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Identità nazionali

Il seminario universitario su «Ossessioni identitarie? L’identità nazionale in Spagna, Italia e Portogallo» organizzato dalle Università Paris III e Paris VIII in trasferta al Consolato Generale d’Italia a Parigi ha visto illustri oratori, ma anche il popolo associativo che ha voluto, a modo suo, contribuire alla giornata.


Gli interventi di oratori del calibro di Aldo Schiavone per l’Italia, Xosé Manuel Nunes Seixas, per la Spagna e José Manuel Sobral per il Portogallo, hanno inquadrato la problematica nella storia della nazione che ha portato alla nascita di un vago sentimento d’identità. Interventi brillanti presentati e dibattuti da altrettanto brillanti professori universitari in sede a Parigi.
Noi di Focus in ovviamente abbiamo partecipato con entusiasmo ed interesse a questa seconda parte della giornata ma ancora di più all’atelier partecipativo che ha preceduto il convegno con le reti associative italiana, spagnola e portoghese e che esplorava tutt’altro campo: cosa vuol dire «identità nazionale» quando si hanno più nazionalità o più appartenenze? L’atelier, sotto forma di world café «facilitato» da Maria Chiara Prodi e Patrizia Molteni, intendeva stabilire innanzitutto di cosa fosse fatta questa «pluri-identità migrante» e poi rispondere alla domanda «Come gestire le nostre identità multiple e metterle al servizio della società?».
Si è parlato di tutto, dalla morte (dove si vuole essere seppelliti, per esempio, riveste un’importanza particolare nel concetto d’identità), alla nascita, all’educazione, al modo di strutturare il pensiero … Un concetto è emerso forte e chiaro: mentre l’«ossessione identitaria» di chi sta nel proprio paese d’origine è spesso associata ad un ripiego su se stessi, ad una « difesa » rispetto all’altro, l’immigrato, per chi è migrante l’ossessione si sposta sull’integrazione, sul come riuscire a mantenere la propria identità pur integrando la cultura e le tradizioni del paese in cui si vive.
Non per niente, mentre gli studiosi parlano di «nazionalismo», ovvero di «nazioni» e di «politica», gli atelieristi si sono concentrati sui popoli, mettendo l’Umano al centro delle loro riflessioni. L’identità di un expat viene dalla stratigrafia di una moltitudine di elementi: il percorso personale e familiare, la situazione economica e sociale al momento della partenza, la lingua, il luogo di arrivo (non è la stessa cosa abitare a Parigi o in periferia), il motivo per la partenza – scelta o obbligo ? – e anche lo sguardo degli altri. «Sono portoghese ma di origini capoverdiane» dice Luisa nel film Identi-kit de vie migrante realizzato per l’occasione dai Jardins numériques (e consultabile sul sito di Focus in), “la gente pensa che sia araba e mi attribuisce un’origine, una religione, delle tradizioni che non sono mie, ma anche questa identità percepita conta per me”. “Una volta si associava la periferia con gli operai”, spiega un direttore generale del 9-3, “poi siccome c’erano molti scioperi e gli operai aderivano ai sindacati si è passati a operaio=delinquente, quindi visto che in periferia ci sono molti immigrati periferia è diventato sinonimo di delinquente”. Sono questi stereotipi che bisogna combattere. Come? Introducendo un granello di disobbedienza contro la politica dello stato che ha portato a queste associazioni di idee. Per esempio riconquistando attraverso scioperi e manifestazioni un’identità operaia internazionale, riunendosi intorno a temi universali e quindi trasversali, cambiando il proprio sguardo sugli altri.
Per le generazioni precedenti, inoltre, vigeva la regola che per integrarsi bisognava mantenere un profilo basso, come dicevano i portoghesi “per essere felici, meglio nascondersi” mentre i giovani in mobilità sono meno “complessati”.

La risposta alla nostra domanda iniziale è stata declinata dai diversi “tavoli di lavoro” con risposte anch’esse multiple: alcuni si sono concentrati sulla lotta agli stereotipi, altri su come – prendendo esempio da altri paesi europei – cercare di cambiare un’educazione che per i mediterranei risulta un po’ troppo rigida; altri ancora su come “liberare la parola”, magari attraverso la risata e un pizzico di disobbedienza che, come ci ha insegnato il direttore del 9-3, a volte permette di evolvere. E ancora, il recupero dello spazio pubblico: cominciare ad abitare i luoghi, a situarsi, ad appropriarseli, partecipando attivamente alla loro vita, che poi è quella del quartiere e della città, in altre parole arrivare ad una piena cittadinanza attiva indipendentemente dalle proprie origini ed identità. Quando saremo riusciti ad avere dei luoghi comuni e condivisi e soprattutto ad avvicinare quello spazio virtuale che è internet allo spazio reale, le nostre multiple identità saranno utilissime alla società. Avete detto poco!

Il World-café sull’identità è stato facilitato visualmente da Carol-Ann Braun, artista di origini britannico-tedesche, residente in Francia

martedì 6 maggio 2014, di Patrizia Molteni