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Intercultura

Generiche dissonanze

Si parla di dissonanza cognitiva quando una persona attiva due comportamenti divergenti. Questa incoerenza produce un disagio psicologico che la persona cercherà di ridurre o eliminare. L’attivazione di vari processi elaborativi permette di compensare la dissonanza.
Generalizzando, la dissonanza cognitiva può essere risolta
in tre modi:
1. producendo un cambiamento nell’ambiente;
2. modificando il proprio comportamento;
3. modificando il sistema delle proprie rappresentazioni della realtà

Un tipico esempio di dissonanza cognitiva l’abbiamo in azienda per quella dimensione che Hofstede, nella sua ricerca che ha gettato le basi del management interculturale, ha così ben identificato, chiedendosi se nell’azienda esaminata prevalessero valori maschili o femminili. Hofstede analizza le conseguenze dei due modelli nell’ambito della gestione aziendale e spiega per esempio perché se la cultura di origine del dipendente è di tipo maschile lavorare in un contesto culturale dove prevalgono valori di tipo femminile possa creare dissonanze cognitive dalle conseguenze imprevedibili e talvolta fonti di conflitti tanto più violenti, quanto più sotterranei.
Le cinque dimensioni che Hofstede aveva teorizzato negli anni Settanta sono tuttora considerate la base del management interculturale: distanza gerarchica, collettivismo, rapporto fra i sessi, controllo dell’incertezza, orientamento temporale. Queste dimensioni sono costrutti teorico-statistici attraverso i quali si possono quantificare le differenze tra le culture e le conseguenze per il management e non è per caso che la dimensione rapporto fra i sessi sia quella che ha fatto scorrere più inchiostro sia in ambito teorico che in quello divulgativo, suscitando infinite controversie perché considerata sessista e discriminatoria.
Secondo Hofstede in una cultura più i ruoli sono differenziati, più la cultura mostrerà tratti che si possono definire maschili; più i ruoli sono intercambiabili, più la cultura mostrerà tratti che si possono definire femminili. La volontà di Hofstede era semplicemente di analizzare come categoria culturale il comportamento di genere. Studia allora come il rapporto fra culture più centrate sulla collaborazione (con metodi di risoluzioni dei problemi basati sulle negoziazioni e inclini al compromesso) si relazionino con culture più centrate sulla competizione (con metodi di risoluzione dei problemi basati sul conflitto e inclini alla contrapposizione).
Due domande del questionario che Hofstede aveva sottoposto ai dipendenti dell’IBM, quella sul lavoro e quella sul potere decisionale, avevano avuto risposte molto più nette che le altre. Nelle culture maschili, il lavoro non è l’ambito di competenza principale per le donne, di conseguenza l’avanzamento professionale e della carriera vengono considerati per le donne relativamente importanti, così in caso di promozione si preferisce riconoscerla ad un dipendente, piuttosto che a una dipendente, mentre in una cultura di tipo femminile, la carriera è tanto importante per le donne quanto per gli uomini, quindi l’avanzamento professionale sarà riconosciuto a prescindere dal sesso e sulla valutazione obiettiva dell’attività svolta.
Per quanto riguarda il potere decisionale, se la società è di tipo maschile in caso di conflitto durante una riunione, il dipendente maschio avrà più facilmente l’ultima parola perché considerato più razionale, mentre nelle società femminili il principio applicato è quello della concertazione a prescindere dal sesso.
Hofstede aveva scelto di studiare questa dimensione perché in quegli anni stava affermandosi nella sociologia americana un nuovo principio, quello dell’identità di genere: non sesso in senso biologico, ma appunto identità. Prodotto della cultura umana e frutto di un persistente consolidamento sociale e culturale, viene creata quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale.
La cultura francese e quella italiana, essendo entrambe culture latine, nella scala di valori definita da Hofstede sono culture piuttosto maschili, ma con una differenza: la cultura italiana è l’espressione di una tradizione di tipo mercantile, quindi più negoziatrice e incline al compromesso, mentre la cultura francese, erede diretta di una società feudale, esprime in prima battuta valori come l’antagonismo e l’emulazione.
Recentemente, un’indagine a livello europeo ha dimostrato che i dipendenti italiani prendono molti più congedi parentali che i loro omologhi francesi. Secondo voi, perché?

martedì 1 ottobre 2013, di Marzia Beluffi