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Home > Primo Piano > 31• La Squadra siamo noi (come la storia) > Giocare con le tette

Giocare con le tette

Le uova del drago hanno un antro caldo e fumoso nel quale si sviluppano: il bar dello sport.
È lì che l’homo sapiens sapiens di genere maschile contrae una malattia autoimmune, diretta contro componenti dell’organismo ed in grado di determinare un’alterazione funzionale o anatomica del distretto colpito.
Il distretto in questo caso è il cervello.
L’ingresso al bar dello sport provoca, talvolta per predisposizione innata, più spesso per osmosi quasi immediata derivante dall’ambiente, un particolare sviluppo dei processi neuronali, che si articolano poi solo lungo una direzione binaria: il calcio, appunto, e la "gnocca".
Su entrambi gli argomenti - sia chiaro - la conoscenza del soggetto maschile da bar dello sport, che di seguito indicheremo per brevità come "il soggetto", è assai più teorica che pratica e, specie le verbalizzazioni delle prestazioni rimangono - al di là delle millanterie di chi le pronuncia -al puro livello delle dichiarazioni d’intenti.
La terminologia sopra utilizzata, "la gnocca", non sembri volgare, né riduttiva, si capirà appresso: si conforma a ciò che filosoficamente potremmo definire come "recezione da parte del soggetto".
Mi spiego: "il soggetto" ha nei riguardi della femmina un approccio particolare, che lo porta a identificare la parte con il tutto. Ciò è dovuto al carattere parziale del suo approccio all’apprendimento. Vediamo qualche dettaglio.
All’interno della struttura binaria del suo cervello (calcio-gnocca), lo spazio utile delle attività cognitive è stato fin dai primi anni di vita, e spesso per mediazione genitoriale, occupato quasi esclusivamente dal calcio.
Il soggetto lo conosce nella totalità delle sue declinazioni, è in grado di sciorinare le formazioni di tutte le squadre, apprese fin dal primo album delle figurine Panini 1960 (che spesso, data l’età media, ne ha determinato lo sviluppo puberale) e poi in sede di periodico, metodico, costante apprendimento è in grado di erudirvi su tutta la campagna acquisti, almeno fino all’ultimo colpo di mercato del Bisceglie. Oltre a ciò egli è capace anche di disquisire sulle caratteristiche di gioco di tutti i calciatori, certamente almeno fino al locale "campionato di Eccellenza" e dei moduli di gioco in tutte le diverse articolazioni numeriche: 4-4-2, 4-2-3-1, 4-2-4, 4-3-2-1, 4-1-3-2 ecc.
Dei giocatori conosce età, misure (... utili al calcio, tranne qualche eccezione piccante appresa sui giornali di gossip, letti dal barbiere), carriera, infortuni, caratteristiche tecniche, adattabilità ai ruoli.
Chiaro che per lo sviluppo di altre abilità cognitive lo "spazio su disco" è ridotto.
Tranne qualche caso patologico (ahimè numericamente crescente a seguito delle nuove metodiche di alfabetizzazione primaria), "il soggetto" è in genere capace di leggere (... poco e per lo più proposizioni semplici) e scrivere (nome, cognome, data di nascita, indirizzo, cellulare e, i più colti, perfino di indicare il codice fiscale). Parla correntemente il dialetto, incistito di qualche espressione italiana.
Quanto all’inglese è convinto non solo di possederne i rudimenti, ma di conoscerne addirittura e a un "livello medio-alto" il vocabolario essenziale. Nelle modificazioni del linguaggio, da qualche tempo e grazie ai social-media, è possibile certificare l’evoluzione della specie: «Stasìra gh’è la Cèmpion, l’è sta’ un tècchel duro, guardòm el replèi, lì lu l’è un toppleier, a gh’era un pènalti, son mia in t’la Premierlig, la partida la dan su Premium, mia su Scai».
D’accordo, siamo solo ai primi fonemi, ma grazie al digitale terrestre e alla parabola, "il soggetto" ha preso atto che, oltre il pallone, anche il mondo è rotondo, che è abitato da popolazioni anche di pelle scura, che costoro hanno, almeno nei piedi, persino abilità superiori a quelle medie delle persone della valle da cui egli proviene, che esistono climi e linguaggi diversi, che insomma "c’è un universo fuori".
Dove proprio la recezione del "soggetto" non accenna, invece, ma neppure in potenza, ad un indizio seppur minimo di dinamica evolutiva è lì, quando si parla dell’homo sapiens sapiens di genere femminile. Lì siamo al diagramma piatto, all’immobilità senza soluzione.
Come egli, per esemplificare il suo concetto di perfezione calcistica, identifica tutto il calcio con una squadra (la sua) e / o con un giocatore, così l’identificazione tra la femmina di homo sapiens sapiens e il suo (di lei!) organo riproduttivo è immediata, costante, immodificabile.
Nel suo pensiero tutto ciò che vi sta intorno ha un ruolo ancillare, strumentale, funzionale, a seconda dei compiti, cui le altre parti sono deputate. Senza entrare nei dettagli, anche qui la struttura è binaria: o il resto che vi sta intorno è finalizzato a funzioni erotiche, o a funzioni domestiche. Tertium non datur.
