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Il Western con spaghetti in salsa piccante di Sergio Leone

Quando in una serata appena agitata dalla brezza settembrina di quarantotto anni fa, nel 1964, fu presentato in anteprima uno strano western agli Incontri Internazionali del cinema di Sorrento, importante appuntamento per vendere ai distributori nazionali e internazionali i prodotti per la nuova stagione cinematografica, i compratori potenziali storsero il naso. Come, ancora un western? Un genere in quel momento considerato agli sgoccioli, entrato in crisi di ispirazione dopo il successo ininterrotto nato e identificato con il cinema stesso da “The Great Train Robbery” del 1903 di Edwin S. Porter fino allo splendore del periodo classico con i film di John Ford, di Anthony Mann e di Howard Hawks.
Il western, un genere per eccellenza americano perché legato al territorio e alla mentalità nazionale protesa alla conquista di nuovi spazi non poteva funzionare se fatto da altri, pensarono quelli a Sorrento, per di più con attori di teatro italiani con nomi americani per vendere il film negli USA. John Wells è Gian Maria Volonté, Ennio Morricone con lo pseudonimo di Dan Savio e/o Leo Nichols, firma le originalissime musiche, vero e proprio modello tematico per tutti i western italiani e hollywoodiani a venire.

C’è un solo americano, quasi sconosciuto, colto jazzista, introverso, a fare da protagonista con un nome che sembra falso: Clint Eastwood. E poi, questo regista, Bob Robertson che si chiama Sergio Leone, con alle spalle qualche film mitologico e niente di più, utilizza lunghi primissimi piani dei personaggi tra numerosissime sparatorie precedute da campi e controcampi di esasperata tensione. Anche i luoghi sono truccati, Almería con il deserto di Tabernas in Andalusia che sembra un posto del Texas. E che dire di questo solitario, sporco e taciturno cow boy senza nome, con il poncho strappato, come i poveri contadini messicani, a cavallo di una mula, capitato in mezzo a due bande di fuorilegge che seminano il terrore in paese e poi riesce a distruggerle?
La trama, con riferimenti all’Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni e all’epica di Omero, riadattata in salsa western, a Yojimbo (La sfida del samurai) del 1961 di Kurosawa il quale a sua volta si era ispirato al racconto Red Harvest di Dashiell Hammet.
“Per un pugno di dollari”, questo il titolo del film, distribuito in poche sale italiane diventa un successo per sbarcare e sbancare anche in America con il titolo di “A Fistfull of Dollars” e poi nel resto del mondo reiventando il genere e dando vita con gli altri due Sergio (Sergio Corbucci e Sergio Sollima), Duccio Tessari, Michele Lupo, Tonino Valerii e tanti altri registi all’ultimo grande filone del cinema italiano, quello del western all’italiana chiamato all’estero «spaghetti western». Esiste il western con indiani - e con l’esercito, generalmente la cavalleria distaccata in fortini di frontiera, giubbe blu, i “lunghi coltelli” - e il western senza indiani, di soli bianchi ; si potrebbe dire il western “senza”, tout court, ma che di questo limite sa pure fare una forza.
Quello di Leone appartiene a questa seconda categoria, come quasi tutti i western spaghetti, quello situato in città alla frontiera tra fuorilegge e «pistoleros». Negli altri episodi della «trilogia del Dollaro», l’azione si sposta alla frontiera con il Messico in “Per qualche dollaro in più” del 1965, e tra nordisti e sudisti ne “Il buono, il brutto e il cattivo” del 1966. Una sostituzione dell’ovest con il sud, in una dimensione più simile alla storia italiana, con quelle cittadine del Nuovo Messico dalle case dalle pareti bianchissime con donne vestite di nero, come nei paesini dell’Italia meridionale dove il duello finale, lo showdown, si confonde o si sovrappone all’immagine e al suono di tante sparatorie sotto il «fato» delle faide in odore di mafia.
Oppure con quei sudisti disfatti ripresi dalla maturità crepuscolare del western americano classico, ne “Il buono, il brutto e il cattivo”, dalle uniformi impolverate, colore grigio-celest,e sbiadite rispetto allo squillante azzurro della divisa nordista. La guerra civile americana (1861-1865) ha lasciato ferite profonde ancora oggi non rimarginate del tutto negli Stati Uniti, come la questione meridionale dopo le guerre garibaldine e la repressione del brigantaggio da parte dell’esercito piemontese in Italia a 150 anni dall’unità.
Non a caso i western italiani con questi protagonisti taciturni ma dalla pistola facile, individualisti ma capaci di allearsi con altri, insofferenti alle prepotenze, sedurranno gli intellettuali latinoamericani come i contestatori europei e i futuri estremisti neri e rossi in Italia.
In fondo, la formula del western è molto semplice: qualcuno deve vendicare una violenza, un torto, ricevuto o fatto al padre, alla propria donna, al gruppo di cui fa parte. Fin qui siamo nell’ambito dell’epica classica dove pero’ Achille, Ettore come Orlando e Rinaldo hanno già il ruolo di eroi, anzi di super-eroi «militarizzati» che compiendo le loro missioni possono solo perdere o riconquistare qualcosa che appartiene al bene comune, come i guerrieri-guardiani «Fuvakeß», nella tripartizione aristocratica della città ideale platonica.
Nel western, questa è la sua novità affascinante, drammatizzata magistralmente da Sergio Leone, chiunque, anche il più scalcagnato «poor lonesome cowboy» con il poncho bucato, solitario e menefreghista può diventare un eroe e migliorare la sua posizione, esistenziale e sociale per un pugno di dollari e per qualche dollaro in più, e forse anche quella degli altri a condizione di rispondere alla domanda «Do you have the courage to use the gun?», hai il coraggio di usare la pistola (Il celebre revolver Colt Paterson calibro 44 a sei colpi, il «six-gun») e di andare quindi fino in fondo? Da come il revolver viene estratto e rimesso, fumante, nella fondina si capisce se il protagonista conosce il fatto suo. Poi questo eroe per caso può continuare il viaggio solitario ora che vendetta-giustizia è fatta. Vede all’orizzonte il punto decisivo di non ritorno: l’avventura infinita. L’avventura è fuga dalla norma sociale, un viaggio che solo la morte può fermare.
Il western pur ambientato nel passato parla del futuro. Con la sua formazione di italiano nato in un paese cattolico, Leone ne esaspera le contraddizioni rispetto all’ottimista John Ford, emigrato di successo in America, dalla cattolica Irlanda, come ebbe a dire Leone stesso. Per fare bene il western non si deve conoscere solo il western. I film di Quentin Tarantino che coniugano la katana con la colt nella saga di Kill Bill e l’uscita imminente di Django Unchained, remake di Django di Sergio Corbucci del 1966, indicano la vitalità del western di impronta italiana. La morte violenta nel duello finale del western hollywoodiano, viene ripensata da Leone, paradossalmente la vediamo astratta e concettuale nella sua lenta preparazione epurata dal pathos del corpo a corpo delle armi da fuoco. Il tutto nello spazio bidimensionale dello schermo su cui si muovono le immagini dei personaggi in modo da permettere allo spettatore di prendere definitivamente congedo dal principio di realtà.

mercoledì 17 ottobre 2012, di Gius Gargiulo