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I grilli parlanti non rispondono

Che sia in piazza, in TV o dal quel grande pulpito che è la rete, chi parla per farsi eleggere deve innanzitutto convincere. Un’arte della persuasione, la Retorica, vecchia come il mondo che ispira ancor oggi i leader più carismatici.


Potremmo partire da Demostene, Platone, Artistotele, citeremo solo un Manualetto di campagna elettorale (Commentariolum petitionis) scritto nel I secolo a.C. da Quinto Tullio Cicerone per il fratello Marco, candidato Console (che era un magistrato e non un diplomatico come si potrebbe pensare oggi). Il Manualetto, ripubblicato nel 2006 dalle edizioni Salerno, è arricchito da una prefazione di Giulio Andreotti, l’uomo che, in barba agli innumerevoli processi, ha passato praticamente tutta la sua vita adulta su uno scranno del Parlamento, che commenta: “straordinariamente interessante ... anche per una sorta di imprevedibile attualità delle situazioni che descrive”.
Cicerone consiglia, per esempio, di appellarsi direttamente al pubblico, facendoli sentire parte di un gruppo (Amici, Romani, concittadini ... Italiani! come esclamava Mussolini e come esclama oggi Grillo al popolo della rete), di promettere tanto, più inverosimile la promessa meglio è, e di usare delle parole forti, delle “parole-ringhio” come le definisce Stefano Bartezaghi comparandole appunto agli insulti strillati dal comico genovese.
L’oratore persuasivo deve chiudere la porta a qualsiasi reazione, a qualsiasi dubbio. E’ lo stesso principio dello slogan pubblicitario: una frase che smuove le emozioni usando tutte le figure retoriche necessarie (ripetizioni, paradossi, iperboli) senza che venga da rispondere, semmai con un altro slogan.
Ultimo elemento che ci piace citare, è il talento dei fratelli Cicerone a scovare i vizi privati dei loro avversari e dirlo a gran voce anche quando erano solo sospetti o pure illazioni.
Cicerone sarebbe stato fiero di Beppe Grillo, che oltre ad essere oratore ha anche un passato di attore, usa quindi anche il corpo e la gestualità atte a scatenare emozioni (e quindi consenso). Non un attore drammatico (come l’attuale situazione dello Stivale potrebbe far pensare) ma un comico. Un giullare, quello che attraverso l’ironia può insultare il potere perché permette allo spettatore di partecipare alla trasgressione senza far nient’altro che ridere. “Rido perché qualcuno fa una cosa che io non farei mai: tirare la torta in faccia a qualcuno invece che mangiarla o mandare a quel paese il potere”, spiega Giuliano Santoro (autore di Un Grillo qualunque) in un’intervista a Wu Ming 2. “Quindi quella risata, paradossalmente, rafforza la regola. Se la regola sottesa (le torte si mangiano e non si tirano in faccia al primo che passa e il potere non si manda a quel paese) fosse messa in discussione il comico non farebbe più ridere. Non avrebbe ragione di esistere”.

Il grillese

Anche sull’uso della lingua, il creatore del Movimento 5 Stelle ha cominciato bene, con il famoso ed eloquentissimo Vaffanculo Day nel 2007. Non parla, urla, arringa, sbraita, insultando tutto e tutti: Bersani è un morto che parla, Napolitano è un vecchio rimbambito che hanno dovuto “svegliare” durante le consultazioni, i parlamentari sono tutti “ritardati morali”, psicopatici o puttanieri, agli eletti del suo stesso movimento che disobbediscono lancia “fuori dalle balle!” (sto cercando di usare solo gli insulti meno volgari, in realtà è molto più colorito).
E se posso permettermi una digressione, vorrei spezzare una lancia per tutto il lavoro che fanno i professori italiani o di italiano nel mondo per promuovere lo studio della nostra lingua. Se per capire la politica italiana, leggere i giornali o fare quattro chiacchiere al bar bastano gli insulti, smettiamola, facciamo solo dei corsi di parolacce per chi proprio insiste a voler lavorare con l’Italia o andarci in vacanza!
A volte succede che un comico possa riassumere un’intera situazione in una battuta e farti capire l’assurdità della situazione. Capita spesso a Luciana Littizzetto o Maurizio Crozza (Rai 3). E’ satira ed è utile anche quella.
La politica invece è un’altra cosa, presuppone dei ragionamenti un pochino più complessi, la ricerca delle soluzioni migliori per risolvere i problemi di una città o di un paese, lo scambio, il dialogo, chiamiamola anche dialettica, insomma non può essere espressa da una battuta o da uno slogan. La lingua è pensiero e se abbassiamo il livello della lingua abbassiamo anche quello della riflessione.
Non solo: non basta usare una lingua “nuova” per essere portatori di idee nuove. Qualcuno mi spiega la differenza tra le “parlamentarie” e le “primarie” (a parte che hanno partecipato 20.000 persone alle prime e oltre 1 milione alle seconde)? E se gli onorevoli si vogliono far chiamare cittadini cosa cambia? E i cittadini come li si chiamerà? E se non c’è differenza perché un cittadino prende 11000 euro al mese (o anche 5000 come vorrebbe Grillo) e l’altro che si chiama uguale, magari giovane e precario, non arriva a 1000 euro? La differenza tra i meeting e i comizi? I meetup e i circoli? Il non-partito con il non-statuto e il partito con lo statuto? Altro che idee nuove, la rivoluzione grillina sta molto nel mettere etichette diverse a cose vecchie come la politica.

