A questi italiani potrebbero aggiungersene almeno un altro milione, se si considerano le sole domande di cittadinanza presentate dai discendenti degli emigrati italiani dell’America Latina nel corso del 2008. Questo fenomeno degli “italiani di ritorno” è una conseguenza delle norme introdotte nel 1992, che hanno esteso il diritto di richiedere la cittadinanza a tutti coloro che hanno rapporti di parentela sino al secondo grado con gli emigrati italiani. Sebbene la legge del ’92 non preveda un’attribuzione automatica della cittadinanza, ma un’attenta valutazione di ogni singola domanda, i vantaggi legati al possesso di un passaporto italiano in termini di ingresso e di libera circolazione in Europa e la crisi economica mondiale hanno indotto un numero crescente di aventi diritto a intraprendere questa strada. Se i dati forniti dal Ministero degli Esteri non permettono di formulare stime precise, le informazioni raccolte dai consolati italiani rivelano che nei primi mesi del 2008 le domande di cittadinanza provenienti da Brasile, Argentina, Venezuela e Uruguay si avvicinavano già al milione.
La ricerca presentata dall’Inca si sofferma inoltre sulle caratteristiche principali della comunità italiana all’estero. Sui quattro milioni di connazionali residenti all’estero, secondo i dati dell’Aire oltre due milioni vivono in un paese europeo e hanno meno di 35 anni. Se in grande maggioranza si tratta d’italiani di seconda generazione che hanno conservato la cittadinanza dei propri genitori, una parte della comunità degli italiani all’estero è costituita da emigranti con un titolo di studio medio-alto, che partono alla ricerca di un lavoro stabile e adeguato alla loro posizione. I dati dell’Inca rivelano che negli ultimi dieci anni 20 mila italiani di età compresa tra i 20 e i 35 anni, hanno lasciato l’Italia a destinazione principalmente di Germania e Francia (rispettivamente il 71 e il 48% degli intervistati). Lo studio rivela che in generale i nuovi emigranti hanno trovato impieghi migliori e più o meno compatibili con il loro titolo di studio e soprattutto una stabilità lavorativa : a titolo di esempio la percentuale di contratti a tempo indeterminato tra coloro che sono emigrati in Germania passa dall’8% in Italia al 50%.
