FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Home > Primo Piano > Menzogna e privilegio > Finché si mente c’è speranza

Finché si mente c’è speranza

Non mentite: mentiamo tutti, grandi e piccoli, celebri o anonimi, uomini e donne. Di solito, le donne mentono per difetto (a proposito della loro età o del numero dei loro amanti), gli uomini per eccesso (a proposito delle dimensioni dei loro attributi o del numero delle loro amanti), dimostrando così ancora una volta la complementarità fra i due sessi. I transessuali mentono persino sulla loro appartenenza a un sesso o all’altro, allora…
Come cantava Nilla Pizzi, nel lontano 1956: la vita è un paradiso di bugie (canzonetta filosofica, di cui troverete il testo qui sotto). Allora, perché questa mania d’inventare e raccontare balle, baliverne, controverità, falsità, fandonie, frottole, menzogne, panzane, pinzillacchere, sciocchezze ?

La questione è relativamente semplice: la bugia è salvifica, come vi spiegherà qualunque psicanalista che abbiate a portata di mano (e di portafoglio…). Salvifica, significa che ci permette di sopravvivere, di sopportare l’incomprensibile assurdità della nostra condizione umana, che può essere facilmente definita da questa celebre citazione, che traduco a braccio dall’originale inglese (1): «Annaspando sulla faccia del pianeta, degli insetti, chiamati razza umana, senza nozione del tempo, senza nozione dello spazio, nè del significato».
Il nostro bisogno di consolazione è insaziabile: la più pietosa ed incredibile delle bugie che abbiamo collettivamente inventato, non è forse quella di un dio salvatore dell’umanità?
Chi è a corto di bugie, non può salvarsi, scrive la poetessa Alda Merini.
Taglio corto con la parte a pretese filosofiche, prima di provocare un collasso di lettori alla rivista del mio cuore, riassumendo così la questione: finché si mente c’è speranza, la bugia fa vivere.
La prova: in genere è solo sul letto di morte che si rivelano, con un filo di voce spezzata dal rimorso, le malattie ed i peccati inconfessabili, l’esistenza dei figli nascosti ed il codice dei conti in Svizzera.
Andiamo dunque avanti senza più ingombrarci di quisquilie ontologiche, come discutere se si possa definire ciò che è vero e reale, e quale sia poi la sua essenza. Senza star a fare tante pugnette, Parmenide d’Elea ha già risolto la questione una volta per tutte, circa 2500 anni fa, coniando il suo celebre aforisma: l’Essere è, il Non Essere non è, e via pedalare! (benché quest’ultima ingiunzione sia ritenuta apocrifa da un certo numero di esegeti).

