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I Macchiaioli: quei ribelli di via Larga

E se il rivolgimento artistico degli impressionisti non fosse una “rivelazione” esclusiva dei fermenti culturali d’oltralpe ma frutto di una ricerca e di un bisogno innovativo a scala europea? Questa la questione che solleva la mostra al Museo de l’Orangerie di Parigi, co-organizzata col Museo d’Orsay e il contributo di Palazzo Pitti a Firenze.

Per molti, l’equazione “impressionismo = pittura moderna = Francia” è un dato di fatto, quasi matematico. In realtà l’evoluzione pittorica e il concetto d’impressione del Vero sono frutti di una visione più ampia e complessa in materia di pittura. Se il fenomeno elabora in Francia un tipico modo di dipingere “en plein air”, nella seconda metà dell’Ottocento, un’audace percezione visiva infiamma tutta l’Europa - senza cantonarsi al “French Touch” - influenzandone la pittura più anticonformista.

In Spagna, ad esempio, si possono citare artisti come Mariano Fortuny (1838-1874), Aureliano de Beruete (1854-1912) o il catalano Joaquín Sorolla (1863-1923). In Italia, già nei secondi anni Trenta, il napoletano Beniamino De Francesco (1805-1846) dipinge senza preoccuparsi troppo dei “contorni”, cercando di costruire il quadro attraverso l’accostamento e il contrasto di valori tonali (in natura, i contorni non esistono). In questo senso e fino ai moti del 1848, opera a Napoli anche il pittore foggiano Saverio Altamura (1826-1897), che, al corrente delle esperienze francesi – nel 1855 visita il padiglione realista di Gustave Courbet all’Esposizione Universale di Parigi – introduce a Firenze l’evoluta maniera.
Proprio dal 1855, Firenze1 diviene il centro del nuovo stile, così distante dalle regole scolastiche e la tradizione accademica, rompendo con il neoclassicismo e il romanticismo dominanti. A due passi dall’Accademia di Belle arti, nella saletta del Caffè Michelangelo, in via Larga (oggi via Cavour), scrittori, intellettuali e artisti, accomunati dagli ideali patriottici che alimentano gli animi giovanili del tempo, scambiano idee liberali e moderne sull’arte e la politica, in un’atmosfera confusionaria e irrequieta - ribelle insomma - ma densa di stimoli e fermenti creativi. Alcuni di loro, partecipi delle guerre d’indipendenza nazionali, sostenitori di Napoleone III contro gli Austriaci, s’implicano nelle lotte risorgimentali per l’Unità italiana. Da questo fertile ambiente, nell’estate del 1858, passa anche Edgar Degas, con l’amico Gustave Moreau, durante il soggiorno fiorentino teso a completare la sua formazione pittorica.

Il movimento dei Macchiaioli nasce ufficialmente nel 1856, affermando che la forma non esiste ma è creata dalla luce. L’individuo vede il mondo circostante attraverso forme non isolate dall’ambiente naturale, come macchie di colore distinte o sovrapposte ad altre; la luce, colpendo gli oggetti, rinvia al nostro occhio una colorazione.
Le tinte sono l’unico modo di entrare a contatto con la realtà e dunque questa è da restituire nel quadro come una composizione a macchie. Queste posizioni sono senza dubbio da mettere in relazione con quelle teorizzate dall’impressionismo francese - movimento ufficializzatosi un po’ più tardi2 - condizionato anche dall’avvento della fotografia e informato delle nuove tendenze dell’arte italiana dai frequenti viaggi a Parigi dei nostri artisti; soggiorni che, per alcuni di essi, diventano poi veri e propri trasferimenti nella “Ville Lumière”, arricchendo la paletta impressionista di “nuances” tutte italiane (Zandomeneghi, De Nittis e Boldini).
Il termine “macchiaioli”, coniato in senso ironico nel 1862 da un recensore della Gazzetta del Popolo all’occasione di una collettiva fiorentina, definisce come tali i membri di questo gruppo, caratterizzati cioè “dalla ricerca ossessiva dell’effetto e dalla mancanza del disegno”. Tra i principali esponenti della cerchia: Serafino De Tivoli, Vincenzo Cabianca, Cristiano Banti, Nino Costa, Antonio Puccinelli, Vito d’Ancona, Odoardo Borrani, Giuseppe Abbati, Raffaello Sernesi, Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e Federico Zandomeneghi (non tutti purtroppo figuranti nella mostra de l’Orangerie). Teorici della nuova dinamica, il critico d’arte Diego Martelli e Adriano Cecioni - pittore e scultore - che detta la regola della tendenza: "rendere le impressioni che si ricevono dal vero col mezzo di macchie di colori di chiari e di scuri".
L’”epos” macchiaiolo nasce dal connubio tra arte e vita quotidiana, tra semplicità del vivere ed essenzialità dei mezzi pittorici; una nuova dimensione antiretorica e intimamente solenne del Vero. Così, nel salotto della quieta e laboriosa borghesia fiorentina, rappresentato nel quadro “Cucitrici di camicie rosse” di Odoardo Borrani (1863), aleggia un sentimento di struggente partecipazione alle vicende risorgimentali; un amor patrio non declamato, bensì effuso dalla ritenuta gestualità delle protagoniste: un muto scambio di sguardi pudichi, nel silenzio carico di emozione e di attesa.

