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Giovani in mobilità

Né bamboccioni né virtuali

Una volta bastavano le feste della comunità per sentirsi a casa, adesso le feste sono rare e soprattutto frequentate da altre generazioni, eppure si migra ancora, per lavoro, per studio e per amore. Allora come fare a sentirsi a casa propria all’estero? Lo abbiamo chiesto nel corso di un atelier partecipativo a un gruppo di giovani (e meno giovani) che non si conoscevano tra di loro ma che avevano in comune di essere arrivati da poco a Nantes.

Era stata Marina Arnesano, la coordinatrice del Centre Culturel franco-italien di Nantes a metterci la pulce nell’orecchio. Da qualche anno riceve regolarmente al Centro visite d’italiani appena sbarcati a Nantes che chiedono informazioni su cose di ordinaria amministrazione o che semplicemente non ce la fanno più a parlare solo (e male) in francese. “Bisogna fare qualcosa” ripeteva, il suo atavico spirito di accoglienza pugliese non poteva fermarsi alla costatazione; la competenza del CCFI doveva servire a qualcosa.
Una festa? Organizzata da babbione come noi? No, non ci sarebbero venuti. Un incontro tra vecchi e giovani? Non funzionano mai. Una conferenza? Uno spettacolo? Scelta difficile quando non si sa chi sono e cosa vorrebbero esattamente.
Maria Chiara Prodi e la scrivente propongono allora, in occasione della quindicina italiana “L’Italia trema” al Cosmopolis, un “forum aperto”, anzi visti i tempi ristretti, un “atelier partecipativo”, che è uno strumento “che permette ai partecipanti di un gruppo di contribuire ad un obiettivo comune con le loro capacità, stando che l’intelligenza collettiva che scaturisce dall’atelier è superiore a quella della somma degli individui che ne fanno parte”. Cito Shabnam Anvar, consulente, facilitatrice, blogger e tanto altro con una missione comune: far scoprire e facilitare la co-elaborazione di soluzioni sostenibili. “E’ l’incontro delle diverse persone, ciascuna dotata delle sue esperienze, di conoscenze implicite ed esplicite che nutre la riflessione comune in un quadro circoscritto”, dice ancora l’Anvar.
Il tipo di “strumento” che Shabnam ci ha consigliato è l’atelier partecipativo basato su pochi ma fondamentali principi e pratiche. I principi: ognuno ha il suo ruolo all’interno del gruppo che è uguale a quello degli altri, non ci sono gerarchie, né consigli o decisioni che arrivano dall’alto; evitare i pregiudizi e i giudizi tout court, magari sarà proprio un’idea che consideriamo “sbagliata” a far scaturire la soluzione; ognuno è responsabile di quello che dice, da evitare quindi anche “si pensa”, “dicono che”…”. Maria Chiara che aveva già provato questo “strumento” era più fiduciosa, la scrivente che aveva studiato era entusiasta ma in fondo in fondo un tantino incredula.

Come sentirsi a casa a Nantes?