Menzogna individuale e menzogna collettiva

Una cosa che mi pare più interessante sottolineare e cercare di capire, è invece la seguente: più la bugia viene dall’alto, più è grossa, ed il suo corollario: più la balla è grossa, più la gente ha propensione a crederci.
Effettivamente se, come ho già detto, tutti gli uomini e le donne mentono, i potenti mentono in maniera più spudorata e smodata.
Spero che siamo tutti d’accordo per ammettere il fatto, per esempio, che ciascuno di noi “trucca“ un po’ i suoi ricordi, sia per colmare dei vuoti angosciosi, sia per abbellire un’esistenza mal spesa. Delle volte non ce ne rendiamo conto, oppure finiamo per convincere noi stessi della realtà di quella che non è altro che una costruzione della nostra fantasia. Ma, in fondo in fondo, sappiamo che ci stiamo arrangiando per far bella figura…
Bisogna a questo punto distinguere due tipi fondamentali di bugie: quelle per omissione («no mamma, non ho mangiato la marmellata di nascosto») e quelle per costruzione («il mio babbo mi fa guidare la sua macchina quando voglio!»). Salvo i casi sporadici di un pugno di mitomani patologici, le “ricostituzioni“ del passato dell’individuo lambda sono in genere garbate e senza gravi conseguenze. Tutt’altro è il caso quando ad applicarsi a questa mania sono i grandi di questo mondo, sostenuti da uno stuolo di “esperti“ e consiglieri al loro servizio.
Un oscuro ed effimero ministro di una V° Repubblica ormai fatiscente ha potuto per qualche settimana negare senza arrossire, davanti ad un paese intero, l’esistenza dei milioni di euro che aveva indebitamente esportato, dopo averli guadagnati con l’esercizio di un’arte il cui contenuto menzognero meriterebbe un articolo a parte (la chirurgia estetica, di cui uno dei più grossi collezionisti mondiali è il ben noto Silvio B., altro bugiardone inveterato). Risultato: fra qualche anno, grazie a gente come lui, la fatiscente Repubblica in questione rischia di avere alla sua testa una certa Marine… figlia di un altro celebre ritoccatore di «dettagli della storia».
Ma costoro non sono che semplici dilettanti, se comparati a quel vero e proprio genio della sparizione e del ritocco che fu Giuseppe Stalin, il precursore di Photoshop (2). Eppure, dei milioni di uomini avevano una fede cieca nelle sue sanguinarie menzogne, come in quelle di Benito Mussolini (specialista della moltiplicazione dei carri armati di latta e della divisione delle razioni alimentari) o di Adolf Hitler, che riuscì a quanto pare a fare ignorare al mondo intero (o quasi) l’esistenza dei campi di sterminio fino al 1943.
Ma esaminiamo piuttosto un esempio apparentemente più innocuo e vicino a noi.
Luigi Napoleone Bonaparte, indegno nipote di tanto zio, allo scopo di fornire al suo traballante impero un apparato identitario capace di far imbarcare il buon popolo francese in una serie d’improbabili avventure belliciste che finiranno tragicamente nell’ignominia di Sedan ed avranno per conseguenza il massacro della Comune di Parigi, ha costruito una delle più belle imposture storico-culturali mai viste al mondo.
Per far questo, Napoleone “il piccolo” ha ripreso a suo conto quella che era già un’impostura inventata da un certo Giulio Cesare, che in questo campo non ci andava di mano morta: basti pensare che la sua famiglia pretendeva di discendere direttamente dalla dea Venere, passando nientepopodimeno che attraverso Enea…
Dunque Cesare, dovendo dare un po’ più di lustro alla sua conquista di un territorio abitato in realtà da numerose tribù celte, eternamente in lotta tra di loro, ed una buona parte delle quali cambiò campo più volte nel corso della guerra, inventò per questo territorio e queste tribù un’identità più lusinghiera. Così la Gallia si ritrovò ad avere un’unità geografica arbitraria, che corrispondeva, stranamente, ai limiti delle conquiste di Cesare: «Gallia est omnis divisa in partes tres…». Le diverse tribù successivamente sottomesse, si ritrovarono a formare un popolo e persino ad avere un capo unico, Vercingetorige, che Cesare poté opportunamente trascinare a Roma per farlo sfilare, vinto, umiliato ed incatenato, attraverso i Fori, fra due ali di folla osannante.
Sbarazzandosi di qualche dettaglio inopportuno, e inventando al buon Vercingetorige quel fisico da attore hollywoodiano che possiamo ammirare ancor oggi, grazie alla statua eretta sull’oppidum della pretesa Alesia, Napoleone III si riappropria di questo pseudo mito fondatore ed inventa quella che ci perseguita ancor oggi coi suoi miasmi spesso nauseabondi: l’identità nazionale francese. Quasi un secolo e mezzo più tardi, una maggioranza di francesi sembra credere ancora a questo ammasso di stupidaggini e i media ne fanno quotidianamente i loro cavoli grassi.
In effetti, la menzogna sembra seguire, come tante altre cose, le leggi del mercato: una volta indotto un bisogno (tanto meglio se fasullo), la domanda determina l’offerta. Ed il problema, è che il buon popolo sembra aver bisogno di questo tipo di miti, che esistono certo sin dalla notte dei tempi (si veda per esempio Romolo, Remo e la loro madre lupa), ma di cui non pare, ahinoi, che siamo pronti a sbarazzarci.
Sbarazzarci dei miti? direte voi. Ma ti ha dato di volta il cervello?
Calma, non voglio dire che dobbiamo eliminarli, ma suggerirei quanto meno che, invece di aderirvi ciecamente e comportarci in seguito come una banda di bruti, che la paura rende aggressivi e violenti nei confronti di tutto quello (e quelli) che non riescono ad identificare come simile a sè, sarebbe utile cercare di decifrarli, per comprenderne il significato profondo, esaminarli criticamente e rimetterli al posto che loro compete, in fondo a destra, nell’angolino più turpe del nostro inconscio.
Un po’ come quando nostro figlio ci spiega che il violento profumo di hashish che impregna la sua camera proviene dall’esterno, visto che ha aperto la finestra proprio nel momento in cui stava passando una banda di rasta, e noi, dall’alto della nostra illuminata benevolenza, ci limitiamo a rivolgergli un sorrisino ironico, che significa « se credi di farmela… », invece di rifilargli uno sberlone che gli faccia passare la voglia di raccontarci delle frottole e ristabilisca una volta per tutte chi è il padrone a casa nostra!


(1) In versione originale : «Crawling on the planet’s face, some insects, called the human race, lost in time. And lost in space… and meaning». E’ bello quasi come se fosse di Shakespeare, ma si tratta invece dell’epigrafe dell’opera rock The Rocky Horror Picture Show.
(2) Uno dei principali passatempi del Piccolo Padre dei popoli consisteva in effetti a far sparire dalle foto ufficiali i vecchi compagni di lotta o di partito, che nel frattempo aveva già provveduto a far sparire dalla faccia della terra.


« La vita è un paradiso di bugie » (Calcagno – Oliviero)

E’ passato un giorno intero
E non hai mentito ancora
Che cos’è questo mistero
Mi smarrisce, m’addolora
D’ogni strana tua
invenzione
Ho un bisogno un po’
crudele
Voglio fiabe interminabili
Saporose come il miele.
La vita è un paradiso
di bugie
Quelle tue, quelle mie
Che ci danno una calda ansietà.
Son stelle risplendenti
Sulle vie profumate
Incantate, e lontane dalla buia realtà.
La bugia della mattina
E poi quella del tramonto
E’ la nostra medicina
Sciolta in ogni tuo racconto.
Ha il languore velenoso
D’un antico Stradivario
Tutto ciò che non è vero
Tutto ciò ch’è
immaginario…
La vita è un paradiso di bugie
Caravelle colorate
Dondolanti nella felicità.
Un dolce firmamento
di bugie
Sulle vie dell’amore
Sempre scie accenderò

domenica 8 dicembre 2013, di Franco Lombardi