Per capirci le braccia o servono per abbracciare o per stirare. Le gambe, in alternativa alla funzione erotica, servono per andare a fare la spesa, i glutei per sedersi, la bocca per tacere, ecc.
Restano le tette.
A che mai possono servire? Per "il soggetto" in questo caso la struttura binaria del suo cervello si interrompe, giacché per lui le tette servono ad una cosa sola (... no, non quella nutritiva!), al di fuori della quale non hanno utilità, anzi sono di impedimento.
Proviamo ad entrare nella mente del soggetto. Attenzione al vuoto, potreste cadervi dentro.
Visti nella loro nudità e visti da dietro, maschi e femmine si assomigliano: testa, collo, spalle, tronco, bacino, glutei, gambe, piedi. Morfologia più lineare nei maschi, più curvilinea nelle femmine.
Passando al lato anteriore, le differenze non sono anzitutto quelle che pensate voi e che l’anatomia dettagliatamente illustra.
Per "il soggetto", esaurita la funzione erotica e attivata l’unica altra competenza cerebrale disponibile, resta lo stupore: «Ma come si fa a giocare con le tette?».
Questa è la vera domanda esistenziale che sta alla base della sua antropologia!
Ora, a parte che i maschi in genere con le tette ci giocano benissimo e in quel caso la domanda non se la pongono, ove si intenda la preposizione "con" nell’accezione di "avendo" (sicché la domanda suona «Ma come si fa a giocare, avendo le tette?»), la risposta sta in un’altra domanda, che la femmina astrattamente gli potrebbe porre: «Secondo te a correre sono più compatta io o tu?»
Tranne per Pamela Anderson e le altre bagnine, che solitamente "il soggetto" prende in verità come archetipo del foeminino, dimostrando di avere raramente superato la fase orale della suzione, la risposta nella fisiologia viene da sé.
Ma ove di ciò non si sia convinti e se ne esiga una dimostrazione empirica, è possibile immaginare uno scenario in riva al mare, ove un maschio e una femmina, entrambi nudi, corrano l’una incontro all’altro.
Si immagini di riprendere la corsa dei due con una telecamera. Nella tecnica di ripresa è auspicabile l’utilizzo della ripresa cinematografica realizzata con le high speed camera a tecnologia digitale, che consentono riprese di svariate migliaia di fotogrammi al secondo, capaci di restituire immagini di straordinaria e plastica bellezza, come dimostrano le gare di moto GP, coi piloti distesi in curva a pochi millimetri dall’asfalto e le ruote che girano con lentezza inenarrabile.
Bene, tornando alla nostra spiaggia, rimandando il filmato ripreso con tale tecnica, potreste notare che, nell’inquadratura riferita all’individuo maschile in movimento, le oscillazioni asimmetriche delle sporgenze anatomiche sono assai più variamente distribuite lungo direzioni ortogonali le più improbabili (che potremmo definire a "batacchio impazzito"), al contrario di una certa prevedibilità perfino matematica del soggetto femminile, che oscilla invece solo lungo l’asse alto-basso.
Questo, per dire che anche nel primo tra i due soggetti, cioè quello maschile e anzi in maniera preponderante, il problema è semplicemente contenitivo e facilmente risolvibile nel suo caso con le mutande e in quello femminile con un corsetto.
Vale al riguardo precisare a beneficio del "soggetto", stupefatto di fronte a tale elementare risposta, due cose.
La prima, che non obbligatoriamente il corsetto deve essere identificato nella pratica calcistica femminile con lingerie di pizzo nero trasparente (che insieme con le bagnine ne esaurisce le capacità erotico-cognitive).
La seconda che lo strumento contenitivo delle proprie propaggini riproduttive si chiama non occasionalmente "mutanda", forma gerundiva del verbo mutare, perché appunto esse vanno cambiate (e ciò prima che - per usare una terminologia heideggeriana - i residui deiettivi [1] , unitamente al trascorrere temporale, vi imprimano inquietanti viraggi cromatici).
Ci sarebbe da domandarsi come mai la medesima domanda "il soggetto" non se la ponga per discipline che presuppongono ben altre asimmetrie plastiche: si pensi all’atletica o ancor più alla pallavolo.
In realtà in questi casi egli non si pone il problema per un semplice motivo: "il soggetto" è rigorosamente ed intransigentemente monoteista, lo sport per lui è uno solo, è il calcio.
E il calcio è di genere maschile.
Quindi negli altri sport facciano come credono.
La pallavolo e l’atletica - argomenta inoltre "il soggetto" - sono anche grammaticalmente di genere femminile e allora le tette ci possono stare, ma nel calcio no.
Il calcio è maschile.
Non si equivochi: la cosa è molto più seria di quello che sembra. Anche la democrazia è femminile, mentre il potere è maschile.
Che cosa non ha funzionato?
Forse proprio la democrazia.

1


[1Deiezione nel linguaggio medico (e, più generalmente dotto) scarica del ventre, defecazione. Definizione tratta dal dizionario Treccani.
Tratto dal libro omonimo, a cura di Milena Bertolini
(ed. Aliberti, 2015).

venerdì 17 giugno 2016, di Milena Bertolini