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Fotografare un ricordo non è come ricordare una fotografia

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Roma 1977 – Corridoi dell’Università ©Tano D’Amico

Quante si saranno riconosciute, e quante non hanno potuto farlo ? Questo è stato il mio primo pensiero nel riprendere fra le mani Una storia di donne, un libro del 2003, poche pagine di scrittura e molte foto, di Tano D’Amico, un libro di appena quindici anni fa, edizioni Intra Moenia, Napoli.
Ma alcune foto hanno almeno quarant’anni, le più vecchie. La storia non si è fermata, non è finita, come pretendeva qualcuno, come ogni tanto si pretende finiscano cose immateriali, complicate, concetti complessi, moderne idee platoniche.
Le donne non si sono fermate, anche se hanno trovato sul loro cammino ostacoli che pensavano di avere abbattuto per sempre. Ostacoli inediti. A volte anche le donne sono state ostacolo ad altre donne. Ostacoli che hanno provato ad abbattere di nuovo, ciascuna dentro la propria storia.
Dentro la propria storia, perché passare da ‘le donne’ a ‘io’ comporta uno zoom, un primo piano.
Se la ricorda, quella fotografia. Se esce fuori dall’immagine, rivede volti e luoghi. Forse riesce a ricostruire il prima e il dopo, i discorsi, i pensieri. Ricostruire, ma non può essere sicura che sia andata proprio così, la memoria sovrappone, non si fa scrupoli a utilizzare materiali distanti nel tempo per costruire un montaggio accettabile, congruente.
Ora, se fossimo capaci di fotografare un ricordo, forse riusciremmo a vedere anche quello che ci sfugge nella ricerca vana della ricostruzione esatta, il percorso continuo fra ieri e oggi, la comparazione incessante fra i due io che appaiono abbastanza diversi.
Com’era, in qualche modo lo sa : come la pensava, cosa leggeva, cosa si aspettava, cosa investiva in quella giornata, cosa si aspettava il giorno dopo. Si chiede se lo rifarebbe oggi e non sa rispondersi. Però sa rispondere su cosa farà oggi e perché. E questo la rassicura. Se poi quel ‘cosa’ sarà lo stesso non è importante, in fondo. Si sta in pace con l’io precedente se si è in pace con l’io attuale, anche se, per esserci arrivata, deve essersi accettata e perdonata. E ora ne è sicura. Quella foto ne è una testimonianza inaspettata. Ha avuto il coraggio di farlo, non tutte le ragazze che conosceva se la sentirono o ne furono capaci. Aveva dei modelli, allora, donne che sembravano sicure, non sfiorate da dubbi. Ne ha riviste alcune, in televisione, parlavano di cinquant’anni prima come se fosse stato appena ieri : le stesse certezze, la stessa assenza di dubbi. Si è commossa. Anche lei, forse, ora è un modello, anche se ha cercato di non esserlo, quando ha capito che la storia non era finita con le sue idee e con le sue esperienze, che i suoi figli avevano bisogno di sentire che potevano veramente tentare un nuovo futuro, diverso dai futuri precedenti - futuro precedente è una bella sfida, significa capire che aveva ragione e torto nello stesso tempo George Orwell : non è vero, come in 1984, che chi controlla il passato controlla il futuro e chi controlla il presente controlla il passato. Ma a non aver ragione è solo il verbo, controlla, nel senso che non è una condanna obbligata, che ciascuno può sostituirlo a suo piacere con un verbo meno dittatoriale e arrogante, più democratico e partecipativo. L’importante è che non si smarrisca il presente, la cabina di regia ; che non ci si affidi al passato o al futuro, entrambi pericolosamente aoristi : indefiniti e indefinibili, avrebbe detto un Greco.
