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Gli italiani al cinema

E’ una tarda domenica di inizio gennaio. In un piccolo cinema parrocchiale aspetto di poter entrare in sala. Mano a mano che il tempo passa si accumulano loro, gli spettatori. Di ogni età e provenienza (a quanto pare quella è la sola sala in cui il film viene proiettato in tutto il nord Italia) si radunano intorno all’entrata, pronti ad accaparrarsi il primo posto libero. E non appena le gabbie, pardon le porte, vengono aperte eccoli correre all’impazzata. Intere famiglie che si tengono per mano per non perdersi, amici che mandano avanti il più veloce perché prenda il posto per tutti.
Guardo attonita la scena mentre raggiungo una poltrona, evitando spintonamenti vari. Ma una volta seduta, la confusione non diminuisce. Amici che si chiamano a distanza, persone che raccontano ad alta voce le loro attività domenicali, anziani che commentano i fatti della giornata.
Certo, rispetto ai silenziosi cinema francesi, questo fa simpatia e un po’ mi ricorda la mia infanzia, quando si vedevano i film nelle piccole sale senza il posto numerato. Ma questo cinema a tratti ricorda anche un mercato e sembra che nessuno si renda conto del rumore che produce.
Il film inizia, anzi no, forse sì. Si cercano di stipare in sala il maggior numero di spettatori, mettendoli su divani e sedie da computer. Ce ne sono persino alcuni, arrivati dalla riviera ligure, che si contendono gli ultimi due posti.
Finalmente il film inizia, e anche i commenti. Sembra che l’italiano medio non riesca ad esimersi dal parlare a voce alta. E “il film non si capisce”, “ah, ma davvero quello li ha traditi ?”, “certo, questi paesaggi sono bellissimi”, si susseguono interminabilmente, creando un continuo brusio, che qualcuno tenta invano di interrompere.
Arriva l’intervallo e succede il fattaccio. Gli spettatori scoprono che il film dura ben tre ore, e iniziano a levarsi grida di protesta. “Tre ore ? Ma stiamo scherzando ?”, “Ancora un’ora e mezza di film ? Ma non sono abituato”, e persino “Beh, visto che è così lungo possiamo anche andarcene”.
Una signora, forse più abituata ai reality che ai film storici, cerca di convincere il marito e gli amici ad andarsene prima, perché il film dura troppo. Il consorte si inventa che il film durerà ancora mezz’ora e lei si rassegna poco convinta.
Guardo con tanta commiserazione, questa triste signora. Una desperate housewife all’italiana, indottrinata da reality e soap, con un contorno di programmi di intrattenimento pomeridiani. Capisco che non ce la faccia a restare concentrata per ben tre ore. Dopo tutto nessuno gliel’ha mai insegnato.
Il film nel frattempo ricomincia, senza che nessuno abbia lasciato la sala. Commenti e brusio sono sempre presenti, ma ormai ci ho fatto l’abitudine.
E’ quasi passata l’ultima ora e mezza e siamo ad appena prima dell’inizio dei titoli di coda, quando metà della sala si alza di colpo in piedi. Lo schermo è andato a nero, ma ci sono dei cartelli con la conclusione delle vicende dei vari protagonisti. Direi una parte fondamentale se si vuole capire la storia, superflui però per gli altri spettatori.
Fatico a leggere le frasi di spiegazione, mentre gruppi in silhouette passano davanti allo schermo. All’inizio dei titoli di coda, neanche un terzo degli spettatori è ancora in sala. E quando anche gli ultimi superstiti iniziano ad alzarsi, protesto a viva voce. Insomma i nomi che passano sullo schermo non sono altro che quelli delle persone che hanno lavorato al film, persone che fanno il mio lavoro. Eppure sembra che nessuno mi ascolti, mentre sono tutti preoccupati di uscire dalla prigione dove sono stati rinchiusi per tutto quel tempo.
Mentre esco sento i commenti più disparati e molti non hanno nemmeno capito la storia del film. Qualcuno si chiede persino per quale motivo non sia andato a vedere un classico cinepanettone, piuttosto che rovinarsi la domenica pomeriggio in questo modo.
Lascio questa triste umanità a se stessa, pensando che ho appena visto uno dei più bei film italiani degli ultimi anni. E mi chiedo come possa un paese evolvere se non è nemmeno in grado di apprezzare la cultura che alcuni suoi eccellenti rappresentanti producono e diffondono nel mondo.

N.d.R. Il film era “Noi credevamo” di Mario Martone.

dimanche 10 avril 2011, par Sara Grimaldi