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Figli di …. un dio maggiore?

Essere figli di uomini o donne famosi è una prigione o un’opportunità? Per ciascun «figlio» la questione si pone in modo diverso in quanto non c’è una regola generale che valga per tutti. Sicuramente il confronto con un genitore famoso è una responsabilità e un fardello : può rappresentare per alcuni una spinta, una facilitazione, un incentivo, per altri un freno, un debito, un’aspettativa insostenibile. Un cognome famoso in politica può essere ingombrante perché troppo legato a un colore di fazione o a un partito, oppure perché chi lo porta fa fatica a sfatare negli altri i dubbi di favoritismo e nepotismo che accompagnano ogni suo passo nella società.

Lasceremo da parte in questo spazio il caso dei figli di genitori «tristemente » famosi, cioè i figli di criminali, malfattori o nemici della società. Molti studi sono stati fatti sui figli dei criminali nazisti, sui figli di ergastolani o terroristi e anche in questo caso si è rilevato che le generalizzazioni sono indebite perché ognuno di loro cerca di utilizzare questa pesante eredità come meglio riesce, portandone sicuramente le tracce e le conseguenze per tutta la vita, qualche volta rimanendo schiacciati da questo peso, qualche volta invece facendone un’occasione di riscatto e di demarcazione.
Ci occuperemo invece dei figli in apparenza privilegiati, per nascita, per nome o blasone. La loro vita sembra, in effetti, più facile, per certi versi lo è: opportunità, contatti, porte che si aprono rapidamente, stimoli e agevolazioni economiche. Elementi per tutti appetibili e invidiabili. E tuttavia, tutto questo non basta per la riuscita privata, né per quella pubblica. Tutte le testimonianze di chi porta un nome conosciuto vanno nello stesso senso: lo sguardo sociale e le aspettative pubbliche sono senza indulgenza. Se il figlio vuol fare lo stesso mestiere del genitore, il peso del confronto con il padre o con la madre famosi è inevitabile. Per i figli d’arte, per esempio, lo sguardo e il giudizio del pubblico non saranno mai completamente sganciati dai paragoni che pongono il genitore nel ruolo dell’«originale» e il figlio nel ruolo di una “copia” più o meno soddisfacente. Occorre una capacità di “individualizzazione-separazione” intensa e decisa da parte dei giovani per essere guardati, visti, giudicati, in sé e per sé, e per sdoganarsi dal fardello dell’eredità genitoriale. Se le cose fossero semplici e se il successo si trasmettesse, come il patrimonio, da una generazione all’altra, tutti i figli dei VIP, sarebbero dei VIP. Sappiamo invece quanto siano frequenti i casi di fragilità, inquietudine, depressione, suicidi, dilaganti proprio negli ambienti dello showbiz. Al grande pubblico è nota la tragedia dei figli di Marlon Brando: Cheyenne Brando si suicida a 25 anni nel 1995 dopo aver perso la custodia del figlio, e dopo anni di abuso di droga e alcool. Poco tempo prima suo fratello Christian era stato processato per aver ucciso il fidanzato di Cheyenne, che era rimasta incinta. Molti altri casi potrebbero essere citati.

La domanda legittima che ci poniamo riguarda il rapporto tra frequenza e visibilità. I figli problematici esistono in tutti gli ambienti sociali, le disgrazie dei VIP sono in realtà più visibili perché portate subito alla ribalta, ma non per questo sono più frequenti. Fragilità, depressione, uso di droga, malattia mentale, hanno una distribuzione veramente democratica nella popolazione!
Ammesso lapalissianamente che iniziare una vita con i migliori strumenti culturali ed economici e in un clima familiare sereno è decisamente meglio che nascere in una famiglia poverissima e magari anche piena di conflitti e tensioni, è forse più interessante chiederci che cosa determini un cammino diverso per ragazzi che sembrano avere le stesse opportunità sociali e culturali.
Noi psicoanalisti riconosciamo le responsabilità dei genitori sul destino di un figlio, ma sappiamo che c’è una parte del percorso di ogni vita, del quale è responsabile solo l’individuo, qualsiasi sia stata la sua origine o la sua estrazione sociale. Ogni individuo può diventare un soggetto responsabile del suo destino, oppure può accusare gli altri (famiglia, genitori, società) delle proprie sfortune e dei propri fallimenti.
Essere eredi di un impero finanziario è senz’altro molto comodo e agevole, anche perché la gestione del patrimonio può essere delegata a fidati e accurati amministratori. Questo però non metterà nessuno al riparo dai dolori esistenziali o dalle eventuali cadute depressive. Essere figli di gente ricca e famosa diventa un trampolino di lancio solo se c’è anche la volontà e il desiderio individuale di creare la propria storia in modo indipendente e originale.
Quando è in gioco il talento individuale nessun genitore può garantire il figlio. Per i figli d’arte è sicuramente più complicato affermarsi con successo nello stesso campo del genitore. Nell’esecuzione artistica non si può delegare niente a nessuno, come si fa nel mondo finanziario. Nonostante le maggiori opportunità, senza talento nessuno potrà essere un buon musicista, un buon attore o un buon pittore.
Una sorta di «parricidio simbolico» è richiesto ad ogni individuo per diventare un soggetto, e nel caso dei figli di genitori famosi, l’eco sociale, la popolarità, la notorietà, rende questo processo ancora più importante. I miti, le tragedie, il teatro, celebrano, a partire da Edipo e passando per Amleto fino ai giorni nostri, la complessità della relazione padre-figlio : uccidere, salvare, vendicare, tradire, celebrare… il padre, non sono che alcuni dei modi con cui i poeti hanno cercato di testimoniare il dramma di ogni figlio per riuscire ad esistere, ad affermarsi e a svincolarsi dall’influenza genitoriale, senza doverla negare. Lacan diceva che del Nome-del-Padre : “bisogna servirsene per poterne fare a meno”, e apriva così una dialettica tale da permettere al figlio di saper ricevere ciò che il padre gli trasmette per poi soggettivare in forma autonoma la propria esistenza.

Allora quale destino per i figli di genitori famosi? Per loro non c’è nessuna predestinazione già fissata, così come non c’è per tutti gli altri figli. I primi hanno una buona base di partenza, ma non potranno garantirsi, su questa base, la continuità del loro successo; ai secondi il successo non è precluso, e inoltre non dovranno domandarsi se lo hanno raggiunto per merito loro o grazie al nome che portano. Infine bisognerebbe chiedersi che cosa è il successo? Forse i successo e soddisfazione non sono sempre sinonimi, e la realizzazione della propria vita non significa, almeno non per tutti, raggiungere la fama e la notorietà. Come ho spesso ripetuto in questa rubrica, la cosa più importante che i genitori possono trasmettere, al di là del nome, dei titoli, della fortuna, del successo, del denaro, è la fiamma del desiderio che orienta la vita verso l’Opera che ciascuno vuole farne.

martedì 6 maggio 2014, di Cinzia Crosali