anche perché applicata a “figli di…” la figura materna non se ne esce quasi mai elegantemente. E poi le madri sono e saranno sempre in “primo piano”.

Dossier a cura di Patrizia Molteni, Tiziana Jacoponi, Antonio Canovi, Roberto Ferrucci.

giovedì 1 maggio 2014, di Patrizia Molteni