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Giornalisti per caso

Intervista a Giangi Cretti, presidente della FUSIE

Internet ha rivoluzionato il mondo dell’informazione: prima c’erano i giornalisti, specializzati in una o più rubriche, della stampa scritta, radio o TV, opinionisti o meno… ma sempre giornalisti erano. Adesso la miriade di blog e giornali online fa pensare che chiunque pubblichi qualcosa sulla rete sia giornalista, a maggior ragione perché le informazioni arrivano più velocemente via Twitter o Facebook. Abbiamo chiesto la sua opinione al presidente della FUSIE (Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero), Giangi Cretti.

Si è parlato molto all’interno della Fusie di integrare nella Federazione i media audiovisivi (radio e TV): come si pone ora nei confronti di tutte le testate sul web? Sono giornali? Non lo sono? Come si riconosce un giornale vero dal semplice blog?

Le nuove modalità di fruizione dell’informazione impongono che si prendano in adeguata considerazione quegli strumenti che ci vengono di volta in volta messi a disposizione dall’evoluzione tecnologica. Fra questi non vi è dubbio che il web abbia delle potenzialità formidabili. Proprio per questa ragione è potenzialmente il più pericoloso. Chiunque, infatti può improvvisarsi produttore e al contempo veicolo di notizie. A questo punto il problema è la credibilità delle fonti.

Dai blog a Twitter, ormai tutti si considerano giornalisti, tanto più? che giornalisti “veri” continuano a scivolare sulle bucce di banana. In questa marea di informazioni, di chi fidarsi e perché? 

Vale quanto detto prima. Con ulteriore precisazione: i blog sono sostanzialmente un confronto di opinioni; talvolta, quando sono scollegati da un qualsiasi apparato editoriale rischiano di diventare il veicolo dei luoghi comuni più beceri - e qui ritorna l’essenzialità della verifica delle fonti - oppure si profilano come una sorta di esercizio di igiene mentale collettivo. Non mi pare sia un caso se, fatto salvo di rarissime eccezioni universalmente riconosciute (penso all’Hufftington Post) le testate online a cui fare affidamento poggiano sulla credibilità che nel corso dei decenni si sono guadagnate le edizioni cartacee di cui sono figlie. Vale per Repubblica, per il Corriere, come per Le Monde o il Washington Post.

Sono da difendere - e in che modo - le categorie dei giornalisti e dell’editoria? In particolare in termini di contribuiti alla stampa estera, ha un senso mantenere un contributo quando ormai tutto si trova su internet?

Il sostegno pubblico alla stampa è irrinunciabile, anche se evitare gli abusi è oggi, ancor più di ieri, un obbligo. A tal fine chiari, trasparenti e riconoscibili devono esere i criteri con i quali vengono erogati. Anche con questo obiettivo la Fusie ha indetto il seminario di Roma dello scorso 24 maggio dal titolo “Il futuro della Stampa Italiana all’Estero e il sostegno pubblico”.

mercoledì 27 giugno 2012, di Patrizia Molteni