Telespettatori o internauti?

Certo, la piazza rimane l’unica soluzione per convincere gli elettori, il contatto con la gente, la piacevole sensazione, come spiega Lombardi, di essere gomito a gomito con persone che la pensano come noi. Lo aveva capito persino Bossi che aveva mandato i suoi a parlare con la gente, sul terreno, facendo della Lega uno dei primi partiti al Nord.
Ma poi è arrivato Berlusconi, con le sue televisioni da quattro soldi, a buttare fumo – anzi tette e culi – nella faccia degli italiani. Anche quella a modo suo, è stata una rivoluzione: ha trasformato la politica in spettacolo. Anzi, la questione amletica ormai è “essere in TV o non essere?” come illustra splendidamente il film di Matteo Garrone “Reality”. La televisione è un mezzo considerato passivo e in effetti c’è poco di attivo a passare ore a guardare telenovele e fiction, ma grazie al telecomando si può anche scegliere cosa guardare e in Italia abbiamo anche la fortuna di avere dei giornalisti resistenti che continuano a fare inchieste, dibattiti e talk show di qualità, Giovanni Floris (“Ballarò”), Fabio Fazio (“Che tempo che fa”), Lucia Annunziata (“Mezz’ora”), ci metto persino Santoro e Travaglio (“Servizio pubblico”) che apprezzo molto meno per la loro ostinazione grillesca a buttare secchiate di cacca su quella che loro definiscono “la casta” (cioè tutti tranne loro).
Internet invece è considerato un mezzo di comunicazione interattivo e quindi democratico. Vero: si può commentare, cliccare su “mi piace” o “non mi piace”, condividere, mandare link, navigare da un sito all’altro. E’ anche vero che su internet c’è di tutto, anche il peggio: dal nazi-fascismo ai siti pedofili o pornografici. Può anche capitare che una finestra di uno di questi siti si apra all’improvviso senza che nessuno gliel’abbia chiesto e non si riesca più a chiudere se non spegnendo il computer. A parte questo si può navigare da un sito all’altro seguendo i link indicati dal sito di partenza, in generale – a meno che non si cerchino delle cose particolari – rimanendo sulla stessa rotta: mio figlio adolescente per esempio rimane sui siti di videogiochi e musica.

Su internet chiunque può dire la sua e milioni di blogger si credono ormai giornalisti ed opinionisti facendo passare qualsiasi sparata come “fatti”, senza nessuna deontologia, nemmeno quella minima di verificare l’informazione. In una “bustina” dell’Espresso (“Che casino troppa informazione”), Umberto Eco dice proprio questo: che i giovani non sono ignoranti ma semplicemente confusi da troppa informazione e non sanno più distinguere tra le cose vere e da ricordare e quelle irrilevanti o addirittura false (le “bufale”), fenomeno che lui definisce “una censura per eccesso di rumore”. Lo stesso Eco si stupisce in un’altra “bustina” di essere su facebook a sua insaputa e che “anime candide” mandino messaggi a quello che pensano essere uno dei più grandi intellettuali italiani mentre è solo un “bufalaste” (un creatore di “bufale”). Eppure non c’è di che stupirsi, l’informazione può essere manipolata su internet come in TV.

