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Intercultura

Forme mentali, stili di pensiero e comunicazione

“Rifletti prima di parlare” è un consiglio valido e traducibile in tutte le lingue. Ma riflettere a come l’Altro riflette è un consiglio ancora più utile nelle relazioni professionali tra paesi diversi.

Nella comunicazione interculturale non sono solo le barriere linguistiche che rendono il contatto complicato, ma sono soprattutto i fattori culturali che influiscono profondamente sulla relazione. Il linguista italiano Paolo Balboni definisce la comunicazione come scambio di messaggi vincenti ossia «l’atto volontario, programmato, consapevole di scambiare messaggi per perseguire il proprio fine»1. Il linguaggio, però, è per sua natura ambiguo e non risulta facile controllarne tutti gli aspetti, soprattutto perché la sua efficacia dipende dall’interpretazione datagli dai nostri interlocutori. Ed è proprio per questo che la capacità di cooperare fra gli interlocutori gioca un ruolo determinante. Bisogna ricordare che le parole, per essere giustamente interpretate, devono essere messe in relazione con un contesto culturale comune fra emettore e ricettore. Quando chiediamo l’attenzione per far passare in modo efficace un messaggio, la conoscenza del contesto culturale francese è importante per capire come saranno interpretate le nostre parole e poter così strutturare il messaggio senza rischiare malintesi e per portarlo a buon fine.
Secondo il linguista Lev Vygotskij il pensiero, socialmente determinato dalla cultura d’appartenenza, si può strutturare in due stili cognitivi diversi:
- stile articolato, che dai particolari del fenomeno risale alla totalità del fenomeno stesso, tipico del pensiero scientifico;
- stile globale, che dalla totalità del fenomeno passa ai suoi particolari, tipico del pensiero umanistico.
Questi due stili cognitivi corrispondono a due forme mentali.
La forma mentale che, nel caso dei francesi, si definisce cartesiana, corrisponde ad uno stile cognitivo di tipo articolato, procede per deduzione e si struttura secondo quattro principi:
- principio di coerenza fra i concetti espressi;
- scala di priorità dei concetti;
- ordine logico dei concetti posizionati secondo il tempo e lo spazio;
- rapporto fra causa ed effetto.
Sono questi i principi che permettono ad un francese di interpretare la realtà semplificandola per poterla opportunamente categorizzare, procedendo per deduzione.
La forma mentale italiana, corrisponde invece ad uno stile cognitivo di tipo globale, procede per intuizione, in maniera creativa e si struttura secondo quattro principi:
- sospensione della decisione durante la fase di generazione di idee;
- esplorazione del maggior numero di ipotesi possibili;
- memorizzazione delle ipotesi;
- strutturazione logica dell’idea a partire dall’ipotesi ritenuta migliore.
Principi, questi, che permettono di cogliere relazioni insite nella realtà e non visibili ad un’analisi di tipo logico.
Questa differenza ha naturalmente una ricaduta sulla pratica professionale, prima fra tutte la ricerca di coerenza logica nella gestione del lavoro per i francesi che si distingue dall’eclettismo proprio alla gestione italiana. A questo si aggiunge la differenza fra pratiche conversazionali.
Il linguista inglese Herbert Paul Grice ha enunciato il principio di cooperazione che si articola in quattro massime conversazionali:
a) massima della quantità (un contributo appropriato sotto il profilo della quantità di informazioni): per i francesi noi siamo troppo prolissi, generici, forniamo dettagli che esulano dall’argomento trattato;
b) massima della qualità (non dire cose che credi false o che non hai ragione per credere vere): noi tendiamo a far passare per affidabili informazioni verificate solo superficialmente;
c) massima della relazione (dai un contributo pertinente ad ogni stadio della comunicazione): noi amiamo tanto divagare, i francesi giudicano questo modo di parlare «volatile» perché non riescono a cogliere il filo conduttore del nostro ragionamento;
d) massima del modo (esprimiti in modo chiaro, breve, ordinato): per i francesi il nostro modo di esporre è avvincente, ma spesso confuso. Questo provoca in loro una diffidenza, il loro primo riflesso è quello di capire se dietro questa percezione di confusione ci sia la mala fede.
Concludendo, si potrebbe dire che nella relazione professionale franco-italiana noi dobbiamo fare attenzione, nel primo approccio, ad adattarci ad uno stile conversazionale piuttosto uniforme, ma nel procedere della conoscenza reciproca, ci si renderà conto che sotto lo strato cartesiano si nasconde una forma mentale decisamente latina, molto simile alla nostra. Sarà l’esperienza a rivelarcelo, permettendoci una esperienza intellettualmente molto stimolante, particolarmente utile nel far evolvere la nostra prassi professionale.

Vedere anche la descrizione delle attività dell’Atelier France-Italie

martedì 16 ottobre 2012, di Marzia Beluffi