A proposito di Greci : Sinesio, un filosofo neoplatonico nato a Cirene intorno al 370 d.C., scriveva, in un trattato Sui sogni, che per descrivere a qualcuno, appena svegli, il proprio sogno, ci sarebbero volute parole in movimento : una sorta di premonizione di ‘cinema’. Qualcosa di più di una foto - ma Sinesio avrebbe parlato di ritratto, un affresco, di pittura, che è pur sempre fissa e muta.
Il Movimento. Era la parola base. Non si poteva star fermi. Faceva venire in mente l’onda che travolge, e quindi si salvava solo chi sapeva nuotare (si sarebbe fermata, sarebbe tornata indietro a salvare un’altra donna ? si chiedeva ora). Qualche mese prima aveva letto di uno che raccontava dei suoi anni ‘rivoluzionari’ : “Certo, si può anche dire a un amico di scuola che non ha le tue stesse idee politiche, in pieno ‘68 o giù di lì : ‘ah, se tu fossi sull’altro lato della barricata, non avrei esitazione a spararti’. Ma per fortuna gli amici di scuola venivano prima della politica. Per questo, quello della barricata non ha sparato, e quello dall’altra parte non è stato colpito, e ora se ne ricorda, mentre controlla il cuore di un paziente”. Ora si chiede, ora che il tempo è passato, quante ne hanno lasciate in mezzo alle onde, e quante ne ha incontrate un po’ di anni dopo, sane e salve. Alcune avrebbe continuato a lasciarle annegare, altre avrebbe voluto salvarle allora, perché in fondo anticipavano i suoi dubbi di dopo - anticipavano è solo un suo punto di vista, quelle erano convinte già allora, di come la pensavano.
Dunque, fotografare un ricordo : proviamo a farlo ora che sono passati cinquant’anni, cifra simbolica, saranno magari di meno. Possiamo preferire lo scatto in posa : ci si prepara prima, si riordinano i frammenti del singolo ricordo, si trova una chiave di lettura/visione che ricostruisca la sequenza e renda evidenti anche le conseguenze. Nel ricordo siamo quelli di prima, messi a nudo in quanto ricordo. La foto riesce a mettere in primo piano proprio quello che non ricordavamo prima che ci mettessimo in posa. Il nostro passato è ora chiaro, con i meccanismi del nostro pensiero, l’analisi delle nostre scelte.
Attenzione, però, siamo noi a fotografare. Siamo sicuri di essere imparziali, di scegliere un’angolazione, un’inquadratura che non sia dalla parte del ricordo ma da quella del suo essere totalmente, prima che divenisse ricordo ? Siamo sicuri di non aver inserito filtri sapienti ma anche un po’ traditori ?
Nel dubbio, non c’è che una scelta da fare, allora, il selfie. Saremo fotografi e fotografati, ricordo (ricordati) e ricordanti. La visione si complica, certo, ma la comparazione sarà a portata di mano, l’ieri del ricordo e l’oggi del selfie non potranno mentirci entrambi !
Ora non sono più sicura di essere io. Forse ero quella sull’angolo destro (sinistro per chi guarda), quella che regge lo striscione con la scritta IL FEMMINISMO. Solo il primo rigo, però, il secondo non si legge : NON FINIRÀ ? NON VUOLE IL COMUNISMO ? E chi se lo ricorda. No, non posso essere io ; io avrei scritto qualcosa di poetico, di incerto, non di così perentorio. Oppure ero proprio io, e mi facevo coraggio con lo striscione, con le mie compagne femministe, che lo reggevano con me. E sapevo anche che non mi sarei riconosciuta. Ma allora non m’importava. Non potevo pensare al dopo, alle conseguenze. C’era chi giocava, prima del ’68, a ‘come saremo fra vent’anni’. Sembrava che non dipendesse da noi, da me, che ci fosse un destino e che bastasse solo augurarselo o riconoscerlo. Poi il destino l’abbiamo cancellato, il destino di donne destinate a essere donne come una volta si pensava si dovesse essere donne. Ora lo so, me lo ricordo, e sarei anche capace di fotografarlo, quel ricordo.

vendredi 25 mai 2018, par Gigi Spina