Come ti frego in TV

Questo Grillo lo sa. Conosce bene la televisione: ha cominciato con Pippo Baudo e ha partecipato a diverse edizioni dell’intellettualissimo programma del sabato sera “Fantastico” prima di essere allontanato per le sue battute contro Craxi, un po’ come succede ai vari Santoro, Vauro e Crozza che lui oggi disprezza. Insieme ad Antonio Ricci, uno dei suoi primi autori, era invitato permanente a “Striscia la notizia”, su Mediaset, la TV di Berlusconi. Negli anni ‘90 nei suoi spettacoli spaccava i computer sostenendo la loro inutilità mentre i giornalisti di cui sopra cercavano da soli e contro tutti di contrattaccare l’avanzata di Sua Emittenza Berlusconi. Poi ha scoperto le potenzialità della rete sulla quale peraltro, grazie agli utili consigli del numero 1 del marketing digitale, Gianroberto Casaleggio, usa tecniche televisive: i suoi interventi sono sempre filmati e messi in scena, nulla è lasciato al caso.

Ma la cosa che più mi puzza è il suo rifiuto totale della TV (la stessa che gli ha permesso di essere un sessantenne miliardario) e dei giornalisti italiani in generale. Esige lo streaming su internet per gli incontri con la “casta” (il povero Bersani che se appartiene a una casta è sicuramente quella degli sfigati), ma i suoi, di incontri, sono rigorosamente a porte chiuse. Appena eletti, i parlamentari grillini si sono chiusi in un albergo romano per “conoscersi meglio e scambiare opinioni” (ma non si dovrebbe fare prima di presentare un programma elettorale questo?); dopo settimane di misteri su cosa esattamente volessero fare al governo che hanno sfinito anche una parte degli stessi parlamentari, Grillo li ha caricati su dei pullman, destinazione segreta perché non potessero comunicarla ai giornalisti. Cosa credete sia successo? I giornalisti li hanno inseguiti e sono arrivati all’agriturismo dove si sono riuniti i “cittadini” pentastellati attorno ad un menu a base di porcini e guanciale (questa informazione vitale è trapelata), ma sono rimasti con la faccia schiacciata contro i cancelli chiusi. Un inseguimento alla Lady Diana, degno di star della musica o dello spettacolo, ritrasmesso su tutte le TV. E questo è il punto: con queste sue trovate Grillo è in tutti i telegiornali, in tutti i reportage, in tutti i programmi, peggio di Berlusconi all’epoca d’oro del suo impero mediatico.

Con un vantaggio: evita di rispondere alle domande.

Sordo-mutismo giornalistico

Il leader del Movimento 5 stelle fa comunicati (filmati e trasmessi dal suo blog), fa comizi, rilascia interviste ma solo all’estero (sicuramente rilette e censurate a dovere) ma l’avete mai visto rispondere a delle domande? L’arte della persuasione non prevede il contraddittorio. Al massimo, dall’esterno sbraita contro i giornalisti faziosi che hanno interpretato male i messaggi del suo blog (difficile fare altrimenti visto che non sempre sono coerenti).
Per questo il comico genovese “vieta” ai suoi di andare in TV. Su questo punto il candidato del Movimento 5 stelle in Francia (Andrea d’Ambra) mi aveva coperto di insulti nel suo blog perché secondo lui Grillo vietava “solo” i talk show. Già questo uso del “solo” mi aveva insospettito, primo perché è il concetto di “vietare” che mi preoccupa più che l’oggetto del divieto: è come dire che quando i commercianti affiggevano i cartelli “Vietato ai cani e agli italiani”, non erano razzisti, “solo” non gli piacevano gli italiani (e i cani). E poi perché i talk show? Perché in diretta e sotto la pressione del contradditorio i “suoi” potrebbero dire la frase sbagliata, come fa regolarmente Crimi, il presidente del gruppo 5 Stelle al Senato che appena si permette una frase al di fuori del comunicato concordato arrivano, in successione, la smentita di Grillo e le scuse del poveraccio. Senza parlare del famoso fuorionda di Giovanni Favia, consigliere regionale dell’Emilia Romagna espulso perché si è lamentato che non ci fosse democrazia nel movimento senza sapere di essere registrato (lo stesso Favia, pagava per farsi intervistare dalle TV locali, peccato mortale per un grillino).
Tra i tagli alle spese che Grillo ha proposto nel suo non-programma c’è anche la soppressione della sovvenzioni alla stampa, con la quale creerebbe d’un colpo solo migliaia di disoccupati e il buio totale dell’informazione. Nei manuali di scuola si chiama “censura” e viene spesso associata alla “propaganda” che è un’arte della persuasione che può portare al totalitarismo. La Resistenza dovrebbe cominciare a organizzare dei corsi di autodifesa dalle manipolazioni di internet. Avvantaggiamoci.

giovedì 4 luglio 2013, di Patrizia Molteni