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Identità e memoria migranti

Una carta d’identità è quel pezzo di carta, senza il quale non esistiamo, in cui sono riportati nome, cognome, luogo e data di nascita, residenza, stato civile, professione e degli elementi di riconoscimento considerati immutabili: il colore degli occhi, quello dei capelli, la statura (in realtà meno dolorosi da cambiare che la professione o lo stato civile). Questo è quello che ci rende identificabili, cioè riconoscibili da una cassiera del supermercato o da un poliziotto di frontiera. A parte l’aspetto esteriore, il documento in fondo prende in considerazione da dove veniamo, dove siamo e le esperienze fondamentali della vita: il lavoro, la vita sentimentale. Quello che però rende ognuno di noi unico è la memoria, quello che noi abbiamo fatto e facciamo di quel luogo e data di nascita e come questo ci segue nelle nostre peregrinazioni. Lo spaesamento è un po’ anche questo: guardarci intorno con occhi abituati a vedere altro, in un altro periodo della nostra vita; oppure guardare a quello cui siamo abituati con occhi nuovi, con occhiali da miope, insomma.
I nostri lettori sono abituati a questo sguardo da fuori, che da sempre contraddistingue la testata, ma ci è sembrato ancora più importante oggi parlare di identità e memoria perché, come titola Livio D’Agostino, l’identità italiana è quella di una bella donna sfigurata. Sì, perché come quel pezzo di carta che ci rende riconoscibili ma non unici, se non colitiviamo la memoria di un paese, fatto anche di lavoro e emigrazione, di lotte per l’indipendenza, per la democrazia e la libertà, per l’Unità viene da dire in questo periodo, il paese farà una gran brutta fine. A me, avere origini da un paese di merda, proprio non mi va.

martedì 4 ottobre 2011, di Patrizia Molteni