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Menzogna e Privilegio

Natale si avvicina, una festa ormai basata sulla bugia, quella di un signore vestito di rosso che a bordo di un carro trainato da renne volanti deposita regali in tutti i camini del mondo. Abbiamo quindi voluto dedicare questo numero alla menzogna e vedere se veramente il Belpaese si merita la reputazione di essere un popolo di bugiardi.
Chiedete a chiunque di citare un personaggio della letteratura d’infanzia italiano, la risposta è Pinocchio, il burattino dal naso che si allunga quando dice le bugie. Magari fosse così nella realtà, non dovremmo passare il tempo a chiederci chi ci sta mentendo, perché e come proteggerci.
Ci sono infiniti modi di mentire e altrettante ragioni, dalla piccola bugia, detta per la pace familiare, alla manipolazione per ottenere voti e consenso, passando per la pubblicità e il marketing, che tendono a vendere, per le bugie di un medico, dette a fin di bene, per l’omissione (l’omertà della criminalità organizzata, il “segreto” sul quale reggono le logge massoniche e così via), per il traffico di sogni che fa intravvedere una vita migliore (il gioco d’azzardo, veggenti, chiromanti, astrologi, ma anche chirurgi estetici, trader e bancari).
Si va dalle piccole bugie alle truffe colossali, dalle bugie classiche a quelle 2.0 di un mondo in cui photoshop può far dire a un’immagine qualsiasi cosa e la quantità d’informazioni disponibili sulla rete fa credere (anche quella un’enorme fandonia) che sia possibile scoprire la verità su qualsiasi cosa. Si pensi a paladini della verità come Assange, ma anche Travaglio e Grillo che a forza di coprire tutto con il velo dell’impostura fanno dubitare di tutto, persino delle loro stesse “verità”.
E ancora, come vedrete in questo numero: la calunnia (cf. Marzia Beluffi, “La calunnia è un venticello”), le false catastrofi, i misteri, le teorie del complotto (cf Luisa Pace, “Emuli di Dan Brown e Nostradamus ovvero La Sindrome del complotto), le bugie storiche, i miti e le leggende (cf. Franco Lombardi, "Finché si mente c’è speranza” o Manuela Barberis sul caso Palatucci, “Schindler italiano o bufala?”), il falso d’arte e l’arte del falso, le imposture di celluloide e la fregature cibernetiche…
La menzogna è antica come il mondo, si pensi a Giacobbe ed Isacco o agli inganni di Ulisse verso Polifemo, ai suoi stratagemmi con i Proci. Si comincia da piccoli (come ci spiega la dott.ssa Crosali ne “La fiamma della bugia”) e non si smette più, persino quando si è vecchi e presidenti del consiglio/senatori.
Machiavelli, per citare uno storico teorico della menzogna ci insegna che la linea che divide la strategia (per la quale astuzia e abilità sono fondamentali) dalla manipolazione è molto sottile. A maggior ragione oggi che si è sostituita la “furbizia” all’astuzia, la menzogna alla strategia.
Già Platone sosteneva che i governanti potessero concedersi l’uso della menzogna, “per il bene dello stato”. I politici italiani ne hanno fatta di strada: si stima, infatti, che il 72, 3% dei politici dica fandonie (stima secondo me ottimista), cosa dimostrata ampiamente dalla legalizzazione del falso di bilancio, dalle continue e inquietanti rivelazioni di intercettazioni, dai mesi che ci vogliono per decidere la decadenza dal Senato di un bugiardo patentato (e condannato). Platone si sta sicuramente rivoltando nella tomba perché oltretutto il bene dello stato in questa strategia della menzogna non è contemplato.
Anzi, la bugia è per definizione il contrario di “verità”, “fiducia”, “credibilità” mentre da qualche decennio i governanti fanno di tutto per perdere la faccia in Europa e nel mondo. Bisognerebbe applicare il metodo Falcone, giudice ucciso dalla mafia nel 1992 che diceva “segui il denaro per trovare la mafia”. A seguire il denaro si trovano anche i bugiardi: le menzogne pagano. Persino nel giornalismo dove la fame di scoop fa dire a quelli che dovrebbero essere traghettatori di verità, le peggio bufale. Non tantissimo tempo fa la parola scritta o detta alla TV o in radio rappresentava una certezza: “Ti assicuro, l’ha detto la radio!”, “Ma se l’ho letto sul giornale!”, ci si inalberava verso chi non ci voleva credere. Non è più così, tantomeno in televisione, regno indiscusso delle beffe berlusconiane. Anzi, a volta seguendo il denaro in TV si trova anche la mafia: è rimasto famoso l’invio di “pizzini” via sms alla trasmissione “Quelli del calcio” che li faceva sfilare sul video insieme agli altri commenti degli spettatori e permetteva così ai boss della mafia in prigione di comunicare con i loro scagnozzi.
Poi è arrivata la Rete, che dà la possibilità a ciascuno di sputare sentenze con la stessa autorialità di un giornalista d’inchiesta o di un magistrato. Statisticamente, chi si arringa questa prerogativa lo fa per denunciare, disprezzare, condannare, schernire e spesso usa “pezzi di realtà” per imbastirci la sua teoria sulle menzogne di Tizio, Caio o Sempronio.
La soluzione non c’è: limitare la libertà di espressione non è democratico, sospettare tutto e tutti è controproducente oltre che invivibile, anche registrare qualsiasi conversazione ci farebbe vivere in un mondo orwelliano, ma sollevare il dubbio in questo mondo di finte certezze fa bene.

Sommario del Primo piano


"Guarda come frottolo" di Patrizia Molteni
"Finché si mente c’è speranza" di Franco Lombardi
"Il caso Palatucci" di Manuela Barberis
"A me gli occhi!" di Patrizia Molteni
"Truffaldini virtuali" di Patrizia Molteni
"Tototruffa" di Patrizia Molteni
"La Sindrome del complotto" di Luisa Pace
"Le bugie nel carrello" di Patrizia Molteni
"La burla del secolo" di Patrizia Molteni

domenica 8 dicembre 2013, di Patrizia Molteni