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Fin dove si parla di uno di noi

Istruzioni rasoterra per abitare in periferia

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Ruth Gebreusus, Roma, davanti al cinema Impero © Rino Bianchi

Fernand Braudel, per coniare il proprio concetto di “civiltà”, ha avuto bisogno di raccontare il Mediterraneo. Ha dovuto cioè immaginare uno spazio geografico. Analogamente, ogni qual volta proviamo a rappresentarci in quanto comunità di uomini e donne, la prima istanza è quella di allocarla, dunque attribuirle un posto nel mondo dove abitare distintamente.
La Storia, in tal modo, viene ancorata alle geografie. L’uomo moderno, una volta fondate le proprie capitali sacre, ha pensato bene di invertire le rotte conosciute per navigare alla volta delle “periferie” del mondo da esso conosciuto. Mondi nuovi da scoprire, forse da conquistare, certo da “approssimare” alla propria civiltà : il paradigma della globalizzazione, in cui siamo a tutt’oggi immersi, domanda competenze crescenti ad orientarsi nel mondo che cambia.
Quella del navigante necessitato a darsi una “bussola”, non a caso, è una metafora talmente pregnante da informare il nostro modo contemporaneo di pensarsi attore in relazione ad altri attori. Ma se l’orienteering ha assunto valenza di una competenza sociale maggiore, come fabbricarsi le mappe “giuste” ? Perché non bastano quelle che permettono di spingersi oltre le frontiere conosciute, ne servono di altre che sappiano leggere “nel” territorio, per metter su dimora, e riappaesarsi.
Se è il movimento, in altri termini, a produrre lo spazio, quelle medesime pratiche transitive ne connotano d’altro canto una determinata particella in quanto luogo da abitare. La navigazione più perigliosa, nell’era del digitale, sta diventando quella nella propria comunità di appartenenza, che è poi comunità di scelta (di approdo, continuando con la metafora). Lo sa bene ogni migrante, per averne fatta diretta esperienza. La nostra comunità - raccontavano i contadini polacchi intervistati da William Thomas - arriva “fin dove si parla di uno di noi”. Ed era la loro maniera di difendere la propria identità culturale, evidentemente scossa da un così lungo viaggio.
Quei primi cittadini globali - fra di loro milioni di italiani - inventarono quella cosa che passa oggi sotto il nome di comunità “immaginata” : una comunità che pur abitando nel medesimo torno di tempo una pluralità di località, anche situate in più nazioni, si riconosce in un comune orizzonte dell’attesa. Nella capacità di raccontare storie su se stessi, rincalza Jerome Bruner, sussiste quella cosa che passa sotto il nome di “identità”. Ed è una competenza che passa attraverso la disposizione a reinventare le proprie tradizioni riallocandole lungo le linee invisibili che demarcano le frontiere mobili contemporanee.
Ma come formare, e rendere socialmente riproducibile, una simile competenza “trans locale” ? Mutuando quanto scrive Amartya Sen a proposito della democrazia, potremmo declinare : offrendo ai cittadini l’opportunità di imparare gli uni dagli altri, quindi garantendo la formazione di una “discussione pubblica aperta”. Ma è ancora troppo astratto. Quando le comunità entrano in transizione, ad essere conteso è il segno connotativo attribuito ai singoli luoghi : saperne decodificare, nel tempo presente, la geostoria è un’attitudine necessaria per immaginarne, come orizzonte comune dell’attesa, la “rigenerazione” a nuova vita.
Per abitare nei territori di frontiera occorre, infine, immaginarsi un cambio di paesaggio, ovvero disporsi ad una nuova relazione - composta, insieme, di suggestione e di conoscenza - tra l’uomo e l’ambiente. Se il territorio viene pensato a partire dai confini, è nel paesaggio che origina la “veduta” : la quale, come postula Franco Farinelli, significa due cose insieme, quello che si vede e quello che si pensa. L’osservatore, in altri termini, è anche il primo attore del quadro geostorico nel quale decide - tramite il proprio esercizio osservante : non dall’alto, bensì “rasoterra” - di farsi parte costitutiva.
La qualità di quello sguardo sta precisamente nella condivisione del paesaggio considerato : nella ventura di varcarne le soglie spazio-temporali, vi si cammina dentro, e per tale via si produce un’esperienza distinta. Non è dunque questione di paesaggi “belli” o “brutti”, bensì di riconoscimento geoculturale. Un’operazione tanto più necessaria in presenza di siti “periferici”, come tali misconosciuti e volentieri assoggettati a sguardi stereotipati. La maggiore fascinazione di un sito, in verità, è quella di lasciarsi permeare dalle memorie “diverse” : le quali, mentre osservano e interrogano, stratificano e contribuiscono al suo riconoscimento in termini memoriali.

mardi 4 juillet 2017, par Antonio Canovi