Questa la domanda che abbiamo posto ai partecipanti, età che andava dai 25 ai 55 anni, ma in prevalenza giovani, ingegneri, ricercatori, esperti di marketing venuti per lavorare in multinazionali con filiali a Nantes o giovani in cerca di lavoro nel luogo che hanno scelto per stare con la moglie o la compagna. Italiani ma anche stranieri o multietnici: una nantese appena tornata col marito da Napoli via Milano a cui manca la spontaneità e la vita partenopea (“Milano era peggio di Nantes”, conferma il marito), un regista congo-gabonese che con una sorriso da orecchio a orecchio e la mano tesa dice “sono di Bologna”, che parla esattamente come noi e le cui descrizioni della città fanno venire le lacrime agli occhi, una marocchina vissuta da immigrata in Italia dall’età di 15 anni e ora – con doppia nazionalità – è doppiamente emigrata nei Paesi della Loira dove insegna italiano …
Emergono subito una serie di criticità nei rapporti con i francesi: manca la spontaneità, per andare a cena da qualcuno bisogna pianificare settimane prima, però i baci tra conoscenti e colleghi sono codificati al numero di 2 la prima volta nella giornata che li vedi, bevono troppo ma se proponi un aperitivo dopo il lavoro nessuno viene, non ci sono i gruppi di giovani che si ritrovano giusto per chiacchierare o ascoltare la musica: quelli sposati stanno in famiglia e invitano le persone a cena con il contagocce, gli altri chissà cosa fanno…
Appaiono parole che incarnano queste remore sui post-it adibiti per l’occasione: “bise”, “moderazione” , ma anche “Erdre” che a una persona ricorda l’atmosfera della sua Torino e che è un luogo magico per andare a passeggiare. Altri post-it mettono il dito su cose positive dell’Italia che qui non hanno ancora scoperto: “una famiglia di amici”, appunto, le “porte aperte di casa”, quella spontaneità che ci fa passare a prendere un caffè da un amico a qualsiasi ora, senza neanche avvertire, la “positività”, l’ottimismo, la gente, la piazza come luogo di ritrovo, di educazione (anche sentimentale). Mancano anche il “profumo di caffè”, e naturalmente il cibo, il congo-bolognese ci fa venire l’acquolina in bocca con le sue descrizioni di piatti tipici che all’inizio, abituato alle spezie, trovava sciapi ma di cui ora non può fare a meno, “Mamma” si legge su uno dei post-it. Mamma? Di quella ce n’è una sola! “Io mi sono trasferita per seguire mio marito quindi per me è una condizione nuova rispetto al luogo e al lavoro ma anche rispetto alla mia situazione: adesso sono sposata, ho una figlia, non posso paragonare con la mia vita di prima con la mamma lì e tutti gli amici!” dice una giovane architetto.
Si disegna, anche dalle loro storie e dai loro commenti, una specie di ritratto comune degli expat presenti: sono qui oggi, ma potrebbero essere altrove domani, seguendo percorsi professionali o personali più interessanti (dove il lavoro spesso vince sull’amore), anche attorniati dagli autoctoni continuano a vivere come se fossero in Italia (a parte le cose impossibili di cui sopra) e a Nantes, dove si trovano centinaia di italiani, sono isolati, pensano di essere gli unici e sono sorpresi di ritrovarsi in un gruppo di simili.
Moltissimi mostrano una positività tutta italiana e sono già in crociata contro gli stereotipi che dopo un po’ danno noia mostrando ad amici e colleghi cos’è veramente la cultura italiana. Che poi è anche quello che si ostina a fare il Centre Culturel franco-italien attraverso l’insegnamento della lingua, “accesso privilegiato alla cultura (libri, film…)”, lancia un professore del Centro.
L’atelier partecipativo però è tutto meno un piangersi addosso (cosa che peraltro non fanno): siamo qui per trovare delle soluzioni concrete. Ci attacchiamo allora a un problema concreto: il rapporto con le amministrazioni. Quando ti trovi da solo in un contesto franco-francese, ogni pratica diventa un calvario anche perché i colleghi, essendo appunto nativi, non hanno mai affrontato problematiche europee. L’immatricolazione di una macchina italiana può prendere 6 mesi, riuscire a far riconoscere un atto di nascita pur se su formulario plurilingue altrettanti, e non parliamo della tessera sanitaria!
A mio grande stupore, scopriamo che se ci fosse un consolato a Nantes, ci andrebbero per farsi spiegare da persone competenti leggi e normative ma anche incontrare persone che sono lì da qualche tempo come si fa “veramente”. Internet a quanto pare non dà tutte le risposte e il contatto con la persona che ha avuto lo stesso percorso è meglio. Fantastico.
Le soluzioni concrete a cui sono arrivati sono un incontro mensile tra gli italiani residenti a Nantes e i nuovi arrivati, la creazione di un punto di riferimento – che sia sportello, un telefono verde o un gruppo di volontari -, magari un blog o un sito in cui trovare informazioni più di prima mano. Cose che non saranno operative da domani (anche se un primo incontro ha già avuto luogo il 17 novembre al CCFI), ma già il fatto che abbiano condiviso esperienze e sentimenti e che abbiano trovato delle soluzioni fattibili, mi sembrano passi da gigante.

venerdì 6 dicembre 2013, di Patrizia Molteni