Quella dei Macchiaioli è una corrente tra le più rilevanti e innovative della pittura italiana dell’Ottocento, l’unica che nel panorama del secolo meriti veramente il nome di scuola, sia per la comunità d’intenti che ne lega i membri, pur provenienti da diverse regioni e tradizioni artistiche, sia per l’alta qualità dei risultati pittorici raggiunti. L’impiego della “macchia”, infatti, non è un fatto semplicemente tecnico-formale ma implicito di un atteggiamento nuovo nei confronti della realtà: la precisa restituzione ottico-luminosa si combina efficacemente alla messa a fuoco dei frammenti del reale, dando tono alla pittura italiana più avanzata del decennio. Uno stile originale che plasma strutture sobrie e scarnificate composte di contrasti, dove, in alcuni casi, la semplificazione della forma tende all’equilibrio dei rapporti cromatici e tonali.
Anche se sul tramonto, i capiscuola macchiaioli tendono a sviluppare percorsi di Realismo più individuali, questo circolo d’artisti incarna, ai suoi esordi, una delle più originali avanguardie del XIX secolo. Derivata dall’antico modo di colorire “alla prima” e “dal vero”, la “macchia” si carica di nuovi significati, non solo artistici, diventando strumento per esprimere le tensioni morali, civili e sociali di un gruppo di giovani - pittori e intellettuali - profondamente coinvolti nella realtà del loro tempo che, a distanza di un secolo, ispirano anche il cinema di registi come Luchino Visconti e Mauro Bolognini
La mostra al Museo dell’Orangerie permette al pubblico francese di scoprire uno tra i più incisivi e poetici movimenti dell’Italia neo-costituita, ripercorrendo quei decenni decisivi al rinnovamento dell’arte europea; gli influssi reciproci tra Italia e Francia e in particolar modo tra Firenze e Parigi. La questione in merito alla priorità cronologica fra Macchiaioli e Impressionisti rimane irrisolta e in fin dei conti superflua, tanti gli scambi avvenuti grazie ai continui spostamenti degli artisti. Ciò che conta e appassiona è che, alla metà dell’Ottocento, intuizioni e sviluppi di situazioni culturali complesse e diverse conducono tutti a una comune rivoluzione pittorica.

1 Seconda capitale del Regno d’Italia (1865-1870), dopo Torino (1861) e prima di Roma (1871).
2 Nel 1863 Napoleone III inaugura il “Salon des Refusés”, per ospitare quelle opere escluse dal “Salon” ufficiale. Fra i partecipanti, Édouard Manet con “Le Déjeuner sur l’herbe”, che provoca un notevole scandalo a tal punto da essere definito come immorale. Due anni più tardi, lo stesso Manet scandalizza nuovamente l’opinione pubblica francese con l’“Olympia”. La prima manifestazione ufficiale del movimento impressionista si tiene il 15 aprile 1874, presso lo studio del fotografo Felix Nadar. Tra gli artisti partecipanti: Claude Monet, Edgar Degas, Alfred Sisley, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne, Camille Pissarro, Felix Bracquemond, Jean-Baptiste Guillaumin, Berthe Morisot e Mary Cassatt.

* Gianni Cudazzo, storico dell’arte e conferenziere di storia dell’arte italiana; Centre Culturel Franco-Italien de Nantes.

giovedì 4 luglio 2013, di Gianni Cudazzo